Compie cinquant’anni il film che grazie a uno straordinario successo ha lanciato la carriera di Liza Minnelli, ma soprattutto ha dato nuova vita al musical che all’epoca era un genere che appariva defunto definitivamente: Cabaret di Bob Fosse.
Fu praticamente fisiologico che all’avvento del sonoro la prima pellicola dotata di pista sonora fosse proprio una commedia musicale, Il cantante di jazz (1927) di Alan Crosland, ma non un caso isolato perché anche nelle decadi successive a lungo il film musicale ha rappresentato una colonna portante della produzione di Hollywood; fino alla crisi profonda degli anni ’60 in cui a parte pochi sporadici successi – West Side Story, Mary Poppins, My Fair Lady e poco altro ancora – il genere sembrava incapace di continuare ad attrarre il pubblico.
I limiti imposti dal Codice Hays, il protocollo che imponeva una censura di ordine morale stabilendo cosa poteva essere mostrato o detto nei film, resero l’insulsa spensieratezza dei musical vecchio stile ancora più stridente rispetto a un’attualità complessa, dominata dalla battaglia dei neri per i diritti civili e dal massacro di giovani vite nella guerra del Vietnam, decretando la fine di un’epoca dal punto di vista cinematografico.
Cabaret potrebbe forse apparire oggi un titolo tra i tanti, nonostante i numeri musicali che sono e rimangono sempre superlativi, ma ha avuto originalità e merito di rinnovare profondamente il musical nella forma come nei contenuti, introducendo temi drammatici e rinunciando a lieto fine e melassa tipici della tradizione musicale hollywoodiana.

Trasposizione dell’omonimo successo di Broadway – musica di John Kander e parole di Fred Ebb – a sua volta tratto da un romanzo di Christopher Isherwood, il film intreccia le vicende di alcuni personaggi nella Berlino del 1931, nella Repubblica di Weimar mentre il popolo risentiva ancora le conseguenze economiche del trattato di Versailles e una certa libertà di costumi coesisteva con l’ascesa del nazismo, contraddistinta dalla crescente persecuzione contro il popolo ebraico.

Nel protagonista Brian interpretato da Michael York riverberano tratti autobiografici dell’autore del romanzo originale, ma anche il personaggio di Sally Bowles, stella del cabaret cui dà vita con esuberanza inarrestabile Liza Minnelli, riflette un frammento personale degli inizi di Bob Fosse; il grande coreografo regista teatrale, cineasta poco prolifico con appena cinque film in tutta la carriera, esordì praticamente bambino come ballerino di tip tap in locali simili al Kit-Kat del film.

Lo stile unico e personalissimo di Bob Fosse, venato di allusive pulsioni niente affatto dissimulate, ha decretato il successo del suo lavoro, prima sulle tavole dei palcoscenici di Broadway e poi su grande schermo. In Cabaret l’ironica irriverenza di certe coreografie – quella della canzone Money è sempre irresistibile – deve molto anche alla performance di Joel Grey, Oscar al miglior attore non protagonista nei panni del maestro di cerimonie, semplicemente straordinario.

Otto statuette conquistate su dieci candidature, Cabaret fu il vero trionfatore alla notte delle stelle, con Bob Fosse miglior regista e Liza Minnelli miglior attrice, anche se l’Academy nella categoria miglior film gli preferì Il padrino di Francis Ford Coppola. Il montaggio firmato David Bretherton, Oscar anche a lui, rappresenta una delle innovazioni rispetto al canone dei vecchi musical, con la narrazione che fluisce senza rimanere prigioniera dei momenti musicali.

Cabaret è entrato nella storia di Hollywood anche per essere stato il primo film a rappresentare l’amore omosessuale senza derisione caricaturale o attribuzione di istinti omicidi, semplicemente come sfumatura della realtà. L’ottima ricostruzione storica, così vivida nel riproporre atmosfere credibili della repubblica di Weimar, deve molto all’intuizione del regista di adottare come fonte d’ispirazione le opere pittoriche dei tedeschi Otto Dix e George Grosz, all’epoca in piena attività.

La biografia di Fosse, soggetto della miniserie Fosse/Verdon, rivendica per Cabaret la consulenza artistica svolta sul set da Gwen Verdon, attrice ballerina e moglie del regista che non appare nei crediti del film, un debito morale che è finalmente giusto e legittimo riconoscere.