«Indagherò sul senso originario del pensiero fino a trovare
la sostanza prima dell’esistenza e le dimensioni del suo significato.»
(Lucio Saffaro)

La città natia rende omaggio a una figura originale, inconsueta, intrigante e, pur rifiutando per tutta la vita la definizione di “artista-matematico”, riuscì a trasformare in arte la propria formazione scientifica con la costante indagine pittorica e la mostra “Ritorno a Trieste. Lucio Saffaro tra arte e scienza”, rappresenta la riappropriazione di un valore, la testimonianza di chi è stato lontano, ma è venuto il momento di riferire quanto raggiunto durante l’assenza. Dal punto di vista pittorico è possibile individuare le “origini triestine” nelle sublimi vedute marine: spazi di meditazione dove lo sguardo è concentrato sulle astratte risonanze del paesaggio, attraverso il melanconico silenzio della contemplazione. In queste visioni interiori l’incanto della luce avvolge le linee modulate del mare, sul filo dell’orizzonte si avvertono i riflessi del sogno, la contemplazione delle sponde lontane. L’idillio marino di Saffaro si rivela attraverso la scelta dell’azzurro e dell’indaco, colori questi legati al ricordo di Trieste, tramiti essenziali e sensibili di una pittura interrogante il mistero dell’ultimo confine.

L’arte di Saffaro si muove in modo trasversale rispetto alle tendenze più accreditate dell’arte contemporanea. La sua collocazione in questo ambito non è mai stata di semplice e automatica interpretazione in quanto, l’ampiezza del suo pensiero, non è definibile attraverso i consueti paradigmi storiografici (metafisica, astrattismo, arte concettuale, cinetica, optical). Non a caso, il critico Giovanni Maria Accame, volendo ricondurre la figura dell’artista verso la complessità del suo tempo, ha parlato di “un pensiero multidimensionale assolutamente contemporaneo, dove la pittura deve essere pittura, ispirata anche a idee e figure della matematica, ma non costretta a ripeterne o illustrarne la scientificità”. Così, per quanto sostenuto dalla fede matematica, Saffaro si è concentrato sulla purezza del segno e del colore, strumenti assoluti per inoltrarsi nei varchi dell’ignoto. Fondamentale è la relazione tra il mondo classico e il sapere moderno, tra la memoria del passato e la consapevolezza del presente, attraverso le risonanze tra l’antico e il contemporaneo. In tal senso, il pittore supera i cardini dello spazio-tempo, proiettandosi – come egli stesso ha indicato – nella infinita “spirale senza nome della storia”.

Attraverso una significativa selezione di opere pittoriche e grafiche la ricerca di una vita per restituire l’immagine completa della persona e dell’artista. Lucio Saffaro, classe 1929, si trasferì a Bologna per gli studi universitari dove rimase fino alla scomparsa nel 1998, e le due città costituiscono gli sfondi geografici e culturali in cui si è formato, ha operato, un animo così poliedrico. Da un lato le influenze mitteleuropee rilevabili nelle immagini simboliche dei paesaggi e negli elementi naturali della sua produzione artistica, dall’altro l’interesse matematico e scientifico ritenendo abbia trovato una sua forma ben definita a partire dagli anni di studio in fisica pura all’ateneo felsineo.

Il dialogo tra due città unite da una esperienza artistica così unica e peculiare, si riflette così anche nella collaborazione tra la sede triestina che ospita l’esposizione, al Magazzino 26 del Porto Vecchio, e la casa editrice Bologna University Press che ha realizzato il catalogo curato da Claudio Cerritelli, un volume dove, grazie a contributi critici inediti di Bruno D’Amore e Gisella Vismara, e ai ricchi apparati biobibliografici, è possibile approfondire la poetica e la vicenda di questo artista completamente sconosciuto al grande pubblico.

