Lo svolgimento della cérémonie de clôture alla 75a edizione del Festival di Cannes ha visto consumarsi il consueto rito di assegnazione dei premi da parte della giuria presieduta dal francese Vincent Lindon; senza campanilismo – che in fatto di Cinema non mi è mai appartenuto – spiace che il verdetto abbia solo leggere sfumature italiane perché il bellissimo Nostalgia di Mario Martone, unico film italiano in concorso, avrebbe meritato riconoscimento.

Lo svedese Ruben Östlund dopo aver conquistato la Palma d’Oro nel 2017 con The square, portandone a casa una seconda con il suo Triangle of sadness, entra nel ristrettissimo gruppo di soli nove cineasti ad aver conseguito tale risultato. Con la consueta caustica ironia, dopo il mondo dell’arte contemporanea del film precedente, adesso Östlund porta il pubblico in crociera su una nave pilotata dal capitano Woody Harrelson per mettere alla berlina il mondo dell’alta moda e la vita lussuosa di élite ricchissime e ristrette.

La Corea del Sud vince il premio alla regia assegnato a Park Chan-wook – tornato finalmente dietro la macchina da presa sei anni dopo il precedente Mademoiselle – per Decision to leave, indagine sulla morte di un uomo in alta montagna, ma anche quello per l’interpretazione maschile andato a Song Kang-ho per Broker del giapponese Hirokazu Kore-eda; noto protagonista di Parasite, qui l’attore coreano si muove al centro di una storia intricata che ruota intorno agli sportelli in cui vengono abbandonati i neonati di cui non si può aver cura.

Il premio alla miglior interpretazione femminile è andato all’iraniana Zar Amir Ebrahimi protagonista del thriller di Ali Abbasi Holy spider, in cui è un’investigatrice che indaga su delitti seriali tra le prostitute della città santa di Mashhad; produzione europea di un regista naturalizzato danese che, se ne rammaricava l’attrice nel discorso di ringraziamento, non potrà essere visto in Iran. Anche quest’anno, nuovamente, la giuria ha sentito il bisogno di assegnare due ex aequo per il Premio della Giuria e per il Gran Premio.

Il Premio della Giuria è andato a Eo di Jerzy Skolimowski, coproduzione italo-polacca con protagonista un asinello innocente nonostante le avversità, con Le otto montagne della coppia belga Vandermeersch/Van Groeningen, girato in Valle d’Aosta con Luca Marinelli e Alessandro Borghi protagonisti, è la trasposizione del romanzo omonimo di Paolo Cognetti. Un premio speciale per la 75a edizione è andato a Tori et Lokita dei fratelli Dardenne, su due ragazzi africani che giunti in Europa si fingono ostinatamente fratello e sorella.

L’altro ex aequo, il Gran Premio, è stato diviso tra Stars at noon di Claire Denis ambientato nel Nicaragua degli anni ’80 e Close del fiammingo Lukas Dhont, che all’esordio con Girl nel 2018 aveva vinto la Camera d’Or e con questa opera seconda, nuovo racconto di crescita adolescenziale, entra di nuovo nel palmarès. A Tarik Saleh, svedese con genitori egiziani noto per il bellissimo Omicidio al Cairo, è andato il premio alla sceneggiatura per il suo Boy from heaven, cupo ritratto dell’aspra lotta per la successione di un defunto imam.

Al di là dei premi assegnati però sono molti altri i titoli interessanti, che speriamo di vedere distribuiti da noi anche in assenza di riconoscimenti. Alcuni esempi: l’impietoso dramma francese Frère et sœur di Arnaud Desplechin, Tchaikovsky’s wife di Kirill Serebrennikov unico russo ammesso sulla croisette incentrato sulla figura tragica della moglie del grande musicista, il perturbante Crimes of the future di David Cronenberg che continua il percorso di tutta una vita, fatto di mutazioni fisiche che finiscono col diventare anche psichiche.
