
‘Griffato’ Festival di Cannes 2020 è arrivato sugli schermi italiani distribuito da Officine Ubu, Gagarine – proteggi ciò che ami di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh, tra i titoli più interessanti selezionati per l’edizione che, causa pandemia, non si è potuta svolgere.
Il sedicenne Youri vive da sempre alla Cité Gagarine, un complesso abitativo con trecento e settanta appartamenti costruito a inizio anni sessanta a Ivry-sur-Seine, uno dei comuni limitrofi intorno a Parigi che costituirono la cosiddetta ‘cintura rossa’ in cui l’amministrazione politica era all’epoca orientata a un’ideologia dell’est, talmente espressa anche nell’edilizia da trasformare gli edifici prodotti in simboli stessi del partito comunista nazionale.
Residuo di un concetto architettonico che dava forma a utopie collettive, la Cité Gagarine a lungo ha rappresentato per molti migranti, giunti da paesi lontani in guerra, oppressi da dittature o segnati da fame e miseria, il primo rifugio su territorio francese; anche i genitori di Youri vi erano giunti giovanissimi prima che lui nascesse e adesso, che suo padre è morto e sua madre se n’è andata, il ragazzo continua ad adoperarsi per portare avanti una resistenza alle voci di un possibile smantellamento della struttura, in gran parte fatiscente e minata dal disinteresse delle istituzioni.
Intestato al famoso cosmonauta russo Yurij Gagarin – primo uomo a essere andato nello spazio, che nel 1963 presenziò l’inaugurazione – questo complesso residenziale viene gradualmente abbandonato dagli altri abitanti, mentre Youri inizia a raccogliere oggetti abbandonati negli appartamenti vuoti trasformando il suo in una vera e propria capsula, di fatto l’astronave per quel viaggio nello spazio che fin da piccolo ha sempre sognato; il potere dell’immaginazione prende campo, rivelandosi di grande utilità per affrontare la durezza della vita.

Gagarine – proteggi ciò che ami segna l’esordio di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh nel cinema di finzione dopo alcuni cortometraggi documentari, il primo dei quali ha fatto da soggetto allo sviluppo della sceneggiatura; i due cineasti erano stati ingaggiati nel 2014 da un gruppo di architetti per filmare il luogo e i suoi abitanti proprio in relazione al progetto di demolizione, ma subito si è manifestato il desiderio di raccontare sogni e speranze di quell’umanità eterogenea.

L’opera prodotta da questa ispirazione è un ritratto agrodolce intriso di nostalgia, la cronaca di uno stato d’animo nutrito da addii e partenze, con canzoni in colonna sonora che amplificano lo struggimento nella dolcezza della lingua turca. Il senso della perdita per qualcosa che cambia e che perciò non sarà più, destinato ad abitare inevitabilmente soltanto il ricordo è un po’ la valenza stessa del film, testimonianza che resta di un luogo scomparso affidato alla memoria.

Esordiente assoluto alla sua prima esperienza di recitazione, il giovane Alséni Bathily è stato scelto per il ruolo di Youri per il contrasto tra l’imponenza della corporatura e l’innocente candore dello sguardo, col sorriso che esprime la fanciullezza cui ancora appartiene il personaggio. Finnegan Oldfield ha il ruolo di uno spacciatore meno ostile di quello che appare, mentre Lyna Khoudri che già abbiamo apprezzato in altre prove è l’amica rom Diana.

Un personaggio che rappresenta l’incontro impossibile tra l’umanità di un mondo orizzontale, quello degli zingari accampati nelle baracche intorno alla Cité Gagarine, con il mondo verticale dei residenti nel colosso di cemento in un film che è espressione di un sentimento più che racconto strutturato a fini narrativi.