“sulla sua indifferenza, i dolori e le gioie passavano come ombre senza lasciare traccia e, di riflesso, come se questa sua inconsistenza si comunicasse anche al suo mondo esterno, tutto intorno a lui era senza peso, senza valore, effimero come un giuoco di ombre e di luci “
(Alberto Moravia, Gli Indifferenti, 1929)

Proprio cento anni fa il XX secolo si affacciava sulla soglia degli anni venti – definiti “anni ruggenti” (roaring Twenties) negli Stati Uniti e Années folles in Francia – quel decennio intenso e febbrile che seguì alla grande carneficina della Prima Guerra Mondiale e si chiuse con la crisi economica a livello globale, avviata dal crollo della Borsa di Wall Street nel 1929. Agli Anni venti in Italia. L’età dell’incertezza dedica un’importante e interessante mostra il Palazzo Ducale di Genova. La rassegna, aperta fino all’1 marzo 2020, offre non solo una panoramica sulle arti figurative di un decennio ricco di fermenti, ma anche spunti di riflessione su quanto la Storia possa fornire una chiave di lettura del passato utile a comprendere anche il nostro presente.

Introduce al percorso espositivo un gesso di Arturo Martini del 1926, La Tempesta: al centro della scena una navicella sembra sul punto di soccombere alla furia delle onde, mentre in primo piano una figura assiste impotente tra gli alberi scheletriti lungo la riva. Scrivono i curatori, Matteo Fochessati e Gianni Franzone, nel saggio di presentazione: “La lunga ombra della guerra e delle sue brutalità; la travagliata transizione a un’economia di pace in un quadro internazionale di persistente arduo assestamento; il passaggio da una febbrile stagione di rivendicazioni sociali e di primi esperimenti di partecipazione politica di massa a una svolta autoritaria […] tutto contribuì al diffondersi di un forte senso di incertezza individuale e collettiva”.

Personalità di spicco nell’ambito dei Futuristi – era stato tra i firmatari nel 1909 del Manifesto del Futurismo – già nella Maternità del 1916, Gino Severini prefigurava quella rottura con le avanguardie che avrebbe preso corpo negli anni seguenti, e per la quale fu coniata l’espressione “ritorno all’ordine”; un tema che Severini affrontò nel trattato Du cubisme au classicisme (1921), teorizzando il passaggio da un’estetica “cubofuturista” a una pittura che si richiamasse ai grandi maestri del Quattrocento, senza trascurare la lezione della metafisica di de Chirico.

Nella sezione di apertura della rassegna genovese, Volti del tempo, si colgono i principali fili conduttori che ispirarono le arti figurative di questo decennio. L’ampia e articolata varietà di linguaggi espressivi si fondava su un principio comune: il richiamo a valori pittorici del passato, nella ricerca di quella che Margherita Sarfatti – all’epoca musa incontrastata dell’arte italiana – definì “classica modernità”. Definizione che a prima vista appare contraddittoria, così come l’etichetta di “Realismo magico”, applicata alla corrente pittorica che negli stessi anni, attraverso una rappresentazione della realtà esasperata fino a toni iperrealistici, sembrava congelare il trascorrere del tempo in una sorta di incantesimo, di attonito stupore.

In Attese. Sospensione. Malinconia. Inquietudine, la quotidianità intrinseca dei soggetti – come Le lavandaie di Antonio Donghi – si sublima in archetipi; nei dipinti di Carrà, Donghi, Casorati e Guidi, questa sorta di “congelazione statuaria” assume un carattere inquietante, creando un’atmosfera di solitudine e incomunicabilità, di cui è tra gli esempi più significativi la grande tela In tram, di Virgilio Guidi.

La retorica di Stato e le celebrazioni ufficiali della patria vittoriosa non riuscivano a occultare la realtà di un paese che si trovava a fare i conti con i drammatici esiti di una guerra devastante: l’Italia piangeva oltre un milione di morti (quasi metà civili) e tra i reduci erano tornati a casa mezzo milione di mutilati e invalidi. La generale atmosfera d’incertezza diffusa in questi anni, segnati da inquietudini e turbolenze sociali, si rispecchia nelle opere esposte nelle sezioni Il trauma della guerra e Metropoli. Disagio. Violenza. Solitudine; il clima di alienazione delle grandi città trova espressione nelle periferie di Mario Sironi, che l’assenza dell’elemento umano rende ancor più cupe e desolate.

