“Costoro gli antichi e famosissimi
condimenti li hanno cancellati dai libri
e hanno fatto sparire il mortaio;
ecco, il cumino, l’aceto, il silfio,
il formaggio, il coriandolo, i condimenti
dei tempi di Kronos, li hanno buttati tutti via:
chi ne fa uso lo considerano uno che arrangia cibo.
Loro introdussero l’olio, e un nuovo tipo di padella, padrone,
e facevano un fuoco vivace, ma non agitato da troppa fiamma:
questo ci vuole per un pasto come si deve”
Quelli appena riportati sono versi del poeta greco Anasippo ma, a parte il riferimento a Kronos, potrebbero senza problemi essere considerati come l’invettiva di un nostro contemporaneo, magari di
un giudice di un talent show culinario, che apostrofa il disgraziato concorrente gridandogli in faccia che non è altro che “uno che arrangia cibo”. Corsi e ricorsi storici, si potrebbe dire, il che in effetti, è quasi sempre vero. E lo è forse ancora di più nel caso del cibo, che come poche altre cose al mondo agita gli animi (e le papille). La cosa che più ci interessa in questa sede è in particolare il fatto che Anasippo condisce il suo testo con alcune spezie, come il cumino e il coriandolo, che ancora oggi conosciamo, e cerchiamo di usare quando vogliamo fare bella figura in cucina (ma attenzione, vi prego, al coriandolo, che ha uno spiccato sapore di detersivo per i piatti: abusatene, e la vostra cena sarà immangiabile): proprio a questa componente ormai essenziale delle nostre dispense Orazio Olivieri dedica il suo libro L’età delle spezie, edito da Donzelli, che ripercorre la storia di zafferano e pepe, curcuma e cardamomo, dall’antica Roma ai giorni nostri, passando per la via della seta seguendo il percorso della cassia e dello zenzero, la noce moscata e i chiodi di garofano. Certo, anche nella Roma dei primi secoli l’uso delle spezie veniva da molti stigmatizzato come immorale, un inutile spreco da evitare come la peste (a meno che non fossero impiegate per preparare medicamenti), ma nel corso dei secoli la loro presenza in cucina si impose in maniera sempre più evidente, e nel basso medioevo raggiunse l’apice grazie agli scambi con l’Oriente e, allo stesso tempo, ai sistemi di cottura che non consentivano di esaltare il sapore dei cibi che dovevano quindi essere arricchiti da qualche altro sapore. Tutto cambia invece nel Seicento quando, a seguito di una vera e propria rivoluzione nei metodi di cottura, le spezie diventano sempre meno indispensabili. Ma la loro storia è come quella di un fiume carsico, ed ecco che di volta in volta tornano ad imperare sulle nostre tavole…rifletteteci, la prossima volta che assaggerete un biscotto allo zenzero il prossimo Natale.