Al piano terreno della reggia fiorentina, nelle sale che facevano parte dell’appartamento d’estate decorato per il futuro granduca Cosimo III e la sua sposa Marguerite Louise d’Orleans in occasione delle nozze celebrate nel 1661, dallo scorso 2 gennaio è allestita in modo permanente la collezione di settantotto icone delle Gallerie degli Uffizi., la più antica conservata al di fuori dei territori dell’antica Rus’, entità coincidente più o meno con i territori della Russia occidentale, l’Ucraina e la Bielorussia.

Appena restaurate, quattro grandi sale affacciate sul cortile, sono entrate a far parte del normale percorso di visita di Palazzo Pitti. L’allestimento – curato da Mauro Linari insieme a Paola Scortichini e Pietro Petullà, la curatela storico-artistica di Daniela Parenti – è improntato alla leggerezza e alla trasparenza privilegiando la facilità di lettura delle icone dotate di didascalie descrittive in italiano, inglese e cirillico e lasciando intatta la vista degli affreschi seicenteschi che ornano le pareti e i soffitti. Anche la suggestiva, elegantissima Cappella Palatina, con gli affreschi ottocenteschi di Luigi Ademollo, ora interamente restaurata, è stata riaperta ed è visitabile tutti i giorni.

Le opere della collezione furono tutte eseguite fra il tardo Cinquecento e la metà del Settecento, gli esemplari più antichi appartennero ai granduchi già menzionati, intorno alla metà del Diciassettesimo secolo erano già negli inventari degli arredi della Cappella delle Reliquie di Palazzo Pitti. Esemplari più antichi della raccolta, eseguiti fra il Sedicesimo e Diciassettesimo secolo e sono riconducibili a pittori che lavoravano per la corte degli zar nel Palazzo dell’Armeria del Cremlino a Mosca, principale centro di riferimento per l’arte e la produzione di questo tipo di opere prima della fondazione della nuova capitale San Pietroburgo. Anche molte delle icone dei primi decenni del Settecento si ispirano a modelli della scuola moscovita, ma furono verosimilmente realizzate in botteghe provinciali della Russia centrale. Si tratta per lo più di icone di medie e piccole dimensioni, destinate alla devozione domestica e personale. Ve ne sono anche alcune la cui esecuzione è probabilmente dovuta a maestri attivi a Kostroma e Jaroslavl, antiche città sul fiume Volga a nord di Mosca.

Invece, il gruppo più numeroso, arrivò durante il regno di Francesco Stefano di Lorena (1737-1765). Nel suo insieme, questa collezione è documentata a Palazzo Pitti nel 1761. Per pochi anni, alla fine del Settecento, l’intera raccolta fu esposta nella Galleria degli Uffizi come testimonianza della pittura bizantina, nell’ambito della riscoperta delle antichità cristiane. Nel 1796 molti esemplari furono tuttavia rimossi dal percorso espositivo e relegati in gran parte nella villa medicea di Castello, dove sono rimasti fino all’inizio del Ventesimo secolo. In anni più recenti, vari tentativi sono stati fatti di reinserire la raccolta nei percorsi museali cittadini, prima a palazzo Pitti, poi alla Galleria dell’Accademia, ma non erano mai andati a buon fine.

Tra le opere più pregiate i due pannelli che compongono il Menologio, il calendario delle festività religiose ortodosse divise per semestri: ogni pannello si compone di venti file orizzontali con scene sacre e figure di santi, ciascuna identificata da un’iscrizione. L’icona con Santa Caterina d’Alessandria, è databile al 1693-1694 grazie al punzone nella oklad di argento dorato (il rivestimento metallico che copre alcune parti delle icone). La principessa martire è raffigurata con attributi molto simili a quelli rappresentati nell’arte occidentale: la palma e la ruota del martirio, i libri e la sfera armillare che alludono alla sua vasta conoscenza. L’opera è attribuita all’atelier del Palazzo dell’Armeria, la bottega che lavorava alla corte dello zar nel palazzo del Cremlino a Mosca, ed è affine allo stile di Kiril Ulanov, uno dei più noti maestri fra XVII e XVIII secolo.