Il tema dell’uomo moderno e della sua trasformazione in senso meccanicistico, già presente nel Futurismo, viene ripreso e sviluppato negli anni venti: immagini di manichini e maschere compaiono di frequente, a simboleggiare la progressiva perdita di identità individuale che la società moderna impone; un soggetto affrontato con sfumature diverse da Severini, Wildt, Sironi, fino ai Cavalieri di Fortunato Depero, in cui l’inquietudine si scioglie in un’immagine giocosa dai vivaci colori.

Al tema del manichino, o della bambola, come elemento di ambiguità identitaria si richiama l’Idolo del prisma di Ferruccio Ferrazzi, in cui una figura androgina appare l’incarnazione di quello che l’artista definiva il “nervoso prismatismo della nostra epoca”. In anni in cui il Fascismo propagandava la sua immagine di “uomo nuovo” – un macho al cui fianco la donna figurava come angelo del focolare e instancabile fattrice – il revival dello stereotipo decadente della donna-vampiro, i disegni di nudi maschili di de Pisis o il Bacio saffico di Alimondo Ciampi, apparivano un modo per prendere le distanze dai modelli che la nascente arte di regime iniziava a proporre.

A conclusione della rassegna due opere di Arturo Martini, La Pisana e La lupa ferita, poste a confronto, incarnano due aspetti opposti e complementari al tempo stesso della femminilità e dell’epoca in cui furono concepite: a proposito della Pisana, morbida figura colta nell’abbandono del sonno, scrisse nel 1930 il critico Lionello Venturi: “La forma è di un rigore assoluto, d’una semplicità esasperata, eppure vibrante, sensibile, sensuale, mentre la serenità della perfezione eleva la sensualità al piano della vita teorica. Ha voluto Martini delle forme classiche? La Pisana è classica e non neoclassica”. Nella Lupa ferita, con il corpo trafitto da un dardo e un grido incontenibile che prorompe dalla bocca aperta, l’elemento primordiale femminile esplode in tutta la sua ferina potenza. Scrivono i curatori: “Se La Pisana è Eros allo stato puro, nella Lupa Eros si incontra con Thanatos, in quel pericoloso connubio tra vitalità e distruzione che è una componente degli anni venti e che troverà l’epilogo più tragico alla fine del decennio successivo”.

Didascalie immagini

  1. Arturo Martini (Treviso 1889 – Milano 1947): La tempesta, 1926 circa – Collezione privata
    (foto Donata Brugioni)
  2. Gino Severini (Cortona, Arezzo, 1883 – Parigi 1966): Maternità, 1916 – Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona
  3. Felice Casorati (Novara 1883 – Torino 1963): Studio per il ritratto di Renato Gualino, 1922-1923 – Collezione privata, Torino – Foto Giuseppe Dell’Aquila, © SIAE / Baccio Maria Bacci (Firenze 1888 – Fiesole, Firenze, 1974): Ritratto di Matteo Marangoni, 1919 – Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova
  4. Antonio Donghi (Roma 1897 – 1963): Le lavandaie, 1922 circa – courtesy by Galleria Russo, Roma / Virgilio Guidi (Roma 1891 – Venezia 1984): In tram, 1923 – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
  5. Carlo Potente (Vicenza 1888 –1934): La cena dei rimasti, 1924 – Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova
  6. Mario Sironi (Sassari 1885 – Milano 1961): Manichino, 1919-1920 – Collezione privata
    (foto Donata Brugioni)
  7. Ferruccio Ferrazzi (Roma 1891 – 1978): Idolo del prisma, 1925 – Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova / Alimondo Ciampi (San Mauro a Signa, Firenze, 1876 – Firenze 1939): Il bacio (Le amiche), 1926 – Wolfsoniana – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Genova
  8. Arturo Martini (Treviso 1889 – Milano 1947): La Pisana, 1928 – Collezione privata
    (foto Donata Brugioni)

in prima pagina: Virgilio Guidi (Roma 1891 – Venezia 1984): In tram, 1923 – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (particolare)

Dove e quando

Evento: Anni Venti in Italia – L’età dell’incertezza

courtesy Ufficio stampa Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura Genova