Il Museo Segantini di St. Moritz ospita, fino al prossimo 20 ottobre, una mostra curata da Annie-Paule Quinsac, esperta del Divisionismo italiano e autrice del catalogo ragionato di Giovanni Segantini (Arco, 15 gennaio 1858 – monte Schafberg, 28 settembre 1899).
Prodotta congiuntamente alle Gallerie Maspes di Milano – in collaborazione con Mets Percorsi d’arte – la mostra dossier sul dipinto All’ovile, uno dei capolavori degli anni 1890, in cui l’artista, per conferire alla luce una valenza simbolica, ha adoperato sia la tecnica divisionista che l’aggiunta dell’oro nelle striature delle pennellate.

Il raffronto con la documentazione fotografica, testimone delle indagini scientifiche condotte dai due studiosi italiani Davide Bussolari e Stefano Volpin, permette di scoprirne la lenta genesi, dalla tela bianca alla risultanza finale. Infatti, le immagini che affiancano il dipinto a parete, risultano sia da analisi chimiche di microcampioni di colori che da analisi non invasive fotografiche e spettrografiche. I visitatori possono andare oltre gli aspetti percettibili ad occhio nudo, “entrare” nel lento percorso creativo dell’artista e scoprire l’insospettabile, l’esistenza cioè di un’altra tela poi cancellata dalla sovrimposizione del dipinto finale. Prendendo coscienza delle successive stratificazioni della materia pittorica, dalla tela bianca all’opera ora visibile è possibile comprendere meglio il lento approccio dell’artista all’opera d’arte e del suo particolarissimo ductus pittorico, elaborato per tradurre il concetto di luce.

All’ovile fa parte di un ciclo di tre dipinti dedicati agli effetti della luce di lanterna in un ambiente chiuso e buio che ripropongono, con un linguaggio moderno e sperimentale, la tradizione luminista seicentesca, da Caravaggio ai fiamminghi e alle acqueforti di Rembrandt, che Segantini ben conosceva.
La prima, la più monumentale, “Le due madri. Studio di lanterna” del 1889, si trova alla Civica Galleria d’Arte Moderna di Milano; la seconda, “All’arcolaio”, del 1891, è conservata dal 1898 in Australia alla National Gallery di Adelaide. Nonostante siano tutte di altissima qualità, l’effetto magico della luce che avvolge la scena è particolarmente percettibile proprio in “All’ovile” per la dimensione più intimista del quadro.

Come spiega la Curatrice, il dipinto vanta un ricco curriculum espositivo, a muovere, andando per sommi capi, dalla Grafton Gallery di Londra, nel 1893, alla retrospettiva nella Sala 3 della XV Biennale di Venezia del 1926. Poi, la mostra di regime organizzata da Antonio Maraini nel 1935 al Musée du Jeu de Paume di Parigi, allo scopo di presentare le gemme autoctone, senza entrare nel merito di scuole o tendenze. Per chiudere con la XXVI Biennale di Venezia del 1952 e la Sala titolata al Divisionismo italiano, commissario Marco Valsecchi, abbinata a quella del Divisionismo in Francia, meglio noto come Neoimpressionismo, affidata a Raymond Cogniat, entrambe da ventinove opere. L’evento è tuttora ricordato quale primo tentativo, pur tardo, di storicizzazione.

Da allora, All’ovile era sparito dai palcoscenici espositivi, sino a quando la stessa Annie-Paule Quinsac ebbe modo di riproporlo al Castello Visconteo Sforzesco di Novara nel 2019 per la mostra Divisionismo. La rivoluzione della luce e che aggiunge: “avevo visto per la prima volta “All’ovile” nel 1967, in casa del collezionista Mario Rossello; lo ricopriva uno strato di polvere e non era concesso rimuoverlo dalla parete, per trarne eventuali indicazioni dal retro, la firma sembrava un monogramma e ambigua la data, tanto che nel Catalogo generale di Segantini l’avevo riferito al 1893 invece del 1892“.

Per quanto riguarda la tecnica divisionista, qui Segantini va oltre la resa suggestiva della luce utilizzando trattini di colori puri giustapposti. L’utilizzo di oro in polvere e in particelle incorporate all’impasto fresco gli consente di accentuare le vibrazioni della luce. Come sempre colpisce la sua capacità di suggerire l’essenza delle cose, la loro fisicità: dal vello delle pecore al tessuto del vestito della donna, al suo volto e al legno della mangiatoia e della culla.
Che il motivo della luce di lanterna in un interno con le sue valenze simboliche abbia affascinato e ispirato Segantini, lo dimostrano altre opere presenti nel percorso espositivo, come i disegni I miei modelli (1890) e All’arcolaio (1891-1893). A questi si affiancano due capolavori della collezione Otto Fischbacher Giovanni Segantini Stiftung, in deposito al museo engadinese: un dipinto e un disegno intitolati entrambi Ritorno all’ovile.

Se la luce della lanterna all’interno della stalla è simbolo di calore, sicurezza e tregua, anche se solo temporanea, dalle fatiche della vita del pastore, Ritorno all’ovile del 1888 raffigura invece un esterno dominato dalla luce fredda e ostile di un crepuscolo autunnale. L’atmosfera di mestizia e rassegnazione, accentuata dalla figura curva della pastora stanca di ritorno dal lavoro, è mitigata dall’ingresso della stalla fortemente illuminato, promessa di ricovero e riposo.
Nel disegno più tardo Ritorno all’ovile del 1891-1892, lo stesso motivo è rappresentato in una forma simbolicamente accentuata.

Completa la rassegna, una sezione che presenta i risultati delle indagini diagnostiche realizzate da Davide Bussolari e Stefano Volpin che consentono di andare oltre gli aspetti percettibili ad occhio nudo, ed “entrare” nel lento percorso creativo dell’artista e di scoprire l’esistenza di un ripensamento poi cancellato.
Accompagna la mostra un catalogo bilingue (italiano/inglese) Gallerie Maspes edizioni.