“Credo di esser rimasto in una sola cosa tradizionale: nell’amore che devono aver provato Beato Angelico, Botticelli, Ghirlandaio, nel dipingere le loro Madonne, con rispetto e con religione, con quella stessa religione che io sento quando mi permetto di dichiarare il mio amore al Paesaggio”
Teodoro Wolf Ferrari

Che sia l’ignoto oltre l’orizzonte, la tavolozza dei colori offerta da un caleidoscopico tramonto, la luce che filtra tra le fronde di alberi secolari o l’attraente amenità di un isolotto romito nel mare, da sempre la Natura esercita il suo incantevole fascino rendendo imprescindibile il suo richiamo.

Come un’epica sirena – dalle testimonianze parietali alla minuzia dei mosaici romani, dal simbolismo della scultura medievale, dai fondali rinascimentali alla perfezione di un immaginario paesaggio seicentesco – la bellezza che ci circonda è sempre riuscita con la sua sorda voce ammaliatrice ad abbattere qualsiasi barriera umana facendosi magia, religione, immagine, musa.

E se oggi artisti a noi contemporanei osservano in senso critico la natura riproducendola attraverso mezzi e tecniche che denunciano una crisi ambientale ormai conclamata, non è poi così lontano quel passato in cui ad affollare le tele era la semplice e pura rappresentazione di una reale poesia.

Proprio tra questi “poeti della Natura” italiani uno dei più emblematici, seppur poco conosciuto, è il veneziano Teodoro Wolf Ferrari (1878 – 1945) che, col suo amore per il paesaggio e una moltitudine di sperimentazioni tecniche, ha segnato una nuova epoca nelle arti figurative portando a Venezia e in Italia quell’innovazione che all’alba del Novecento ha inaugurato la modernità delle grandi avanguardie delle secessioni nel resto d’Europa.
Esponente di quella Secessione viennese – insieme agli amatissimi dal pubblico come Klimt e al tardo-romantico Böcklin – Teodoro Wolf Ferrari non solo persegue ma anche definisce un linguaggio caratterizzato da un costante sperimentalismo tipico di quella Secessione che pervadeva l’inizio del ‘900.

Proprio a lui Conegliano dedica – in attesa che l’Unesco si esprima sulla candidatura delle colline del Prosecco a patrimonio dell’umanità – una bellissima riflessione sull’importanza del paesaggio nella storia dell’arte con la mostra “Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio”.
Un amore delicato, profondo e misterioso è il sentimento che traspare nelle oltre 60 opere in mostra che permettono di entrare nello studio e nelle passionali pennellate di questo “poeta del paesaggio”. Tra profondi e angoscianti scenari, acquarelli, pannelli decorativi, vetrate e studi per cartoline – esposti per la prima volta – ritraggono le suadenti colline che da Asolo si spingono a Conegliano fino alle alture del Grappa.

Il percorso curato da Giandomenico Romanelli e Franca Lugato, oltre a voler restituire a Wolf Ferrari una dignità pittorica ancora poco riconosciuta, si presenta come una ricostruzione cronologica dell’evoluzione artistica dell’artista. Una moltitudine di paesaggi e soggetti diversi (per ambientazione e tecnica) che riflette dapprima la formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, per poi passare agli ultimi anni dell’800 trascorsi a Monaco di Baviera dove frequenta gli ambienti simbolisti e secessionisti più avanzati e cosmopoliti dell’epoca.

Le peculiarità e i vari momenti dell’arte di Teodoro – böckliniana, sintetista e infine klimtiana – si snodano in sette sezioni: Nell’aura di Böcklin; Brughiera a Luneburgo; Tempeste dall’Isola dei morti; Con i giovani di Ca’ Pesaro; Riflessi nell’acqua; Come Klimt. Betulle e salici; Una passeggiata dal Grappa al Piave.

A Palazzo Sarcinelli il percorso parte proprio dalla comparazione tra la cupa, misteriosa e fedele riproduzione a firma dell’artista tedesco Otto Vermehren de “Isola dei Morti” di Böcklin con la rivisitazione in chiave più personale e “sintetista” di Wolf Ferrari.
Tonalità calde e avvolgenti rappresentano il fil rouge delle opere del maestro veneziano: tutto – dai paesaggi della Bassa Sassonia alla fioritura delle eriche, dalle fredde e dense nubi al cielo placido di un tramonto – si veste di un’emozionante e totale immersione nella natura tipica delle suggestioni postimpressioniste.

