Fra le mostre inizialmente programmate fino a giugno, alla Galleria Nazionale dell’Umbria un eccezionale evento espositivo con l’ampia monografica dedicata a Taddeo di Bartolo (1362 ca. – 1422) fra le più significative presenze artistiche dell’epoca, in patria e non solo. Infatti, come un autentico maestro itinerante, trascorse buona parte della carriera spostandosi tra Toscana, Liguria, Umbria e Lazio al servizio di famiglie politicamente ed economicamente potenti, autorità pubbliche, grandi ordini religiosi e confraternite.

La mostra, curata da Gail E. Solberg, la più accreditata studiosa del pittore, presenta circa cento tavole del pittore senese per ricostruire l’intera sua parabola artistica, dalla fine degli anni ottanta del Trecento, fino al 1420-22, con prestiti provenienti da prestigiosi musei internazionali. Nel saggio in catalogo Silvana Editoriale, la Curatrice spiega: «“Taddeo di Bartolo” è un titolo volutamente generico per una mostra, la prima mai dedicata a questo pittore di prim’ordine, incentrata sui suoi polittici: dipinti composti da più scomparti in legno di pioppo strettamente uniti tra loro in modo da formare strutture che si autosostengono sugli altari. Vere delizie per gli occhi, tali dipinti sono ricchi di colori, di ornati e sfavillanti d’oro. Raffigurano santi del Paradiso e spesso raccontano come lo hanno raggiunto.

La costruzione in più parti, imposta dalla natura stessa del legno, facilitava l’assemblaggio, lo smontaggio e il trasporto dei vari elementi che lo componevano. Nella loro complessità i polittici erano micro-architetture. È probabile che Taddeo collaborasse con il legnaiolo quando disegnava le pale d’altare, soprattutto quelle di grandi dimensioni, e lo stesso deve aver fatto durante le prove di montaggio. I pezzi arrivavano nella sua bottega già forniti di cornici, l’artista si occupava, con l’aiuto degli assistenti, di preparare il legno per la pittura,trasferirvi i disegni, dipingerli e aggiungere ulteriori decorazioni.

Avvolgeva poi i pezzi finiti in coperte, e li spediva a destinazione per mezzo di carri. Nel caso di opere di grandi dimensioni soprintendeva personalmente al montaggio, un obbligo a volte esplicitamente richiesto dal contratto. Considerate le difficoltà pratiche nel dare stabilità a queste strutture alte, larghe ma allo stesso tempo sottili, Taddeo doveva prestare particolare cura nel congiungere gli elementi tra loro e nell’ancorare le pale collocate sull’altare. Era esperto nel suo mestiere se la sua memoria è arrivata fino a noi.»

La rassegna facalizza su tale forma d’arte sacra con la presenza di pale complete e di tavole disassemblate che, riaffiancate, consentono di ricomporre per la prima volta i complessi di appartenenza. Inoltre, in un ambiente che ricrea l’interno di una chiesa francescana ad aula, è stato ricostruito l’imponente apparato figurativo della ormai smembrata pala di San Francesco al Prato di Perugia, di cui la Galleria Nazionale dell’Umbria conserva ben tredici elementi a cui si sono aggiunte le parti mancanti, finora individuate, come le sette tavole della predella raffiguranti Storie di san Francesco, conservate tra il Landesmuseum di Hannover e il Kasteel Huis Berg a s’-Heerenberg, e il piccolo San Sebastiano del Museo di Capodimonte a Napoli che, probabilmente, decorava uno dei piloni della carpenteria.

Dal Palazzo Ducale di Gubbio sono arrivate le otto tavolette, dipinte a tempera su fondo oro con figure di Santi, originariamente appartenute al polittico della chiesa eugubina di San Domenico. Questi lavori di Taddeo di Bartolo sono stati recentemente acquisiti dal Mibact che ha esercitato il diritto di prelazione riconoscendone l’eccezionale interesse storico-artistico e restituendoli così al patrimonio culturale della città.
La mostra documenta inoltre le altre tipologie di opere, come gli stendardi processionali o le piccole tavole di devozione privata, consentendo una ricostruzione quanto più completa del suo catalogo. Dalla prima opera firmata e datata 1389 – alla quale apparteneva l’Annunciazione del Kode Museum di Bergen – fino alla Madonna Avvocata del Museo di Arte Sacra di Orte del 1420, passando attraverso prove capitali della sua carriera quali il polittico di Montepulciano, di cui si espongono le tre cuspidi, e l’imponente polittico della Pinacoteca di Volterra.

