Erano i mitici anni Ottanta quando il “Seattle sound” – meglio conosciuto come grunge – portava la sua rivoluzione in quel così noioso e inespressivo (almeno allora ritenuto tale dai più) mondo musicale dell’epoca.
Una semplice mescolanza di hard rock, punk rock, heavy metal e hardcore punk o un genere completamente nuovo che aveva alla base qualcosa che andava oltre?
Se da un lato il termine grunge nasce come slang per indicare un qualcosa di “sporco” e “sudicio”, dall’altro viene utilizzato dai suoi esponenti – al contrario – come la sorgente di una rivoluzione che mira all’essenzialità musicale con la quasi completa rinuncia a meccaniche distorsioni del suono, sintetizzatori e tastiere, così come a qualunque tipo di sensazionalismo alla moda tipico del rock anni ’80.

Un genere che, lontano da arpeggi e tecnicismi, arrivava direttamente al nocciolo della questione mettendo in scena argomenti come la frustrazione di vivere, la tristezza, la rabbia verso una vita vissuta passivamente e la ribellione e che, dal punto di vista della sintassi musicale, si allontanava dalla tradizionale alternanza di “strofa-ritornello-strofa” per lasciar posto a versi dalla voce spezzata e sofferta e ritornelli quasi urlati, cupi e magnetici.
Ma è sbagliato pensare che la grunge revolution abbia avuto i suoi effetti solo in campo musicale perché, per coloro che per primi la sperimentarono, rappresentava soprattutto un forte elemento di contestazione verso il sistema politico e culturale del momento.
Trovò infatti il suo sostrato nella povera società dell’America nord-occidentale della metà degli anni ’80 tra disoccupazione e droga e, soprattutto a Seattle, il centro del consumo di eroina per tutti quei ragazzi che, per sfuggire alla noia e al male di vivere, si rifugiavano nella loro musica definendo così il sound di una città e di un’epoca.

Nacquero dunque mitici gruppi – diversi per derivazione e conformazione stilistica ma sempre uniti sotto il segno del grunge – come i Green River, i Pearl Jam, i Soundgarden, gli Alice in Chains e, non per ultimi, i Nirvana che con le loro canzoni furono definiti come grandi poeti della contemporaneità, riuscendo a condensare tutte le varie voci della scena di Seattle e contribuendo allo sviluppo di un genere di risonanza globale.
Parlando dei Nirvana si può dire che ad oggi di loro si è praticamente detto tutto, ciononostante la loro musica e i loro testi continuano a riecheggiare in tutto il mondo lasciando un forte segno anche nei moderni adattamenti di vari generi.
Da questa forza attrattiva non è affatto esclusa l’Italia che, invece, fino al 18 ottobre omaggia il gruppo e il suo leader attraverso una particolare mostra ospitata a Palazzo Medici Riccardi di Firenze.

Peterson – Lavine. Come as you are: Kurt Cobain and the Grunge Revolution è il titolo di questa mostra fotografica che prende proprio ispirazione da uno dei brani del gruppo statunitense attivo dal 1987 al 1994.
Estratto da Nevermind, il grande capolavoro dei Nirvana, Come as you are fu uno dei più grandi brani di sempre della band che però, nonostante il successo planetario non solo a livello commerciale, inizialmente proprio Kurt Cobain non volle pubblicare come primo singolo perché, a suo avviso, troppo simile in alcuni passaggi a Eighties dei Killing Joke, uscita nel 1984.
A dar ragione ai sentori del frontman dei Nirvana arrivò puntuale una lamentela per plagio da parte dei Killing Joke dopo essere uscito come secondo singolo e aver sbancato.
Una parabola fortunata quanto tormentata che da un brano si riflette anche nella vita di un gruppo ma soprattutto del suo leader e che a Firenze ci viene raccontata attraverso 80 magnifici scatti – alcuni dei quali inediti – di Charles Peterson e Michael Lavine: non solo una mostra a tema musicale ma una finestra che si apre a tutta quella che è stata la cultura popolare degli anni ’90, periodo di profondo cambiamento a cavallo tra la fine della guerra fredda e l’abbaglio della new economy.

Di certo non è affatto difficile spiegare e far conoscere la figura di Cobain – eroe indiscusso simbolo della controcultura americana di fine secolo – per il suo eterno appeal che fa presa sul vasto pubblico transgenerazionale e per il suo messaggio reazionario e di rivalsa molto forte e attuale al giorno d’oggi.
Il tutto in mostra viene restituito attraverso gli occhi e i racconti in pellicola di due grandi frequentatori e amici dello stesso Kurt Cobain.
In un percorso cronologico in cui gli scatti interagiscono in un dialogo fatto di bianco-neri e di colori pop, troviamo infatti Peterson – fotografo ufficiale della Sub Pop Records e nativo di Seattle che ha seguito la band fin dagli esordi, quando al posto del batterista Dave Grohl c’era Chad Channing – con bellissime fotografie da palco che ci riportano anche un po’ al clima di quegli anni e fanno rivivere l’euforia del pubblico e dei fans, non solo dei Nirvana ma anche dei tanti gruppi che stavano segnando una nuova epoca per Seattle.
Peterson, utilizzando uno stile personale, crea un proprio marchio di fabbrica inconfondibile: i suoi flash, molto potenti per poter squarciare il buio dei club, sono in grado di isolare i soggetti in modo classico e iconico al tempo stesso; il suo è un Cobain ritratto in immagini intime e rivelatrici come quella scattata sul palco dello storico Reading Festival in UK nell’agosto del ’92 quando il cantante, di cui già si vociferavano le precarie condizioni psicofisiche, si presentò sul palco in sedia a rotelle, esibendosi in uno degli show più memorabili nella storia del gruppo.

