E’ una di quelle belle e intriganti storie che, ai tempi che furono, si raccontavano a veglia, accanto al confortante focolare di casa, per ingannare le lunghe e fredde sere d’inverno, illuminando la fantasia dell’ascoltatore, corroborando l’immaginario collettivo, con sempre nuovi particolari sulla vita e l’epopea dell’eroe protagonista di questa vicenda: Gino di Tacco. Rampollo della nobile famiglia ghibellina dei Cacciaconti, signori delle terre della Valdichiana senese, fu, insieme ai suoi familiari, padre, zii, fratelli, coinvolto in pesanti problemi giudiziari, condannato dalla guelfa città di Siena, alla pena capitale, eseguita in Piazza del Campo. Però Ghino, ancora minorenne, riuscì a scappare alla morte. Erano gli anni, tra il 1200 e il 1300, quelli delle lotte fratricide tra guelfi e ghibellini che spesso alimentavano non solo la sete di potere ma anche di conquista di terre e castelli.

Ribelle per natura, Ghino, dovette per le circostanze e la tragedia che aveva vissuto, fuggire e nascondersi arroccandosi, impadronendosene, nella fortezza di Radicofani (appartenente alla Chiesa di Roma) punto strategico per il controllo del passaggio della Via Francigena, e considerata imprendibile, come il suo nuovo signore. Divenne, per sopravvivere “un brigante”. Però tutto particolare. Così raccontava il narratore, scaldandosi al ceppo acceso nel camino, perché alle vittime delle sue rapine… lasciava sempre qualcosa per campare o continuare il viaggio. Anzi, spesso le invitava a condividere il suo desco, con una zuppa e un bicchiere di vino! La via Francigena era, in quegli anni, trafficatissima per il via vai di pellegrini devoti, mercanti in cerca di buoni affari, che si recavano a Roma dove già c’era nell’aria l’odore dell’Anno Santo, l’anno della perdonanza di quel Giubileo (1300) pensato e voluto da Papa Bonifacio VIII in cui si poteva purgare l’anima da tutte le colpe commesse, con laute offerte alla Chiesa e pio omaggio alla tomba di San Pietro.

Dunque la posizione della Rocca di Radicofani era ideale e ben remunerativa, per il “Falco di Radicofani” (Ghino) e la sua banda di masnadieri…. che però spesso, si narra dividevano il loro bottino con i più bisognosi della zona! In una delle sue “imprese” Ghino, si imbatté in un importante personaggio che, questa volta, non andava, ma tornava da Roma: il Cardinale di Cluny, celebre per l’abbazia benedettina della Borgogna, che era il centro più importante per l’organizzazione dei pellegrinaggi alla volta delle capitali della cristianità, e punto culturale di riferimento per i mondo religioso del tempo. Il prelato era stato a Roma per consegnare a Papa Bonifacio VIII i soldi delle decime raccolte per lui dalla Chiesa francese. Qui il Cardinale di Cluny trascorse giorni emozionanti, indimenticabili alla corte del papa dove, tra canti, preghiere, suggestive funzioni profumate di incenso, fu abbagliato dal lusso, le ricchezze, lo sfarzo che era quello di un vero e proprio grande e potente monarca.

Di questa manifestazione di indiscusso potere pontificio, anche la tavola era un aspetto non secondario. Alla sontuosa mensa papale (piatti e posate d’oro, calici di preziose pietre dure) curata con eccelso impegno e rigidissima perizia (il Papa temeva il veleno) da uno stuolo di “supercoci” (capocuochi), cuochi, brodieri, panettieri, bottiglieri e speziali che animavano la “coquina dominica”, aveva assaggiato, apprezzato e gustato, forse anche un po’ troppo, piatti sopraffini e vini sceltissimi (tra cui il Cesanese del Piglio, il preferito del Papa). Dunque, il cardinale avvezzo alla parca mensa benedettina di Cluny, aveva decisamente straviziato e alzato il gomito. Infatti, un fortissimo mal di stomaco lo colse, all’improvviso, sulla via del ritorno verso la Francia, tanto che decise, di fermarsi, per curarsi a San Casciano de Bagni, sulla via Francigena, le cui acque, erano, fin da allora note per le alte proprietà terapeutiche. Strada facendo, però, ohimè, s’imbatté in Ghino di Tacco e la sua banda (ben informati del ricco bottino in arrivo!). Tremante, l’alto prelato invocò pietà e misericordia, lamentando anche la sua infermità.

Ebbene, Ghino, cuore d’oro, prese sul serio la cardinalizia patologia. E, dopo averlo però alleggerito del portafoglio, lo accolse nella sua rocca. Qui lo sottopose, amorevolmente, ad una terapia tutta sua che il pio religioso, dovette, suo malgrado accettare. Si trattava di una dieta ferrea che Ghino, novello terapeuta, stabilì per lui. Per giorni e giorni, lo avrebbe nutrito solo di pane, fave secche e vernaccia di San Gimignano (vino dalla storia antica, dal colore dorato, dal sapore asciutto, aromatico con una vena di amarognolo). La cura funzionò….e avvenne il miracolo. Il Cardinale guarito, si ristabilì completamente e, pieno di energia, riconoscenza e amorevole gratitudine (anche perché Ghino, il brigante gentiluomo, gli aveva restituito, non solo la salute, ma anche il portafoglio!) si recò di nuovo a Roma dove chiese ed ottenne da Papa Bonifacio VIII, per Ghino, suo premuroso salvatore/medico, il perdono per tutte le sue malefatte, ed anche il permesso di tornare a Siena da libero gentiluomo del suo rango. Ma anche, incredibile a dirsi, ebbe per lui l’onoreficenza di cavaliere e la prioria all’ordine degli Ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, istituito dopo la prima Crociata, per assicurare protezione e cure necessarie ai pellegrini diretti al Santo Sepolcro.

Ma, questa curiosa storia del brigante dal cuore d’oro e del Cardinale col mal di stomaco da lui curato amorevolmente, non trovò spazio solo nelle domestiche narrazioni accanto al camino, ma entrò, orgogliosamente anche nelle pagine della nostra grande letteratura. Dante, lo ricorda come “vendicatore” nel VI canto del Purgatorio alla terzina 13/15 quando parla del giurista Benincasa da Laterina (quello che decise la condanna a morte della famiglia di Ghino e che lui poi uccise). Boccaccio ne fa il protagonista di una delle novelle del suo Decamerone raccontata dall’Allegra Brigata…durante la decima giornata, dove viene ricordato come esempio di liberale generosità. Ma è la memoria collettiva, con la sua misteriosa fascinazione che fa entrare Ghino in una dimensione eroica senza tempo di cui lui diventa simbolo e campione. Disse di lui un contemporaneo, Benvenuto da Imola: “Ghino non fu infame, come alcuni lo scrivono, ma fu uomo mirabile, grande, vigoroso, giusto, generoso”. Così dunque come un toscano Robin Hood lo rappresenta, oggi, il monumento che la sua terra ha voluto dedicargli ad imperitura memoria.
Didascalie immagini
- Statua commemorativa dedicata a Ghino di Tacco (fonte)
- Bonifacio VIII ritratto in un affresco di Giotto (fonte)
- L’Abbazia di Cluny (fonte)
- Ghino di Tacco nella novella dal Decamerone di Boccaccio (fonte)
- La Rocca di Radicofani (fonte)
IN COPERTINA
Il monumento a Ghino di Tacco a Radicofani
(fonte)
[particolare]