«Mompox non esiste» disse. «Talvolta la sogniamo, ma non esiste». «Posso almeno testimoniare che esiste il campanile di Santa Bárbara» disse José Palacios. «Da qui lo vedo». Il generale aprì gli occhi tormentati, si levò sull’amaca, e vide nella luce di alluminio del mezzogiorno i primi tetti della molto antica e afflitta città di Mompox.

(Gabriel Garcia Márquez, Il Generale nel suo labirinto)

Così il grande scrittore colombiano Gabriel Garcia Márquez introduce ne Il Generale nel suo labirinto la città di Mompox, situata all’interno della Colombia sulle rive del Rio Magdalena. Il racconto ripercorre l’ultimo periodo nella vita di Simon Bolívar, il Libertadòr che fu l’artefice, nei primi decenni dell’Ottocento, dell’indipendenza delle colonie spagnole nella parte settentrionale del Sudamerica, dalla Colombia al Venezuela e fino alla Bolivia e al Perù. Garcia Márquez narra il ritorno di Bolívar a Mompox nel maggio 1830, l’ultimo di una lunga serie: proprio qui aveva avuto inizio la travolgente avventura del generale, a Mompox aveva riunito un primo nucleo di 400 uomini che era andato crescendo di giorno in giorno in quella che divenne rapidamente un’inarrestabile marcia trionfale, la “Campaña Admirable”, culminata con l’arrivo a Caracas, città natale di Bolívar, il 6 agosto 1813; sulla piazza del Municipio di Mompox un monumento celebrativo riporta la storica frase pronunciata dal generale: “Si a Caracas debo la vida, a Mompos debo la gloria”.

L’ingresso nella dimensione onirico-favolistica di quel “realismo magico” che tanto affascina i lettori dei romanzi di Garcia Márquez inizia a prendere forma quando a Magangué ci si imbarca sul traghetto – una chiatta rugginosa e ansimante carica all’inverosimile di mezzi pesanti – che per circa un’ora risale lentamente il corso del Rio Magdalena fino ad approdare all’isola Margarita, su cui sorge Mompox. La vastissima isola fluviale – oltre 2.000 chilometri quadrati – è così poco elevata sulle acque che in occasione delle piene stagionali rimane in gran parte allagata per mesi, tanto che quella dei momposinos è stata definita una “cultura anfibia”: infatti, sull’isola si alternano i periodi in cui si coltiva la terra e ci si sposta con i carri a quelli in cui ci si dedica alla caccia e alla pesca muovendosi a bordo di canoe, secondo un ciclo annuale che si tramanda dall’epoca precolombiana, quando vivevano in questa zona gli indios zenù, noti per la grande sapienza nella regimazione delle acque e nella costruzione di canali.

Fondata nel 1537 come Santa Cruz de Mompox, la città costituiva il caposaldo e centro di smistamento delle merci che dall’interno del continente erano dirette verso il porto atlantico di Cartagena e viceversa: di qui passavano schiavi, tabacco e metalli preziosi. Qui s’insediò una comunità di mercanti provenienti dall’Andalusia, per la maggior parte da Siviglia, che conferirono alle architetture cittadine i caratteri ispano-moreschi tipici della loro terra di origine, evidenti in particolare nella chiesa di Santa Barbara: costruita agli inizi del Seicento, si distingue per l’elaborata e stravagante architettura del suo campanile a forma di torre ottagonale – in ricordo della torre in cui, secondo la leggenda, il padre fece rinchiudere la fanciulla Barbara per impedirle la conversione al cristianesimo – e per la struttura e la decorazione del soffitto ligneo interno, dai caratteri arabeggianti.

Di origine araba è anche il nome albarradas con cui si indicano le muraglie che costeggiano il fiume, formando una passeggiata lungo la quale si affacciano le case più belle di Mompox. Le dimore aristocratiche dai grandi patii ombrosi, spesso precedute da portici aperti sul lungofiume, furono costruite fra il XVI e il XVII secolo dalle numerose famiglie dell’aristocrazia spagnola che s’insediarono in questa città, resa ricchissima dalla sua posizione e dal ruolo chiave che le era stato attribuito: a Mompox infatti era situata la sede della Dogana nella quale confluiva il fiume d’oro proveniente dalle miniere dell’interno, e dove veniva effettuata l’operazione detta Quintaje del oro con la quale l’oro veniva pesato, destinando per legge un quinto del totale al Tesoro della Corona di Spagna.

Inaspettatamente, a metà del XIX secolo l’introduzione dei battelli a vapore per la navigazione fluviale, che avrebbe dovuto rendere più rapidi i collegamenti con la costa e favorire la ripresa della città – impoveritasi con la guerra d’indipendenza e le lotte interne che seguirono – segnò la fine di Mompox: il disboscamento selvaggio lungo le rive del Rio Magdalena, realizzato per alimentare le caldaie dei battelli, provocò l’erosione delle sponde e l’insabbiamento del braccio di Mompox. Il traffico fluviale si spostò sull’altro lato dell’isola Margarita, nel braccio di Loba, favorendo lo sviluppo di Maganguè, e il sonno della sua calura senza tregua avvolse Mompox, “un luogo infuocato, dove i batacchi e le cerniere si torcevano dal caldo”, come la Macondo di Cent’anni di solitudine.

