[…] Io confesso d’esser pesato, e molte volte de’ miei
dì essere stato;
e per ciò, parlando a quelle che pesato non m’hanno,
affermo che io non son grave,
anzi son io sì lieve che io sto a galla nell’acqua…
(Decameron, Conclusione, 23)
Là était la certitude, dans le travail de tous les jours.
Le reste tenait à des “ls et à des mouvements insigni-
“ants, on ne pouvait s’y arrêter. L’essentiel était de
bien faire son métier.
(Albert Camus, La Peste)

Dopo settecentonovanta giorni di “stato di emergenza” a causa della peste del terzo millennio, anche il governo dl Bel Paese si è finalmente deciso a concedere agli italiani un lento inizio di ritorno alla normalità lasciando, altresì, ampio margine alle riflessioni personali. Al riguardo può essere utile la lettura del libro “Dopo la peste – Desiderio e Ragione nella Decima Giornata del Decameron” che Patrizia Grimaldi Pizzorno ha pubblicato lo scorso anno con Olschki.
Nel capolavoro delle cento novelle, scritto tra il 1349 e il 1353, per Giovanni Boccaccio sono elementi centrali la tematica religiosa e il clero intorno ai quali ruota la vita dell’uomo medievale però, con polemica ironia, usa proprio alcuni ignobili protagonisti della sua opera, per criticare gli atteggiamenti più ipocriti di molti ecclesiastici.
La Decima giornata ha, come ogni opera letteraria, livelli multipli di realtà che originano dall’uso dell’immutatio, la figura di pensiero che esprime un’idea dall’intenzione seria (voluntas) per mezzo di un’altra idea. La stessa strategia retorica gli permette di stabilire un doppio rapporto dialogico tongue in cheek così che il lettore “conoscente” possa decodificare il testo e non prendere per oro colato le historiae dei narratori.
L’ultima giornata cade di martedì e, sotto il regno di Panfilo, narra di chi, con cortesia e magnanimità, ha vissuto avventure d’amore o di altro genere. Saldamente ancorata alla grande tradizione del razionalismo antico-medievale, la Decima Giornata prospetta un’etica delle virtù che pone l’accento sull’operare, ovvero sul fare nel modo giusto, con la giusta disposizione d’animo la cosa buona e bella al momento giusto.

Sullo sfondo della dissoluzione del vivere civile causato dalla peste, il Certaldese rappresenta la progressiva attualizzazione dell’eccellenza morale a partire dal conflitto interno all’anima dei protagonisti. Così, ognuno, possa atteggiarsi di fronte alle passioni, alla risoluzione della crisi con l’intervento della retta ragione che governa il desiderio e detta la scelta giusta nella prassi, fino al conclusivo riconoscimento morale.
Il centro morale dell’ultima decade del Decameron quindi, non è la magnificenza, tema dichiarato della giornata, ma la virtù dianoetica della prudenza: la sapienza, pratica e situazionale legata alla razionalità e al pensiero che considera le conseguenze dell’agire nella communitas, valuta i mezzi e determina come nel concreto le virtù debbano essere attuate per fiorire nella vita di relazione, in vista del conseguimento del fine e del bene dell’uomo.