
Apologo sulla letale ingenuità che spinge ancora alcuni a credere agli annunci ufficiali – spesso propaganda mirata a evocare scenari idilliaci al pari della pubblicità – che inducono la percezione di un mondo scintillante di promettenti occasioni che realmente non c’è, Gold dell’australiano Anthony Hayes è un’opera cupa per questi nostri tempi cupi.
‘Una volta, in qualche posto non lontano da adesso‘ è la dicitura che apre il film, dichiarando fin dall’inizio l’intento di rappresentare – al peggio – le iniquità del mondo contemporaneo, in cui anche avere un lavoro non dà garanzie sulla possibilità di emanciparsi dalla povertà.
Un giovane in viaggio su un treno merci scende in un villaggio assolato in mezzo al nulla, quasi del tutto deserto, dove ha appuntamento con un altro uomo che dovrà, dietro lauto compenso, portarlo a lavorare in un campo lontano, disperso in territori remoti. Gli stessi territori che accolgono i viaggiatori, quelli che hanno l’ardire di oltrepassare il confine, con un cartello che, nei quattro idiomi più diffusi del pianeta, rivolge a tutti la stessa minacciosa intimazione: ‘accesso limitato ai territori orientali, state entrando a vostro rischio!‘
Il destino ha sempre in serbo sorprese, impossibili da calcolare a priori e per questo sfuggenti a ogni tentativo di pianificazione; l’incauta accensione dell’impianto di condizionamento dell’aria nell’auto, ma soprattutto averlo spinto al massimo della potenza contro le alte temperature esterne, provoca un arresto nel bel mezzo di un’arida pianura perennemente battuta dal vento, implacabilmente riarsa dal sole. Un luogo inospitale, dove il giovane in viaggio verso il miraggio di grandi opportunità troverà l’oro, un giacimento forse non così ricco, di certo già in grado di cambiare il destino dei due uomini sul posto e non solo il loro.

Con un’ampia desaturazione dei colori nella fotografia a dare consistenza tangibile al calore infernale del deserto, Gold è il terzo lungometraggio da regista dell’attore Anthony Hayes, in attività dall’età di nove anni, che nel film – scritto con la moglie Polly Smyth – si ritaglia anche il ruolo dell’autista che deve portare il protagonista a destinazione. Il californiano Zac Efron, solo sullo schermo per la maggior parte del tempo, è invece il giovane scopritore della vena d’oro.

Forse per la sua capacità di leggere metaforicamente il presente Gold sembra voler essere invito a coltivare diffidenza, mostrando l’altro come una minaccia; tendenza diffusa in certo cinema, usato come veicolo ideologico per indurre abitudine e accettazione di idee discutibili, come ad esempio Finch con Tom Hanks orientato, oltre alla sfiducia negli altri, a porre sullo stesso piano essere umano e robot per rendere consueti orizzonti di transumanesimo non troppo lontani.

Interamente girato nel sud dell’Australia, Gold di Anthony Hayes può essere letto anche come parabola sul lato oscuro dell’uomo, corruttibile e sempre pronto a scivolare nella follia o nella bestialità; distribuito da Adler Entertainment, è adesso finalmente nelle sale italiane.