Solo di un esemplare della collezione fiorentina si conosce l’autore, Vasilij Grjaznov, che firma l’icona della Madre di Dio di Tichvin, datata 16 luglio 1728. Si tratta di una replica dell’immagine miracolosa che secondo la tradizione apparve nel 1383 a Tichvin, nel territorio di Novgorod. Nel dipinto, la data è iscritta secondo il sistema occidentale, introdotto in Russia dallo zar Pietro il Grande (1672-1725) insieme ai numeri arabi e al calendario giuliano, in sostituzione di quello bizantino fino ad allora in uso. Gli esemplari più antichi della collezione sono l’icona raffigurante la Madre di Dio, del tipo detto “In te si rallegra ogni creatura”, e quella con la Decollazione del Battista. Le due icone facevano infatti parte degli oggetti liturgici conservati nella cappella delle Reliquie a Palazzo Pitti già nel 1639, al tempo del regno di Ferdinando II de’ Medici e della sua consorte Vittoria della Rovere.


Dettagli

Didascalie immagini

Museo delle Icone Russe di Palazzo Pitti
courtesy e copyright Le Gallerie degli Uffizi

  1. – a sinistra
    Icona “In Te si rallegra ogni creatura”, 1575-1600
    Bottega moscovita
    tempera su tavola; argento dorato, filigrana, smalto, 31,2 x 26,2 cm
    inventario 1890 n. 9354
    L’icona è la trasposizione figurativa di un inno sacro della Chiesa ortodossa recitato nella liturgia domenicale: «In Te si rallegra, o piena di grazia, ogni creatura, il coro degli angeli, il genere umano. Tempio santificato e paradiso spirituale, gloria della verginità, da Te prese carne Dio, e divenne bambino Colui che è il nostro Dio da sempre. Egli fece del tuo grembo il suo trono e rese più vasto dei cieli il grembo tuo. In Te si rallegra, o piena di grazia, ogni creatura: gloria a Te».
    Al centro della composizione Maria siede su un trono semicircolare con in grembo Gesù bambino benedicente, attorniata da angeli oranti. La scena è racchiusa entro un tempio oltre il quale si staglia il paradiso. Il genere umano è rappresentato dall’assemblea dei giusti, in basso, disposti secondo l’ordine di santità. Sono guidati da san Giovanni Battista, a sinistra recante un filatterio, e da san Giovanni Damasceno, a destra, ritenuto l’inventore dell’inno sacro “In te si rallegra ogni creatura”.
    Nonostante le dimensioni ridotte della raffigurazione, la tecnica pittorica è molto raffinata. Polvere d’oro arricchisce le ali degli angeli, le fronde sullo sfondo, alcuni dettagli delle vesti. E’ rimasta traccia, in una delle aureole degli angeli, dell’originale decorazione con filigrana e smalti. L’icona è riferibile ad una bottega moscovita attiva nell’ultimo quarto del XVI secolo. Il rivestimento in lamine d’argento dorato (basma) è molto simile a quello dell’icona con la Decollazione di san Giovanni Battista degli Uffizi (Inv. 1890 n.9355) e fu probabilmente fatto apporre su commissione della stessa persona che le possedeva.
    Entrambe le icone sono appartenute ai Medici. Sono documentate a Firenze, nella Cappella delle Reliquie a Palazzo Pitti, già nel 1639.
    – a destra
    Icona Decollazione di san Giovanni Battista, 1590-1610 c.
    Bottega moscovita
    tempera su tavola; argento dorato, filigrana, smalti, 31,2 x 26 cm
    inventario 1890 n. 9355
    L’icona illustra le ultime fasi della vita di san Giovanni Battista. La narrazione inizia a destra, con Giovanni che viene condotto fuori di prigione da un armigero per essere giustiziato, secondo il volere del re Erode. Il Santo volge lo sguardo verso Gesù Cristo che, sollevato in una nuvola da un angelo, lo benedice. A sinistra Giovanni è raffigurato con le mani legate mentre sta per essere colpito dalla spada impugnata dal giustiziere. La scena è ambientata in una quinta rocciosa e spoglia che richiama il deserto dove Giovanni, ultimo profeta, si era ritirato in penitenza, predicando e annunciando l’arrivo del Figlio di Dio. A sinistra in basso si erge un piccolo albero fra le cui radici è appoggiata una scure, citazione dal sermone di Giovanni tramandato dai Vangeli (Matteo 3, 10; Luca 3, 9). Il centro della composizione, in primo piano, è occupato dalla testa decollata del martire, adagiata in un bacile d’oro nella cavità della roccia.
    La venerazione per la decollazione del Battista crebbe nella Rus’ all’epoca dello zar Ivan il Terribile (1529-1584), il cui onomastico cadeva nel giorno della festa dedicata al martirio del santo (29 agosto). L’icona delle Gallerie degli Uffizi fu eseguita fra la fine del XVI secolo e l’inizio del secolo seguente in una bottega della capitale Mosca. Inserti di lamina d’argento e smalti, l’impiego della filigrana per l’aureola di Cristo, il sottile tratteggio dorato eseguito ad assist (foglia d’oro a decalco), rendono questa icona assai raffinata e preziosa. Il rivestimento in argento dorato realizzato a basma, ovvero con alcune sottili lamine metalliche applicate sull’icona, è coevo alla realizzazione della pittura.
    Non sappiamo quando l’immagine sacra sia pervenuta a Firenze, ma è probabilmente da identificare con una delle suppellettili conservate nella Cappella delle Reliquie di Palazzo Pitti già nel 1639, all’epoca dei granduchi Ferdinando II de’ Medici e Vittoria della Rovere.

