Cosma e Damiano, medici siriani vissuti nel III secolo d.c, sono ricordati in tutti gli antichi testi di storia della medicina, ma soprattutto nella “Leggenda Aurea” del beato Jacopo da Varagine (1228-1296) Vescovo di Genova a cui si deve quest’opera (forse la più conosciuta dopo il Vangelo!) in cui raccolse con fede, devozione, fantasia, le notizie, le leggende le cronache, le curiosità sulla vita di tutti i Santi. Fratelli gemelli, nacquero a Egea, città della Cilicia in Asia Minore (oggi Turchia). La loro madre, la pia Theodora (dono di Dio) o Theodata (consacrata a Dio) li avviò allo studio dell’arte medica in Siria. Qui appresero compiutamente “a cacciare tutte le infermitade non solo dagli uomini ma eziandio dalle bestie, facendo tutto in dono”. Così i due giovani medici seguirono quegli insegnamenti di profonda educazione cristiana che avevano avuto col latte materno ed erano considerati medici guaritori “anargiri” (dal greco: senza argento). Infatti, curavano e guarivano gli ammalati senza richiedere alcun compenso. Secondo una leggenda che Jacopo da Varagine racconta che solo una volta, Damiano non riuscì a rifiutare l’offerta di due uova fresche che una donna di nome Palladia, felicemente guarita, volle a tutti i costi fargli accettare. Questo scatenò l’ira dell’integerrimo Cosma che, severo, intransigente, offeso, promise che, mai e poi mai avrebbe voluto, alla morte, essere sepolto accanto al debole fratello. Invece, come ci racconta Beato Angelico (1378-1455) nella predella della splendida Pala di San Marco (Firenze, Museo omonimo) durante la sepoltura, dopo il loro tormentato martirio, avvenuto per decapitazione per ordine del Proconsole Lisya, governatore della Cilicia, durante la persecuzione dei Cristiani del 303, voluta da Diocleziano, un cammello presente sulla scena parlando (come in un fumetto) con voce umana (in corretto latino) disse: “Nolite eos separare a sepoltura, quia non sunt separati merito” (Non siano separati nella sepoltura perché non sono dissimili nel merito). Il loro supplizio, che terminò con la decapitazione, conferma la dura pervicacia dell’accanirsi dei carnefici contro i due santi medici anargiri e la loro tenace fede cristiana, ma anche la divina protezione del cielo di cui godevano. Legarono mani e piedi e li scaraventarono giù da un’altissima rupe, gettandoli in un mare in tempesta, ma un angelo in volo, li riprese e li riportà a terra.

Buttati in un rogo ardente, le fiamme si ritrassero senza bruciarli, volgendosi, ancor più infuocate, contro i loro torturatori. Si pensò allora alla lapidazione ed alla crocifissione con le frecce. Ma sia le pietre che le frecce tornarono indietro per colpire e trafiggere mortalmente gli aguzzini. Alla fine, fu loro concesso “il privilegio” della decapitazione che era riservata ai cittadini romani. Così, i due medici anargiri resero, dopo tante tribolazioni, le loro gloriose anime a Dio. Era il 26 settembre 303 d.c. Una morte tanto duramente guadagnata e sofferta, confermava la loro santità e i prodigi, i miracoli loro attribuiti, cominciarono subito a generare l’enorme devozione popolare da parte dei fedeli di una vastissima area geografica (Italia, Francia, Germania, Grecia, Turchia, Romania, Spagna, Russia etc. …). Ai due santi sono attribuiti, sempre secondo la Leggenda Aurea, che ce li racconta con dovizia di particolari, almeno tre miracoli. Quello del contadino a cui, mentre dormiva, era entrato un velenosissimo serpente nello stomaco e che riuscì a farlo uscire invocando intensamente Cosma e Damiano. Poi c’è il miracolo della donna che riuscì a non cedere alle turpi lusinghe del demonio che si era presentato sotto le spoglie di un caro amico del marito lontano. Anche in questo caso l’arma vincente furono le sue accorate preghiere ai santi anargiri. Infine, il terzo miracolo che è il miracolo dei miracoli, il più clamoroso tra quelli attribuiti ai santi gemelli: quello del trapianto di un arto! Prodigio anticipatore del desiderio della medicina di tutti i tempi, compresa quella di oggi, che non ha ancora concluso completamente e perfettamente un atto tanto importante per le sorti dell’umanità.