Ma non solo bellezza. Infatti, accanto a opere puramente naturalistiche si alternano dipinti dalla forte carica simbolica. Paesaggi notturni, rituali magici, rocce, nubi e ombre ci catapultano nelle atmosfere di Munch trasmettendo un senso di mistero e di inquietudine.

Per ripercorre l’intera vicenda dell’artista, accanto agli oli su tela a Conegliano sono esposti anche tre pannelli in vetro con “Paesaggio, Casa, Betulle” dalla connotazione al limite col fiabesco e un paravento a quattro ante dove giochi di riflessi sulla superficie dell’acqua suggeriscono forti cariche cromatiche ed emotive.

Come in un volo pindarico verso i soggetti prediletti di Monet, proprio le betulle, i salici e i glicini sono i protagonisti in una serie di dipinti che, se da una parte testimoniano l’influenza klimtiana, dall’altra mettono in risalto caratteristiche tipiche di Wolf Ferrari per la forte componente poetica resa dall’uso della luce e di colori dalle tinte preziose.

Una magia in più: ad accompagnare il visitatore lungo le sale di mostra, un percorso sonoro realizzato attraverso i brani del compositore, fratello di Teodoro, Ermanno Wolf Ferrari (Venezia, 1876-1948), anch’egli partecipe di un ambiente culturale particolarmente colto e sensibile alle tendenze artistiche europee.

Tutte provenienti da collezioni private, gallerie, dimore di appassionati e intenditori – un nucleo significativo giunge dalla Collezione Coin – le opere in mostra fino al 24 giugno 2018 a Palazzo Sarcinelli di Conegliano (Treviso) rappresentano un’occasione rara per riscoprire un autore che non ha solo raffigurato con eleganza e rispetto la natura, ma è anche testimone e artefice di quella trasformazione dell’arte italiana tra XIX e XX secolo.
Dettagli
Didascalie immagini
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Teodoro Wolf Ferrari, Notte, 1908. Olio su tela, 87 X 186 cm. Collezione Coin
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Teodoro Wolf Ferrari, Sera di Settembre, 1933. Olio su compensato, 84,2 X 61 cm. Collezione Coin
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Teodoro Wolf Ferrari, Il cipresso e le rose, 1919. Olio su tela, 106 X 101,5 cm. Collezione privata
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Otto Vermehren (1861-1917), L'isola dei morti d’après Arnold Böcklin, 1900 circa. Olio su tela, 71,5 X 135,3 cm. Collezione privata
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Teodoro Wolf Ferrari, L'isola misteriosa, 1917. Olio su tela, 76 X 97 cm. Collezione privata
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Teodoro Wolf Ferrari, Bufera, 1908. Olio su tela, 123 X 161,5 cm. Collezione Coin
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Teodoro Wolf Ferrari, Danza Macabra, 1908. Olio su cartone pressato, 54 X 52,4 cm. Collezione Coin
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Teodoro Wolf Ferrari, Paesaggio Notturno, 1908. Olio su cartone, 33 X 44,5 cm. Collezione Coin
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Teodoro Wolf Ferrari, Paesaggio, Casa, Betulle, 1912. Vetro, 33,5 X 29 cm singolo pannello. Collezione Coin
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Teodoro Wolf Ferrari, Paesaggio, Casa, Betulle, 1912. Vetro, 33,5 X 29 cm singolo pannello. Collezione Coin
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Teodoro Wolf Ferrari, Betulle, 1913. Olio su tela, 65,5 X 75 cm. Collezione Coin
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Teodoro Wolf Ferrari, Betulle e glicini, 1919. Olio su tela, 165 X 120 cm. Collezione privata
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Teodoro Wolf Ferrari, Salici sul lago, 1915. Olio su tela, cm 85 X 100. Padova, Courtesy Galleria Nuova Arcadia di L. Franchi
IN COPERTINA
Teodoro Wolf Ferrari, L'isola misteriosa, 1917. Olio su tela, 76 X 97 cm. Collezione privata
[particolare]
Dove e quando
Evento: Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio
Indirizzo:
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Fino al: 20180624