  2. Icona San Nicola Taumaturgo, con scene della vita, 1730-1740
    Russia centrale
    Tempera su tavola, 32 x 28,2 cm
    inventario 1890 n. 9323
    L’icona è dedicata a san Nicola vescovo di Myra, raffigurato al centro con un libro aperto sul quale è riportato un passo del Vangelo di Luca (6,17) riferito al momento in cui Cristo si accinge a pronunciare il discorso sulle Beatitudini. Il medaglione circolare che inquadra il busto del patriarca vuole forse alludere all’icona circolare con l’effigie del santo che sarebbe pervenuta miracolosamente da Kiev a Novgorod nel XII secolo. Le scene raffigurano, in registri orizzontali da sinistra a destra, dall’alto verso il basso: la nascita di Nicola; il battesimo del santo; Nicola che risana una donna; l’introduzione allo studio; il santo ordinato diacono; il santo ordinato sacerdote; le apparizioni in sogno all’imperatore Costantino e al patriarca Elampio affinché liberino tre carcerati; apparizione di Nicola ai tre condannati; Nicola salva i tre carcerati dalla pena capitale; il santo salva dall’annegamento un fanciullo di Kiev; il santo dona la dote a tre ragazze povere; salvataggio di Atanasio dal naufragio; Nicola salva il fanciullo Basilio rapito dai saraceni; traslazione delle reliquie di Nicola da Myra a Bari; sepoltura di san Nicola. Episodi più tradizionali e comuni anche all’iconografia occidentale, come il dono della dote e la liberazione dei condannati, si affiancano dunque a miracoli più peculiarmente circoscritti alla tradizione della Rus’. Il vescovo Nicola è quindi presentato come taumaturgo e intercessore per tutti i cristiani.
    L’icona presenta una stesura pittorica più accurata e minuziosa nell’effigie centrale, contrassegnata anche da un armonico rapporto fra la figura, dalle proporzioni slanciate, e lo spazio figurativo. Diversamente, le storie laterali sono contrassegnate da un affastellamento di architetture e figure, caratterizzate da proporzioni più massicce e da un modellato più sommario che ricorda lo stile del Menologio (inv. 1890 nn. 5954-5955). Tali differenze stilistiche e qualitative sono usuali nella pittura di icone e non devono essere lette come frutto dell’esecuzione da parte di due o più maestri

