La Rita di cui si parla è la grande Rita Levi Montalcini (Torino 22 aprile 1909 – Roma 30 dicembre 2011), la stella più luminosa nel firmamento dei grandi della scienza, Premio Nobel per la Medicina nel 1986, gloria del nostro Paese e Senatrice a vita (1987) «per averlo illustrato con altissimi meriti scientifici e sociali», Medal of Science (1987) del Presidente degli Stati Uniti d’America Ronald Reagan… ed ancora infiniti riconoscimenti internazionali e lauree honoris causa. Chi ci racconta questo inedito, goloso particolare è un suo vecchio amico e collaboratore, sia durante il suo periodo di lavoro negli USA, che in Italia al C.N.R., che condivise con lei gli anni frementi ed emozionanti della ricerca e della scoperta. Ce ne parla con una delicata immensa ammirazione, mista a commozione e dolcezza del ricordo, che davvero ci commuove. Così. Questa donna straordinaria a cui il mondo intero è debitore per il valore della scoperta del fattore di crescita delle cellule nervose (Nerve Growth Factor N.G.F) che ha attraversato il XX secolo, con il passo leggero delle principesse delle favole, vestita di blu (il suo colore preferito) senza scomporre l’onda della sua personalissima pettinatura, ma con il piglio di un condottiero coraggioso e vittorioso, ci appare in una dimensione meno aurea, ma più vicina al cuore della nostra banale quotidianità. E questo ce la fa amare ancora di più. Chissà se quel piatto “alla fiorentina”, non dimenticato nonostante i trent’anni passati in USA, che cucinava perfettamente (lei che mangiava una sola volta al giorno… qualche biscottino durante le interminabili ore di laboratorio… una tazza di brodo alla sera) ed offriva agli amici nella sua bella casa romana in Viale Massimo (nei pressi di Villa Torlonia) verdeggiante di piante di ficus, curate personalmente, non la rimandasse al ricordo lontano e ai sapori dell’epoca della sua “clandestinità” in Toscana.

Al momento di buio dell’Umanità, quello della II Guerra Mondiale (1939-1945) e delle leggi raziali, la sua famiglia era di origine ebraica, da Torino dove risiedeva e studiava, dopo il periodo in Belgio, aveva, nel 1943, trovato casa a Firenze, ma anche accoglienza, protezione, salvezza e amicizie vere, “mentre fuori infuriava la bufera”. Queste sono parole sue.
Non sono, dunque, queste mie poche righe, rivolte all’epica narrazione della sua vita di eroina della scienza e al valore incommensurabile della sua formidabile scoperta, perché, davvero, non ne sarei all’altezza. Il mio è, invece, un piccolo affettuoso omaggio alla sua luminosa esemplare persona, ricordandone alcuni momenti minori, solo virgole delle pagine del grande romanzo che fu la sua lunga esistenza terrena durata più di un secolo. Morì infatti a centotre anni, il 30 dicembre 2011.
Mi piace ricordarla, non solo mentre cucina l’ossobuco, ma come studentessa iscritta all’Università di Firenze (si era però già laureata in Medicina a Torino con centodieci e lode) col falso nome di Lupani, per nascondere la sua vera identità o, mentre la sua febbre per la ricerca la faceva improvvisare, in una stanzetta, un piccolo laboratorio dove fare esperimenti sull’embrione delle uova (rare… care… preziose in quel momento) che poi diventavano ottima frittata per la cena della famiglia. Oppure, nei rari momenti di quiete di questo convulso periodo, pensarla (come raccontano, con un pizzico di nostalgia alcune sue lettere) godersi il sole e il cielo di Firenze sul terrazzo dell’ospitale casa di Via Cavour 84, tutto fiorito di “bei gerani rossi” (“Penso a tutto il sole preso sulla terrazza… ai bei gerani rossi” da una lettera agli amici fiorentini). Ma anche in camice bianco, attivissima, instancabile giovane medico, dopo la liberazione all’Ospedale del Quartier Generale Anglo Americano, destinata al reparto dei rifugiati del Nord Italia, curare gli infettivi e i pazienti colpiti da tifo addominale. Un contatto diretto col dolore umano che la segnò profondamente.

Questi significativi episodi della sua vita rimarranno impressi nella memoria e nel cuore, come rivelano le lettere alle persone che le furono vicine. Persone, immagini, emozioni, ansia, paure, piccole gioie, diventarono come flash di un film cominciato con l’orrore e che, a Firenze, ha avuto un lieto fine. Firenze, dunque, con o senza ricetta dell’ossobuco, resta nel cuore di Rita, un posto dove ritornare volentieri per rivedere gli amici ma anche per ritrovare un po’ se stessa. Del resto la Toscana, si dice, avesse per lei un valore particolare perché, nelle dolci terre di Montalcino, ci sarebbe l’origine lontana della sua famiglia. Le belle eleganti, gustose cene di Rita, mi racconta il mio amico, terminavano con una ciambella colorata di gelato di tutti i gusti, ripiena di macedonia di frutta fresca, irrorata di aromatico Grand Marnier…. qualche volta flambè.
Ringrazio di cuore John S. Chen, Assistente all’Istituto di Rita Levi Montalcini per il corso di Neurobiologia della Washington University of Saint Louis (USA) e primo ricercatore al CNR di Roma.