Dalla seconda metà dell’Ottocento in poi l’arte giapponese, com’è noto, ha influenzato ampiamente il corso della storia dell’arte occidentale. La stilizzazione e la rappresentazione bidimensionale delle figure esaltate dall’utilizzo del colore piatto sono stilemi tipici dell’arte nipponica che, a partire dalle prime stampe del mondo fluttuante giunte in Occidente, hanno catturato gli artisti europei.
Tale stile, per sua natura affine al linguaggio grafico, è stato spesso inteso come espressione di modernità visiva e alcune di queste caratteristiche furono riprese da artisti come Manet alle prese con la realizzazione di manifesti, terreno di prova per sperimentare forme di comunicazione immediate e capaci di esprimere la nuova cultura cittadina.
In Giappone l’arte della produzione dei manifesti ha riscontrato una particolare eco, creando un’interessante tradizione di maestri e designer specializzati nella realizzazione di queste particolari immagini che sono spesso emblema di pacatezza ed eleganza anche quando trattano temi difficili.
Per conoscerne la storia, Skira ha da poco edito un corposo studio dedicato al graphic design giapponese curato dal professore Gian Carlo Calza in collaborazione con Elisabetta Scantamburlo. L’opera, che è frutto di studi e ricerche iconografiche approfondite, censisce ottantacinque autori che spaziano da maestri che disegnano ancora a mano come Nagai Kazumasa che ha ideato l’immagine utilizzata come copertina del libro, fino ai più giovani che utilizzano le tecniche digitali.

Cronologicamente, sono da ritenersi contemporanei i manifesti giapponesi realizzati a partire dalla metà degli anni Cinquanta quando, alcuni anni dopo la Seconda Guerra Mondiale e il periodo di depressione che seguì, una nuova modalità espressiva portò nuovamente in voga temi e caratteristiche stilistiche tradizionali, declinandoli secondo un’espressione più moderna nutrita da stimoli provenienti da contatti con il resto del mondo.

Nel turbinio artistico che nel dopoguerra ha interessato diversi campi delle arti giapponesi – da quelle figurative all’architettura, al teatro, la musica, il cinema – quella del manifesto è diventata quindi la forma espressiva attraverso la quale tracciare un filo della creatività della nazione, ripercorrendone temi principali e interessi.  
Il libro, oltre a fare conoscere designer e grafici noti del Paese del Sol Levante, permette anche di carpire ulteriori elementi culturali che caratterizzano la civiltà e la cultura nipponica.

Dettagli

L’arte del manifesto giapponese
Gian Carlo Calza
con la collaborazione di Elisabetta Scantamburlo
Skira
edizione italiana e inglese
520 pagine
ISBN 978-88-572-4577-5 I, -4578-2 E

Didascalie immagini

  1. Nagai Kazumasa (1929)
    Alcool giapponesi (Nihonshuˉ)
    2016
    stampa a getto d’inchiostro, 103 ✕ 72,8 cm
    manifesto per Nihon Design Committee
  2. Hara Ken’ya (1958)
    Horizon
    2003
    stampa offset, 102,7 ✕ 291 cm
    poster per MUJI
  3. Tanaka Ikko (1930-2002)
    Danze giapponesi
    1981
    stampa offset, 103 ✕ 73 cm
    manifesto per spettacolo all’UCLA, Asian Performing Art Institute, Los Angeles, Washington D.C., New York

IN COPERTINA

Nagai Kazumasa (1929)
Alcool giapponesi (Nihonshuˉ) 2016
stampa a getto d’inchiostro, 103 ✕ 72,8 cm
manifesto per Nihon Design Committee
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