  3. Icona Menologio, 1730 – 1750 c.
    Russia centrale, bottega
    tempera su tavola, 70 x 54 cm entrambe
    inventario 1890 nn. 5954 e 5955
    L’icona, insieme al suo pendant (inv. 1890 n. 5955), è un Menologio, vale a dire un calendario liturgico della Chiesa ortodossa che raccoglie le feste di ogni giorno dell’anno. Comprende le festività fisse e la commemorazione dei santi. L’origine di queste particolari icone è da ricercare in manoscritti bizantini illustrati che raccoglievano le vite dei santi e la narrazione delle festività secondo l’ordine del calendario. Il nome deriva dal greco μήν, mese.
    Il Menologio delle Gallerie degli Uffizi è diviso in due tavole, corrispondenti ai due semestri dell’anno. Segue il calendario liturgico bizantino, che iniziava il 1 settembre e finiva il 31 agosto, nonostante che nel 1700 in Russia fosse stato introdotto il calendario giuliano (1 gennaio – 31 dicembre). Poteva essere destinato sia a una chiesa che all’uso domestico. Seppure realizzato in una bottega di provincia di incerta localizzazione, ha come modello la serie annuale dei santi incisa nel 1730 a Mosca da Ivan Ljubetskij.
    La prima tavola illustra le festività dei mesi da settembre a febbraio. Le iscrizioni presenti sul bordo in alto e a sinistra riportano i nomi dei mesi. A ogni mese sono dedicati due registri orizzontali con le raffigurazioni di episodi delle Sacre Scritture, di santi e di scene della traslazione di reliquie, tutte identificate da iscrizioni. L’illustrazione di questa parte del calendario inizia il 1 settembre con la predica di Gesù nella sinagoga e termina il 29 febbraio con l’effigie del beato Cassiano romano.
    La seconda tavola illustra le festività del semestre marzo – agosto; sul bordo in alto e a sinistra sono presenti sei iscrizioni con i nomi dei mesi. A ogni mese sono dedicati due registri orizzontali con le raffigurazioni di santi, episodi delle Sacre Scritture, scene della traslazione di reliquie. Ogni immagine è identificata da una iscrizione. L’illustrazione di questa parte del calendario inizia il 1 marzo con l’effigie della beata Eudochia e termina il 31 agosto con la festa della Deposizione della cintura della Madre di Dio nella chiesa della Theotokos Chalkoprateia a Costantinopoli. La sequenza cronologica non è rispettata per la scena della Resurrezione di Cristo/ Discesa agli inferi, che per essere la festa più importante della cristianità è riprodotta in entrambe le tavole in alto, al centro del primo registro.
    Il Menologio è pervenuto a Firenze in epoca lorenese, anteriormente al 1771.

  4. Icona Santa Caterina d’Alessandria martire, 1693-1694
    Laboratori del Palazzo dell’Armeria del Cremlino a Mosca
    tempera su tavola; argento dorato, 32 x 27,4 cm
    iscrizioni: М(У)Ч(Е)Н(И)ЦА ХР(И)СТОВА ЕКАТЕРИН (Caterina martire per Cristo)
    inventario 1890 n. 5979
    La santa principessa martire Caterina d’Alessandria siede su un trono privo di spalliera regalmente vestita: sopra la tunica riccamente ornata indossa il loron, una stola in tessuto pregiato tempestata di pietre preziose che nell’impero bizantino denotava l’appartenenza a un elevato rango sociale. Completa il vestiario un sontuoso mantello foderato d’ermellino e decorato con lo stemma imperiale bizantino, l’aquila bicipite. La santa reca un ramo di palma e una croce che la connotano come martire cristiana, mentre la ruota dentata su cui poggi la mano sinistra ricorda il supplizio a cui fu sottoposta. Numerosi libri circondano la santa, oltre a un compasso, sul basso tavolino a sinistra, e un astrolabio, a destra, che alludono alla sua sapienza, impiegata per discettare e convertire i pagani.
    L’icona riproduce un modello iconografico formatosi forse in ambito cretese all’inizio del XVII secolo, in cui elementi di origine bizantina sono accostati ad altri caratteristici della tradizione dell’occidente cristiano. Uno dei più importanti e antichi esemplari di questa tipologia è costituito dall’icona dipinta nel 1612 da Geremia Palladas per l’iconostasi del monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, in Egitto. Per il tramite di icone di piccole dimensioni e di stampe, questo modello trovò una certa fortuna in Russia nell’ambiente aristocratico moscovita, da cui sembra provenire anche l’icona delle Gallerie degli Uffizi. Si tratta di uno degli esemplari di fattura più raffinata della collezione fiorentina, eseguita da un maestro dei laboratori del palazzo dell’Armeria del Cremlino.
    L’immagine sacra reca lungo i bordi un rivestimento in argento dorato (oklad) ornato da un motivo a girali floreali, nel cui bordo è impresso un punzone con iscritto CB (202), ovvero la data 7202. Il calendario bizantino, in uso in Russia fino al 1700, iniziava dalla creazione del mondo, fissata 5509 anni prima della nascita di Cristo. La data 7202 corrisponde dunque nel calendario corrente all’anno 1693/1694 (l’anno bizantino iniziava il 1 settembre e finiva il 31 agosto), datazione che costituisce un importante riferimento anche per la pittura dell’icona.
    L’icona è pervenuta a Firenze anteriormente al 1771.
  5. Icona Madre di Dio di Tichvin
    Vasilij Grjaznov (documentato dal 1724 al 1728)
    tempera su tavola, 31 x 25.5 cm
    ai lati del nimbo della Madre di Dio: «МР ΘУ»
    sopra il nimbo di Gesù bambino «IС ХС».
    in basso: «ИЗОБРАЖЕНИЕ ЧУДОТВОРНАГО ОБРАЗА ПР(Е)С(ВЯ)ТОЙ Б(ОГОРО)Д(И)ЦЫ ТИХВИНСКОЙ. 1728 ГОДУ ИЮЛЯ ВЪ 16 Д(Е)НЬ ПИСАЛЪ ВАСИЛИЙ ГРЯЗНОВЪ»
    (raffigurazione dell’immagine miracolosa della santissima Madre di Dio di Tichvin. 1728 a dì 16 luglio eseguì Vasilij Grjaznov)
    inventario 1890 n. 9347
    L’icona è una replica dell’effige della Madre di Dio di Tichvin, un’icona mariana miracolosa – acheropita, oppure, secondo un’altra leggenda, dipinta dall’evangelista Luca – che da Costantinopoli sarebbe miracolosamente approdata, alla fine del XIV secolo, sul fiume Tichvina nel territorio di Novgorod. L’icona riproduce il tipo bizantino della Hodigitria, cioè di colei che mostra la via: Maria indica Gesù con la mano destra, mentre volge lo sguardo allo spettatore. Il Bambino benedice la madre e stringe nell’altra mano il rotolo delle Sacre Scritture, mentre incrocia le gambe mostrando la pianta nuda di un piede, forse in riferimento ad un passo della Genesi (3, 15). All’icona, oggi conservata nella cattedrale della Dormizione della Madre di Dio a Tichvin, sono stati attribuiti molti miracoli, fra i quali la liberazione della città di Tichvin dall’assedio degli svedesi nel 1613. Nei secoli XVII e XVIII fu tra le immagini sacre più venerate in Russia e furono realizzate numerose repliche, fra le quali si inserisce anche l’esemplare delle Gallerie degli Uffizi. L’icona fiorentina reca il nome dell’iconografo che la dipinse, Vasilij Grjaznov, e la data 16 luglio 1728; è l’unica icona firmata della collezione. La data è scritta in numeri arabi, secondo il calendario giuliano introdotto dallo zar Pietro il Grande (1672 -1725), fatto abbastanza eccezionale a questa data fra i maestri provinciali. L’apposizione della firma potrebbe rimandare ai tentativi caratteristici dell’epoca di Pietro il Grande di imporre un controllo sulla qualità della pittura di icone.
    Di Vasilij Grjaznov, è nota un’altra icona mariana, datata 1724, conservata nel museo Valdimir-Suzdal a Vladimir.
    L’icona è pervenuta a Firenze in epoca lorenese anteriormente al 1771.