Con la speranza che la pandemia inizi la discesa così da riprendere, piano piano, la vita per tuti noi, auspicando in una proroga dopo il 7 giugno (data chiusura) per non perdere questa pregevole operazione culturale, concludiamo con la riflessione di Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria: «Che senso hanno le mostre d’arte e, soprattutto, ha senso allestirle nei musei che già conservano ed espongono importanti collezioni permanenti, sufficienti in sé a motivare una visita? Questa domanda da un po’ di tempo a questa parte viene ciclicamente posta per denunciare da un lato l’impoverimento intellettuale alimentato dalla cosiddetta ‘industria dell’intrattenimento culturale’ applicata al patrimonio artistico, dall’altro per mettere in guardia la società civile – gli addetti ai lavori lo sanno benissimo – circa i rischi che le opere d’arte corrono ogni qual volta vengono movimentate.

Gli accenti di tali critiche sono spesso partigiani nei toni e negli esempi che portano a sostegno delle argomentazioni, il che mi ha reso sempre perplesso sull’opportunità di aderire dichiaratamente a questo ‘partito’ a cui pure mi legherebbe, teoricamente, l’avversione al mostrificio permanente che solo la crisi economica in cui versa l’Italia ha potuto parzialmente e temporaneamente interrompere. La perplessità circa la risposta da dare alla domanda iniziale è che essa non può essere manichea né assertiva, insomma non può essere assoluta ma solo relativa. “Dipende…”, questa è la risposta! Ma da cosa?
Dipende da molti fattori, a partire dal senso che assume il confronto diretto tra opere d’arte che provengono da luoghi diversi e spesso tra loro lontani, per l’avanzamento della ricerca scientifica rispetto a un autore, a una scuola, a un periodo storico o a una tecnica particolari. Di questo senso garantiscono i curatori, studiosi la cui competenza non dovrebbe mai essere inferiore all’eccellenza nel campo specifico. Dipende anche e però, nella concretezza, dallo stato di conservazione di ogni singola opera che si desidererebbe spostare per vederla accostata a un’altra, dalla certezza che lo stress della sua temporanea movimentazione non ne comprometta lo stato di salute.

Dipende, ancora, dalle garanzie che si possono offrire per assicurare la massima cautela durante gli spostamenti e nel corso dell’esposizione al pubblico, dunque dall’affidabilità degli organizzatori, che debbono mantenere standard allestitivi, gestionali e professionali tali da ottenere il massimo risultato con il minimo rischio per ogni singola opera. Tutto ciò premesso, progettare una mostra è una delle migliori iniziative che si possa mettere in campo per consentire il progresso degli studi e, nello stesso tempo, per mettere in luce le opere, gli artisti, i temi e i problemi a cui essi sono dedicati.

Questi eventi – solo in tal caso, infatti, il termine può essere utilizzato, poiché realmente si tratta di occasioni eccezionali, uniche – propongono anche a un pubblico di non addetti ai lavori la visione del patrimonio storico-artistico entro un contesto critico, invitando le persone che visitano la mostra a maturare una coscienza circa il significato culturale dell’opera d’arte. Viene prodotto, così, un doppio e positivo risultato: da un lato si aiuta il museo a essere percepito come un luogo vivo e stimolante, capace con le sue proposte culturali di suscitare interessi via via crescenti presso i suoi fruitori e nel contempo si mette in rilievo come e quanto la collezione permanente sia tutt’altro che uno statico e oneroso lascito da trasmettere intonso alle future generazioni, poiché è proprio dalla volontà di conoscerla meglio, di valorizzarlacome si dice oggi,che scaturisce la necessità di approfondirne le problematiche che sono connesse a ogni singola opera conservata nel museo.