A Mompox Garcia Márquez non ha mai messo piede, ma qui trascorse l’infanzia e l’adolescenza l’amata moglie Mercedes, allieva presso il Collegio del Sacro Cuore, adiacente alla chiesa di San Francisco. Così, per Garcia Márquez Mompox, conosciuta attraverso la mediazione di ricordi che non gli appartenevano direttamente ma che gli giungevano da una persona cara, rappresenta come Macondo un luogo dell’anima più che un’entità geograficamente determinata; distesa lungo tre strade parallele al fiume, suddivise da vicoli trasversali in una quarantina d’isolati complessivi, la struttura dell’antica Mompox trova una perfetta rispondenza nella descrizione della Macondo progettata da José Arcadio Buendía: “aveva disposto in modo tale la posizione delle case, che da ognuna si poteva raggiungere il fiume e far rifornimento di acqua con uguale sforzo, e tracciato le strade con tanto buonsenso che nessuna casa riceveva più sole delle altre nell’ora della calura”.

Mompox è famosa per la sua fantastica oreficeria, un’arte di origine ispano-moresca introdotta dai coloni sivigliani, che si è fusa con una millenaria tradizione indigena. L’altissimo livello raggiunto dalle culture precolombiane nella lavorazione dell’oro è testimoniato dagli straordinari manufatti custoditi nei Musei dell’Oro di Bogotà e Cartagena; si tratta di quel poco che è sopravvissuto all’ingordigia della Conquista spagnola, durante la quale tutto l’oro su cui si riusciva a mettere le mani veniva fuso, riconoscendo solo il valore del metallo prezioso in sé. La raffinata filigrana momposina tramanda tecniche e disegni nei quali il metallo, ridotto in fili sottilissimi, assume una levità quasi eterea, e anche questa peculiarità locale Garcia Márquez l’attribuì alla sua Macondo, dove il colonnello Aureliano Buendía, protagonista di Cent’anni di solitudine, trascorre gli ultimi anni di vita fabbricando pesciolini d’oro secondo un’arte appresa dai maestri locali: «In verità, ciò che gli interessava non era il guadagno ma il lavoro. Aveva bisogno di tanta concentrazione per incastrare squame, incastonare minuscoli rubini negli occhi, laminare branchie e montare pinne, che non gli restava un solo vuoto da riempire con la delusione della guerra».

Il detto locale “da Mompox non si passa, a Mompox si arriva”, pare suggerire che qui si vive in una dimensione particolare: il tempo appare scandito dalla ritmica oscillazione della mecedora momposina, la sedia a dondolo con schienale e seduta di paglia intrecciata vanto del locale artigianato, immancabile in ogni casa; le fa da contrappunto il sommesso fruscio dei grandi ventilatori a pale che suscitano mobili, fuggevoli ombre dai soffitti di ogni stanza, in un’atmosfera trasognata che cancella il confine tra possibile e immaginario.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. La chiesa di Santa Barbara costruita nel 1613, mostra influenze ispano-moresche (© Donata Brugioni)
  2. Davanti al Municipio un monumento ricorda che qui iniziò nel 1812 la guerra d’indipendenza dalla Spagna, con 400 uomini agli ordini di Simon Bolívar; il Libertadòr tornò a Mompox più volte, elencate in un cippo collocato sul lungofiume (© Donata Brugioni)
  3. L’interno della chiesa di Santa Barbara, con il soffitto ligneo di stile ispano-moresco, opera di maestranze provenienti dall’Andalusia (© Donata Brugioni)
  4. A protezione delle case costruite sulla sponda del Rio Magdalena furono erette nel XVI secolo le albarradas, barriere in muratura a protezione dalle piene del fiume (© Donata Brugioni)
  5. Il Portal de la Marquesa, porticato che fronteggia una serie di dimore nobiliari sulla riva del Magdalena (© Donata Brugioni)
  6. Nelle ore centrali del giorno, le vie di Mompox appaiono completamente deserte sotto il sole implacabile (© Donata Brugioni)
  7. La chiesa di San Francisco, la più antica della città, fu costruita nel 1580 (© Donata Brugioni)
  8. I pesciolini d’oro sono uno dei prodotti caratteristici dell’oreficeria momposina (© Donata Brugioni) / La mecedora momposina, la sedia a dondolo vanto degli artigiani locali, è presente ogni patio (© Donata Brugioni)

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La chiesa di Santa Barbara costruita nel 1613, mostra influenze ispano-moresche
(foto © Donata Brugioni)
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