Il cosiddetto “Miracolo della gamba nera”, avvenne secoli dopo, a Roma ed è un vero trapianto omoplastico dell’arto di un etiope, morto da poche ore e sepolto nel cimitero di S. Pietro in Vinculis, sulla gamba corrosa dalla cancrena del diacono Giustiniano. Questo Giustiniano era, in realtà il sagrestano della grande Basilica edificata a Roma, per volere di Papa Felice IV (526-530) sulle vestigia di costruzioni di epoca imperiale, proprio in onore dei Santi Cosma e Damiano. Il miracolo che restituì al sagrestano la gamba (anche se nera) avvenne mentre costui dormiva! Ancora oggi, nella Basilica del miracolo, si può ammirare un eccezionale mosaico del IV secolo; nell’abside al centro troneggia la grande figura del Cristo Redentore, verso cui si rivolgono S. Pietro e S. Paolo che gli presentano i due santi medici anargiri. Nella loro vita mito, leggenda, fede si confondono e si intrecciano tanto che si è arrivati a pensare che i due fratelli medici siriani non sono altro che la cristianizzazione delle mitologiche figure dei Dioscuri Castore e Polluce. Anche loro erano medici e curavano e guarivano i malati durante il sonno: incubatio. Comunque sia la loro fama e il loro culto corsero rapidamente dall’oriente all’occidente, restando viva nei secoli come dimostrano le tante testimonianze iconografiche, ma anche “manoscritti” che narrano di loro, i sigilli, i blasoni, le vetrate… C’è poi la tradizione popolare che li ricorda ancora oggi vivacemente, in manifestazioni, corali, processioni, feste in cui si solennizza i loro Dies Natalis, il 26 settembre, giorno del loro martirio. Ma quello che appare davvero interessante è come questa devozione ai due santi anargiri si sia diffusa tanto ampiamente ed autorevolmente nell’iconografia tra il 1400 e il 1500.

Punto di partenza pare proprio sia stata Firenze con la famiglia dei Medici che li scelsero come loro patroni e santi protettori. Molti artisti che gravitavano intorno a questa potente famiglia fiorentina li rappresentarono nelle loro opere, come Beato Angelico, sempre vicini alla Vergine insieme alla miracolistica legata alla loro vita. Nella Pala di San Marco, Beato Angelico ce li presenta proprio inginocchiati davanti alla Madonna, mentre nella predella si narrano, in otto tavole, le vicende della loro santa e gloriosa esistenza. Purtroppo al Museo di San Marco ne restano solo due (quella della decapitazione e quella del miracolo della gamba nera) le altre sono “disperse” in alcuni dei più importanti musei del mondo. Ma la rappresentazione del “Miracolo della gamba nera” di Beato Angelico con la sua intensa magica semplicità che rappresenta l’atto chirurgico in modo lindo, rigoroso, trasformandolo in canto di pura fede, apre la via ad una suggestiva fioritura iconografica che parte dalla Toscana (Lorenzo di Bicci (1429) nel Duomo di Firenze; Pesellino (1428-1457) al Louvre di Parigi; Sano di Pietro (1406-1481) alla Pinacoteca di Siena) e si diffonde in tutta Europa, colpendo fantasia, fede, immaginazione di tanti pittori. Ognuno a suo modo, nel suo ambiente, nel suo momento storico, colloca la sua “visione” del miracolo della gamba nera, conservandone la drammaticità e la forza evocativa e il messaggio di fede che si realizza solo attraverso i sublimi messaggi senza tempo e senza luogo, dell’arte.

Dedico queste mie righe alla memoria di mio padre Elio, chirurgo ortopedico, recentemente scomparso. Come i santi anargiri, all’Ospedale di Santa Maria Sick Assistance Center di Kulna in Bangladesh, ha operato, nei suoi 18 anni di missione umanitaria più di 3300 bambini e giovani adulti, affetti da gravi patologie ortopediche. Ha restituito loro la salute, la dignità e la gioia di vivere, lasciando a noi un alto messaggio di vera e sincera solidarietà ed un grande esempio di quanti “miracoli” si possano fare con la fede, la volontà la dedizione e l’amore per il proprio lavoro.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Ambrosius Francken I, detto il Vecchio
    (Herentals, 1544 – Anversa, 18 ottobre 1618),
    Il martirio e la carità dei Santi Cosma e Damiano (fonte)
  2. Beato Angelico e Zanobi Strozzi
    Santi Cosma e Damiano guariscono il diacono Giustiniano
    dalla pala di Annalena, 1445 circa (fonte)
  3. Sano di Pietro (Siena, 1405 – 1481)
    Predella con storie dei Santi Cosma e Damiano
    da Madonna col Bambino Angeli e Santi (fonte) 
  4. Francesco di Stefano detto Pesellino (Firenze 1422 circa - luglio 1457)
    Miracolo della gemba nera da Pala del Noviziato  (fonte)
  5. Guido di Pietro o Giovanni da Fiesole (Vicchio, 1395 circa – Roma, 18 febbraio 1455), detto Beato Angelico, 
    Sepoltura Santi Cosma e Damiano, 1433 (fonte) 

IN COPERTINA
Un partiicolare di: Sepoltura Santi Cosma e Damiano (Beato Angelico)