Nonostante siano passati ventiquattro anni dalla scomparsa, redigere un’esauriente e completa analisi della sua fortuna critica risulta, ancora oggi, impresa ardua e difficoltosa visti i numerosi testi, articoli, saggi, le copiose presentazioni e pubblicazioni di diversa natura che continuano a trattare e a dissertare del suo lavoro.
L’identità di frontiera che caratterizza diverse esperienze culturali legate alla “città dei cieli grigi-azzurri”, nella solitaria vicenda di Saffaro, denota elementi non precisabili e, per molti versi, non definibili riflettendosi nella difficoltà di individuare precise radici per tutte le declinazioni linguistiche, dalla grafica alla pittura, dalla poesia alla filosofia, dalla matematica alla musica.

Molti studiosi hanno affrontato il tema delle “origini triestine” di Saffaro e, recentemente, la professoressa Gisella Vissmara, che cura la segreteria artistica della Fondazione Lucio Saffaro, ha sottolineato come «l’origine mitteleuropea non era cosa di poco conto» e che il contributo a questioni di natura esistenziale è stato importante per cogliere gli inevitabili turbamenti delle «sue magnifiche architetture».
I fondamenti del mondo poetico di Saffaro evocano una dimensione surreale e fantasmatica, dove la sfera dell’inconscio sollecita latitudini infinite, spazi sospesi, atmosfere indeterminate, scenari allucinati. In tale atmosfera così surreale, recitano figure allegoriche dalle sembianze misteriose, strani personaggi di lontane civiltà, presenze del tutto illusorie che non appartengono al tempo cronologico, ma a quello della pura fantasticazione.

La figura preminente è quella paragonabile a un cavaliere che usa la spada così come il pittore usa il pennello, entrambi impegnati a penetrare il velo che separa la dimensione terrena da quella delle idee supreme. Le immagini dipinte negli anni Cinquanta rappresentano personaggi vestiti con abiti sontuosi che annullano ogni tratto anatomico: si tratta di figure enigmatiche che abitano i luoghi del mistero, immerse nella luce stupefatta dell’ignoto, fantasmi desolati che si aggirano tra architetture metafisiche e tensioni prospettiche che dilatano l’orizzonte visibile.

Le invenzioni iconografiche di Saffaro si confrontano con le forze occulte del visibile, esse sono forme dello sgomento interiore che pone in dubbio le certezze della ragione. In tal senso, la visione oscilla tra natura e cultura, razionalità e fantasia, rigore e immaginazione, polarità che sollecitano nel farsi condurre oltre le soglie decifrabili della figurazione.
Lo specchio, il labirinto, l’infinito, sono temi di ricerca che Saffaro affronta configurando punti e rette in reciproca mutazione, processi speculari e sdoppiamenti, forme aperte e chiuse, percorsi razionali e connessioni che intercettano punti di equilibrio ogni volta diversi.
Nel corso degli anni Sessanta l’artista indaga il rapporto tra arte e scienza, esplora la coerenza dei principi matematici con le rappresentazioni spaziali che – per quanto costruite razionalmente – si sottraggono al tentativo di racchiudere l’immaginazione dentro processi logici.
Saffaro valorizza il senso dell’ambiguità, concetto visivo e filosofico che appartiene sia alle forme della pittura, che ai procedimenti scientifici della matematica. I codici scientifici dialogano con gli strumenti della fantasia, le strutture matematiche sconfinano oltre le misure spaziotemporali, i ritmi costruttivi si aprono all’irrazionale, il rigore del linguaggio convive con lo stupore metafisico.

