Giunto alla quinta edizione – proseguendo il GD4 Photo Art – il Mast Foundation for Photography Grant on Industry and Work è il concorso internazionale di fotografia istituito per dare voce, e visibilità, alla ricerca fotografica di giovani artisti su tematiche dell’industria, della tecnologia, del territorio e del lavoro. La giuria internazionale ha selezionato, fra i quaranta progetti semifinalisti, i quattro che hanno ricevuto i mezzi per completare il proprio lavoro in ulteriori sei mesi.

Mari Bastashevski, Sara Cwynar, Sohei Nishino e Cristóbal Olivares sono fotografi emergenti che hanno focalizzato su contesti ambientali e socio-culturali diversissimi, ma declinano un identico linquaggio volto a palesare come la tecnologia abbia influito, e cambiato, il mondo del lavoro, l’ambiente e l’industria, oltre all’evoluzione del rapporto intrattenuto con la tecnologia stessa.
Fino al 1° maggio sono esposte, nella sede bolognese del Mast, le opere di questi giovani artisti e la mostra, curata da Urs Stahel (responsabile delle attività espositive e della collezione di fotografia industriale della Fondazione Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) è l’atto conclusivo del Photography Grant 2018 assegnato ex-aequo a Sara Cwynar e Sohei Nishino.

Al riguardo il Curatore spiega come facciano “luce su quattro realtà geografiche e umane che riflettono le rapidissime trasformazioni in atto nel mondo a livello economico e produttivo e le loro implicazioni ambientali, sociali, ed etiche nella vita di ciascuno di noi. Dobbiamo continuamente prendere atto di quanto siano scarse le nostre conoscenze sul mondo della progettazione, dello sviluppo, della produzione, del marketing e della vendita di prodotti, di quanto sia limitata la circolazione di immagini provenienti da questi settori. A grandi passi, la ricerca, la tecnologia e la finanza hanno reso astratto il nostro mondo. Tanto più importante ed essenziale diventa allora visualizzarlo: solo restituendolo attraverso le immagini possiamo tentare di seguirne i percorsi, di comprendere gli aspetti più radicali della digitalizzazione, l’apertura di nuovi ambiti, nuove conoscenze, nuovi materiali e nuovi modelli finanziari. E la comprensione del mondo è condizione primaria ed essenziale per l’esistenza di un cittadino adulto e responsabile in una società libera e democratica.”

Nel suo progetto “La fabbrica del colore”, Sara Cwynar (nata a Vancouver nel 1985, ma vive a New York) attraverso un video e nove immagini, teorizza sulla produzione dei colori e il loro utilizzo rapportandolo alla condizione femminile attuale assunta dalla pubblicità e si interroga sulla “relazione che intercorre tra il colore e la nostra idea di bellezza e artificio”. Durante la visita guidata dalla stessa artista, ha sottolineato “This film and video project, entitled Colour Factory, explores the standardisation and commercial production of colour, connected through themes of feminism and colour theory. At its heart the project is about the ways that standards of colour, beauty and capitalism impose themselves on lived human experience.”

Negli ultimi dieci anni, Sohei Nishino (nato a Hyogo in Giappone nel 1982) ha prodotto opere basate sulle sue esperienze personali ottenute viaggiando per il mondo. Mediamente cammina per le strade di una città per tre mesi, esplorando punti panoramici per raccogliere decine di migliaia di scatti che poi seleziona, stampa accuratamente e assembla. La serie di “diorama maps” sono quindi complesse composizioni di immagini di città che, da lontano, sembrano astratte, ma esaminandole attentamente, mostrano l’unicità del lavoro. In mostra la Pianura Padana che segue il flusso del Po e quello della vita di chi ci vive.

Scrittrice e ricercatrice, Mari Bastashevski (nata a San Pietroburgo nel 1980, vive tra Danimarca e Svizzera) con indagini sul campo, ha studiato e ricostruito – attraverso foto, interviste e documenti – l’emergenza idrica della città di Flint, nel Michigan, iniziata nel 2013 e la fornitura di acqua potabile da Detroit. In questo lavoro, documenta le diverse forme di gestione della crisi a lungo termine a vantaggio di funzionari e dirigenti delle aziende preposte e a discapito della salute e delle condizioni di vita degli abitanti, in particolare i più poveri. Una testimonianza di forte impatto e denuncia.

Il progetto di Cristobal Olivares (nato a Santiago del Cile nel 1988) esamina il fenomeno migratorio dalla Repubblica Dominicana al Cile. Sono stimate in trentamila le persone che hanno lasciato il loro paese e, una su due, sono arrivate illegalmente. Olivares scrive: “Ai domenicani è richiesto un visto speciale per entrare come turisti rendendoli un facile bersaglio per i contrabbandieri. Sono ingannati, derubati, abusati psicologicamente e sessualmente. La maggior parte sono intercettati nei propri paesi dove ricevono offerte che comprendono la contraffazione del visto, un viaggio di oltre dieci giorni su aerei, autobus e lunghissime camminate attraverso il deserto. Ai confini tra Perù, Bolivia e Cile c’è il rischio anche dei campi minati, a oltre 3.800 metri di altitudine e temperature estreme nelle escursioni notturne.” Una cruda rappresentazione dove i protagonisti appaiono di spalle per paura di ritorsioni ed espulsioni.
Accompagna la mostra un bel catalogo delle edizioni Mast.