Nel cuore della zona universitaria di Bologna, sotto il portico che da Piazza Puntoni si dipana lungo via Belle Arti hanno sede due istituzioni culturali sorelle: la Pinacoteca, museo nazionale di proprietà statale, e l’Accademia di Belle Arti dalla quale il museo si separò ufficialmente solo negli anni Ottanta dell’Ottocento.

Dalla loro collaborazione è nata la mostra Antonio Canova e Bologna. Alle origini della Pinacoteca che il museo bolognese propone fino al prossimo 20 febbraio in un percorso che, dal Salone degli Incamminati, continua poi nell’esposizione permanente.
Grazie ai prestiti di diverse istituzioni bolognesi assieme a quelli della Pinacoteca Civica di Cento e dei Musei Civici di Bassano del Grappa, opere e attestazioni documentarie raccontano i rapporti che vi furono tra Canova e la città di Bologna con le sue istituzioni ed i suoi artisti.

Dal punto di vista della tutela del Patrimonio è ben noto come Canova contribuì in maniera determinante a fare rientrare in Italia, grazie a delicate operazioni diplomatiche, molte opere capitali che erano state accumulate in Francia dopo le spoliazioni napoleoniche. Tali operazioni furono fondamentali anche per la storia della Pinacoteca bolognese il cui nucleo sostanziale è composto proprio da opere che nel 1815 Canova riuscì a fare rientrare da Parigi; del resto dopo Roma la città più colpita dalle spoliazioni napoleoniche fu proprio Bologna, la cui celebre scuola pittorica, unita alla ricchezza di chiese e monasteri e all’eccellenza degli istituti d’istruzione, la rendevano particolarmente ricca di opere appetibili.

Accanto all’analisi dell’attività diplomatica dell’artista, uno dei nuclei principali attorno ai quali si sviluppa l’esposizione, vengono poi raccontate anche le visite che Canova fece in città a partire dal 1779 quando vi giunse sulla via per Roma, e le relazioni che egli mantenne con le istituzioni cittadine, in particolare appunto con l’Accademia di Belle Arti dalla quale fu eletto accademico emerito e alla quale donò vari gessi. E come spesso avviene quando le opere di autori importanti toccano un nuovo territorio, l’arrivo in città dei gessi di Canova influenzò grandemente gli artisti cittadini modificando l’indirizzo che il Neoclassicismo bolognese aveva assunto fino ad allora.

Ripercorrendo la storia delle istituzioni cittadine, peculiarità della mostra è proprio quella di andare oltre l’analisi del fenomeno artistico e della pura documentazione storica, ricostruendo anche aspetti ancora poco indagati della storia della città, come ad esempio le vicende e i protagonisti che caratterizzarono un momento cruciale per lo sviluppo di alcune delle tuttora più importanti istituzioni cittadine. Emblematica in tal senso fu la prima grande mostra d’arte antica organizzata dalle istituzioni culturali di Bologna che nel 1816, nella chiesa dello Spirito Santo (attuale via Testoni), presentarono diciotto capolavori rientrati in città proprio grazie all’azione diplomatica di Canova.

Il quel momento la comunità cittadina ritrovò una parte consistente del proprio patrimonio; ad alcune celebri tavole di Perugino, Parmigianino, Raffaello si affiancarono nella mostra del 1816 ad opere della scuola bolognese dei Carracci, Guercino, Guido Reni. Per i bolognesi d’allora fu un’occasione straordinaria per vedere ad esempio riunite la straordinaria Estasi di Santa Cecilia raffaellesca accanto alla Pala Scarani di Perugino, opere che ancora oggi sono accostate tra loro nel percorso permanente della Pinacoteca, oppure la Madonna con Bambino in gloria di Annibale Carracci che Canova definì «belisima» nel diario del suo primo viaggio bolognese, oppure ancora la splendida tela del Guercino raffigurante Cristo risorto appare alla madre, che fece tappa a Bologna prima di tornare a Cento.

Rientrarono invece più tardi a Bologna opere come la Madonna degli scalzi di Ludovico Carracci che fu tra i dodici dipinti spediti a Brera in cambio di opere di maestri lombardi, oppure la Madonna con Bambino e i Santi Petronio, Margherita e Girolamo, capolavoro di Parmigianino che, dopo essere stato recuperato da Canova, prese la via di Roma dove il Governo pontificio tentò di inserirla nelle Collezioni Vaticane prima che la tela facesse definitivamente rientro a Bologna nel 1818.

Terminata la mostra del 1816, l’anno successivo si decise di non ricollocare le opere nelle chiese d’origine bensì, perseguendo un orientamento illuminista che vedeva il museo come contenitore laico di opere da catalogare e preservare, le opere confluirono della “Pinacoteca pontificia di Bologna”. Alla ricerca di spazi adeguati nei quali collocare la nuova collezione, furono diversi i progetti proposti per la Pinacoteca bolognese ma tutti furono giudicati da Roma troppo costosi, e fu altresì ritenuta inopportuna l’idea di costituire una pubblica quadreria che rivaleggiasse apertamente con quella vaticana.
Accompagna l’esposizione una guida multimediale gratuita scaricabile anche in formato eBook che accompagna al percorso della visita tra gli spazi della mostra e quelli della collezione permanente della Pinacoteca Nazionale di Bologna.