I teoremi dipinti da Saffaro sono caratterizzati da una compostezza geometrica che si avvale di differenti elementi costruttivi: archi tangenti e movimenti ondulatori, piani concavi e convessi, strisce convergenti o distanti, ellissi orizzontali e tracciati verticali, immagini sghembe e intersezioni asimmetriche. Nelle opere degli anni Settanta la tensione prospettica accompagna i flussi avvolgenti del sogno, le forme simmetriche sono turbate dalle ondulazioni del desiderio, i procedimenti razionali dialogano con la dimensione del dubbio. L’artista inventa armonie tra immagini divergenti e, per quanto interessato a stabilizzare gli equilibri delle forme, ha sempre necessità di abbandonarsi alla vertigine dell’inconoscibile, al divenire dell’inquietudine conoscitiva. Saffaro fissa i movimenti del pensiero entro un tempo che vorrebbe immobile, propone ambivalenze percettive, prospettive sfuggenti, sfaccettature modulari.

I “poliedri” elaborati da Saffaro assumono una rilevanza non solo di natura matematica, ma anche di riflessione esistenziale. Le icone plastico-geometriche evocano la dimensione dell’assoluto. Trasfigurazioni dove convergono diverse componenti: la metafisica dello spazio, il rigore matematico dei piani, l’atmosfera smisurata dei simboli e degli archetipi, l’affioramento delle inquietudini interiori.
La precisione della prospettiva è apparentemente un vincolo inflessibile, in realtà è la condizione progettuale per realizzare un’indagine sull’essere.

Forme perfettamente misurate abitano le architetture mentali di Saffaro, il quale interroga – attraverso le loro proporzioni mutevoli – la realtà del pensiero che insegue perennemente sé stesso. L’artista delinea colonne, sfere, obelischi, parallelepipedi e piramidi poligonali, sezioni di solidi geometrici, icone plastiche mirabilmente distribuite dal primo piano verso la profondità, per permettere allo sguardo di controllare la scena nella sua totalità.

I cristalli mostrano le sfaccettature del mistero, i cilindri analitici contengono la vibrazione dei sogni, i pentagoni a stella indicano il volo della mente verso spazi oscuri, mentre tetraedri e dodecaedri si alternano e si intersecano variando ripetutamente nella sospensione dello spazio cosmico.

Per tornare a Trieste c’è sempre un buon motivo, fino al 26 giugno anche una mostra imperdibile.

Dettagli

Didascalie immagini opere di Lucio Saffaro

  1. l’Artista fotografato a Trieste negli anni Sessanta
  2. Il magnifico signore (opus I), 1954,
    olio su tela, 50 x 60 cm.Fondazione Saffaro, Bologna
  3. San Giorgio, il Drago e la Principessa (opus VIII), 1955,
    olio su tela, 80 x120 cm.,
    Fondazione Saffaro, Bologna
  4. l’identificazione della realtà, 1955,
    olio su tela, 50 x 60 cm.,
    Fondazione Saffaro, Bologna
  5. L’inquietudine, 1956,
    olio su tela, 60 x 50 cm.,
    Fondazione Saffaro, Bologna
  6. Le colonne di posizione,1979 c.,
    litografia a colori, 35×40 cm.
  7. La descrizione del tempo, 1986,
    litografia a colori, 50×35 cm.
  8. Lo specchio di Vermeer (opus CCLXXXIII), 1987,
    olio su tela, 60 x 50 cm.,
    Fondazione Saffaro, Bologna
  9. La stella di Micene, 1991,
    litografia, 70×50 cm.,
    Fondazione Saffaro, Bologna
  10. La stella di Origene (opus CCXCII), 1991,
    olio su tela, 80 x 60 cm.,
    Fondazione Saffaro, Bologna
  11. Opus CCCV, 1993,
    olio su tela, 90 x 110 cm.,
    Fondazione Saffaro, Bologna

In copertina un particolare di:
Il concerto (opus V), 1954 c.,
olio su tela, 60 x 50 cm.
Fondazione Saffaro, Bologna

Dove e quando

Evento: Ritorno a Trieste. Lucio Saffaro tra arte e scienza

Indirizzo: Magazzino 26 - Porto Vecchio - Trieste
[Guarda su Google Maps]

Fino al: 26 Giugno, 2022