Allo stesso modo, ma a colori, troviamo anche il naturalizzato newyorkese Lavine, fotografo poi prestato al mondo della moda, del cinema, delle produzioni televisive oltre che a quello della musica. Tra intimità e iconicità, un alternarsi di scatti posati in studio e destinati alle riviste che ripercorrono la storia della band a scatti invece di live e backstage che ci raccontano del successo internazionale dei Nirvana, del loro leader e della moglie Courtney Love.
Contraddistinto da una cifra stilistica del tutto inconsueta, pop e patinata, Lavine viene molto apprezzato fin dai suoi primi lavori fotografici e subito gli vengono commissionati servizi per le cover di celebri album musicali.
Iconiche le foto in mostra delle sessioni fotografiche per la promozione degli album Nevermind e In Utero. Questi scatti, diventati simbolo di un’era, sono una vera e propria registrazione visiva del gruppo, che il fotografo accompagna in studio in tutti i diversi momenti della propria evoluzione, fino a pochi giorni dalla scomparsa del suo leader. Lavine è capace di cogliere immagini di un mondo che di lì a poco sarebbe scomparso, soprattutto dopo la drammatica morte di Kurt Cobain e la fine dei Nirvana.

Infatti la storia della band è anche e soprattutto la storia di Cobain: è una storia personale, quella di un uomo segnato da malesseri fisici, bipolarismo e traumi che, non avendo particolari riscontri medici, lo porteranno ad affidarsi a oppiacei ed eroina fino a uscire di scena nel 1994, quando fu trovato morto nella sua casa di Seattle ucciso da un colpo di fucile a soli 27 anni.
Così troviamo nei primi scatti della fine degli anni ’80 e i primissimi ’90 un Kurt Cobain bello e maledetto ma anche felice e rilassato sia durante le esibizioni che nei momenti più conviviali coi suoi compagni di band. Purtroppo è evidente quanto poi con lo scorrere del tempo nel ’92 troviamo un Cobain sempre più provato dalla droga e psicologicamente più spossato.
Cobain non è stato il protagonista di una rivoluzione solo in campo musicale ma ha lasciato un segno indelebile anche nel mondo della moda e del costume: gli scatti dei due amici di Cobain in mostra a Firenze sono infatti testimonianza di una nuova omologazione grunge tuttora in voga.
Camicie a quadrettoni, maglioni extralarge, jeans strappati, Converse e “gioielli selfmade”, oggi come allora, sono la risposta dei nuovi ribelli al glam degli ’80 fatto di candide camicie e damerini incravattati (oltre che a saloni di bellezza e comuni pratiche di igiene personale).

La storia di Kurt è anche la storia della sua famiglia, di Courtney Love e della figlia Frances Bean delle quali in mostra sono presenti bellissime foto come quella del ’92 che lo vede assieme alla figlia, davanti agli elementi di un collage che rappresenta modellini di feti umani su una distesa di gigli e orchidee, idea che gli ispirò poi la realizzazione del retro della copertina dell’album In Utero. Charles Peterson fu chiamato da Kurt proprio per immortalare l’opera d’arte del collage, abbozzato sul pavimento di casa a Seattle, ma il fotografo non si lasciò sfuggire l’occasione di fotografare Kurt e Francis Bean, proprio davanti a tutti quegli elementi sparsi sul pavimento.

La mostra, che grazie alla selezione musicale di sottofondo permette ai visitatori di ascoltare i brani più significativi del movimento grunge, si conclude con una sezione interamente dedicata agli altri esponenti della scena di Seattle tra cui Pearl Jam, Soundgarden, Mudhoney, immortalando così non solo l’epopea di un gruppo ma le atmosfere di un periodo fortemente significativo della recente storia americana.
Insomma una mostra imperdibile per gli appassionati del gruppo grunge più iconico e del sound dei ’90 americani che, grazie alla forza comunicativa di Kurt Cobain, riuscì a rendere universali tutte le nuove istanze musicali e sociali dell’epoca ottenendo un clamoroso e imperituro successo.

La mostra Peterson – Lavine. Come as you are: Kurt Cobain and the Grunge Revolution è a cura di Vittoria Mainoldi per ONO arte contemporanea, è organizzata e promossa da OEO Firenze Art e Le Nozze di Figaro, in collaborazione con MUS.E e con il patrocinio di Città Metropolitana di Firenze e Comune di Firenze.

Didascalie immagini

  1. Kurt Cobain, 1992
    © Michael Lavine 2020
  2. Kurt Cobain Inn at the Market, Seattle, 1993
    © Charles Peterson 2020
  3. Nirvana, In Utero session, 1992
    © Michael Lavine 2020
  4. Kurt Cobain, 1992
    © Michael Lavine 2020
  5. Nirvana, Nevermind session, 1991
    © Michael Lavine 2020
  6. Kurt Cobain, Inn at the market, Seattle, 1993
    © Charles Peterson 2020
  7. Nirvana, In utero session, 1992
    © Michael Lavine 2020
  8. Kurt Cobain e Courtney Love, 1992  
    © Michael Lavine 2020
  9. Kurt Cobain Beehive Records Seattle, 1991
    © Charles Peterson 2020

IN COPERTINA
Kurt Cobain e Courtney Love negli scatti di Michael Lavine nel 1992

© Michael Lavine 2020

 

Palazzo Medici Riccardi
Via Cavour, 1 – Firenze

Orari:
Lunedì, giovedì, venerdì,
sabato e domenica: 10,30-18,30

Chiusura martedì e mercoledì

Dove e quando

Evento: Peterson – Lavine. Come as you are: Kurt Cobain and the Grunge Revolution
  • Fino al: – 18 October, 2020
  • Sito web