La mostra su Taddeo di Bartolo, nascendo da queste premesse spiegate e documentate nello specifico dell’autore proprio attraverso le pagine che seguono, assume un valore quasi esemplare. La regia di Gail E. Solberg garantisce, infatti, non soltanto la scientificità ma anche l’opportunità dell’intera operazione, il cui esito non potrà dirsi compiuto del tutto se non al termine della mostra, quando i confronti e le riflessioni degli studiosi, dei restauratori e degli storici combineranno assieme una nuova valutazione della figura e dell’opera di questo importante maestro.»
Didascalie immagini Taddeo di Bartolo
- Santa Elisabetta, Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco in Assisi: Collezione Perkins
- Arcangelo Gabriele, cuspide del polittico del 1401,
Capitolo del Duomo di Montepulciano
Foto di Mario Verdelli - Vergine Annunciata, cuspide del polittico del 1401,
Capitolo del Duomo di Montepulciano
Foto di Mario Verdelli - Polittico bifacciale di San Francesco al Prato, 1403, Galleria Nazionale dell’Umbria
- Una delle tavolette dei Sei episodi con la vita di San Francesco, 1403,
Hannover, Niedersächsisches Landesmuseum - Pentecoste, 1403, tempera su tavola, Galleria Nazionale dell’Umbria
- San Tommaso, Museo di Palazzo Ducale, Gubbio
- Santo Stefano, Museo di Palazzo Ducale, Gubbio
- Angelo, Pinacoteca Nazionale di Siena, Polo Museale della Toscana
- Crocifissione, Pinacoteca Nazionale di Siena, Polo Museale della Toscana
In copertina un particolare di
Taddeo di Bartolo, Adorazione dei Magi,
Pinacoteca Nazionale di Siena, Polo Museale della Toscana
Le sette sezioni della mostra temporanemente chiusa
- La prima si apre proprio con il polittico Collegalli del 1389, presente attraverso due cuspidi in prestito dal museo norvegese, cui si affianca lo scomparto centrale dell’opera eseguita intorno al 1390 per San Miniato. Questi lavori, tracciano un percorso che progressivamente si allontana da Siena verso nord, lungo la via Francigena e documentano un giro di committenze sempre più importante al di fuori delle mura senesi.
- Il secondo capitolo è dedicato agli anni novanta del Trecento, un decennio che vide Taddeo lasciare Siena per viaggiare a Firenze, Lucca, la Liguria, fino a Pisa che raggiunse verso il 1395. Lo spazio dedicato alle opere pisane conta, rispetto alle altre sezioni della mostra, il maggior numero di pale d’altare ricomposte, tra cui spiccano le due Madonne che si riuniscono, per la prima volta dopo due secoli, con i santi laterali custoditi a Pisa.
- La mostra prosegue con il ritorno di Taddeo a Pisa, nel settembre 1399, dove si aggiudicò ampi cicli di affreschi all’interno dei principali edifici cittadini, come l’abside del duomo (1401-1405), la cappella e l’anticappella dei priori in Palazzo Pubblico (1406-1408 e 1413-1414).
- L’importante attività di Taddeo di Bartolo come frescante è illustrata da una ricostruzione video in 3D degli affreschi di Palazzo Pubblico, parte di un ricco apparato multimediale che si ripropone di documentare i restauri e le indagini diagnostiche eseguiti in occasione della mostra, grazie al contributo della Galleria Nazionale dell’Umbria, e di illustrare l’altissima qualità tecnica e stilistica della produzione di questo grande maestro. In questa sezione, accanto alle cuspidi del trittico del 1401 di Montepulciano, si trova una serie di tavole che documentano la produzione della sua bottega nel suo quinquennio senese, tra cui si segnala un trittico mariano integro del 1400-1405 destinato a una confraternita laica, oltre a dipinti provenienti da polittici destinati ad altari gentilizi in chiese agostiniane, servite e domenicane.
- Nei più antichi polittici, la narrazione rivestiva un ruolo fondamentale, spesso raccontata nelle predelle. A Siena, tuttavia, non era raro leggere una storia nel campo principale. L’esempio della Maestà di Duccio e dei trittici di Simone Martini, dei fratelli Lorenzetti e di Bartolomeo Bulgarini, non lasciarono indifferente Taddeo al punto da ispirarlo nella creazione della Natività del 1404 e dell’Annunciazione del 1409, opere destinate agli altari della città. Il percorso documenta questa sua fase creativa, presentando gli elementi appartenenti ai due trittici senesi, insieme alla magnifica Pentecoste del 1403 per Perugia che rivelano un pittore pronto a sorprendere gli spettatori sconvolgendo le loro attese. Da questo si deduce che, quando ebbe occasione di dipingere una scena narrativa complessa, Taddeo si distinse realizzando alcune tra le sue migliori opere. Queste storie lo svincolavano dalla necessità di ripetere i soggetti canonici richiesti dalla maggior parte dei clienti, scatenando la sua fantasia.
- Dal fulcro della mostra, rappresentato dal polittico francescano di Perugia, si giunge nella sezione in cui vengono proposti gli elementi innovativi che Taddeo introduceva nelle sue opere; nel corso della sua carriera, l’artista senese mai smise di rinnovare i soggetti più usati, sia dal punto di vista tecnico che da quello espressivo. Un caso evidente è la Madonna col Bambino che presenta evidenti modifiche, allorché si guardi quella del 1390 per San Miniato, quella del 1403 per Perugia o quella del 1411 per Volterra. A cavallo del 1400, inoltre, nelle figure dipinte da Taddeo, si nota un deciso aumento di volume di peso. Personaggi carnosi che fanno la loro comparsa nelle cuspidi di Montepulciano del 1401 migrano nella Pentecoste del 1403 e continuano a maturare negli anni seguenti. Il fascino delle Madonne tarde, risiede in un cambio di stile ben ponderato; si leggono come le prime parole di una nuova lingua che altri avrebbero cercato d’imparare nel corso del Quattrocento.
- La mostra si chiude con la statua in legno dipinto della Madonna del Magnificat, di fatto, l’ultima opera cui partecipò Taddeo di Bartolo.