In copertina

un particolare di Icona Annunciazione, 1725-1750
Bottega di Jaroslavl’ o Kostroma
Tempera su tavola, 31,9 x 31,5 cm
inventario 1890 n. 9345
L’icona rappresenta l’arcangelo Gabriele che annuncia a Maria il concepimento del Figlio di Dio. Maria siede su un prezioso scranno di gusto barocco e tiene fra le mani un libro dove è scritto l’inizio del Magnificat, il cantico a Dio recitato dalla Vergine quando, dopo il concepimento, incontra, Elisabetta (Luca, 1, 46-55). L’evento è ambientato in un palazzo riccamente ornato che ha forse una connessione con un testo liturgico, il canone per l’Ascensione, in cui Maria è chiamata “palazzi di gloria”, allo scopo di magnificarne la grandezza. In alto, isolata da una cortina di nubi, è raffigurata le scena preliminare all’annunciazione, con l’arcangelo Gabriele che riceve da Dio padre l’annuncio da recare a Maria.
Questa raffigurazione dell’Annunciazione, festività celebrata da tutta la cristianità il 25 marzo, nove mesi prima della nascita di Gesù, si caratterizza per la fastosa architettura, composta da profonde arcate e colonne arricchite da decorazioni fogliacee di gusto barocco. L’icona, una delle più raffinate della collezione fiorentina, presenta caratteri stilistici diversi da tutte le altre della raccolta. Le caratteristiche degli elementi architettonici, la gamma cromatica dove prevalgono i toni del verde, del marrone e del rosso cinabro, i volti tondeggianti caratterizzati dagli incarnati bruni rimandano alla tradizione pittorica delle botteghe di Jaroslavl’ e Kostroma della fine del XVII secolo.
courtesy e copyright Le Gallerie degli Uffizi

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Museo delle Icone Ruse - Palazzo Pitti - Firenze
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