“Goya è sempre un artista grande e spesso spaventoso …
Nessuno più di lui ha osato nel senso dell’assurdo possibile”
(Charles Baudelaire, Scritti sull’Arte)
Quando Francisco José de Goya y Lucientes (Fuendetodos, 30 marzo 1746 – Bordeaux, 16 aprile 1828) dette alle stampe la raccolta di incisioni dei Caprichos, il 6 febbraio 1799, scelse come punto per la vendita delle tavole che la componevano un negozio di profumi e liquori in Calle Desengaño a Madrid: un nome dal forte valore simbolico, perché proprio la volontà di illuminare le coscienze, togliendole dall’oscurità di superstizioni e bigottismi – il disinganno, quindi – animava l’artista, che dell’Illuminismo fu un convinto sostenitore. Sono documentati i rapporti fra Goya e alcuni rappresentanti di spicco di quella che fu la corrente più avanzata e razionalista nel pensiero settecentesco: dal conte di Aranda, uno dei primi protettori del pittore e amico personale di Voltaire, ad alcuni membri dell’Accademia di Madrid alla quale Goya era stato ammesso nel 1780, e che si distinguevano per la loro posizione di aperta critica nei confronti di un’istituzione come quella del Sant’Uffizio – pilastro della Chiesa spagnola – che perpetuava idee e pratiche di stampo medievale.

Madrid, Museo del Prado
In quest’ottica, assume particolare significato l’incisione più celebre dei Caprichos, ormai divenuta un’icona, dal titolo “Il sonno della ragione genera mostri“(n. 43): l’artista si rappresenta colto dal sonno, reclinato sul tavolo da disegno in mezzo agli strumenti del suo lavoro; pipistrelli e uccelli notturni dai grandi occhi spalancati volteggiano sulla sua testa, mentre una lince accovacciata alle sue spalle lo fissa in modo inquietante. Nell’annuncio pubblicato sul Diario de Madrid lo stesso giorno della messa in vendita delle incisioni Goya scriveva: “essendo persuaso del fatto che la censura degli errori e dei vizi umani (benché propria dell’eloquenza e della poesia) possa anche essere oggetto della Pittura,[l’artista] ha scelto come argomenti adatti alla sua opera, tra la moltitudine di stravaganze e falli comuni in ogni società civile, e tra i pregiudizi e menzogne popolari, autorizzati dalla consuetudine, dall’ignoranza o dall‘interesse, quelli che ha ritenuto più idonei a fornir materia per il ridicolo e ad esercitare allo stesso tempo la fantasia“. Un tentativo di coprirsi le spalle, nella consapevolezza del valore dirompente delle immagini; invano, anche perché tra i personaggi che popolano questa rassegna di abiezioni, apparve subito riconoscibile la regina Maria Luisa (Caprichos n. 55) nei panni di un’orribile vecchia che si guarda allo specchio, accompagnata dalla sibillina didascalia “Fino alla morte“.

Madrid, Museo del Prado
Le incisioni toccano quattro grandi temi principali: l’ipocrisia nei rapporti tra uomo e donna; le false credenze prodotte dall’ignoranza, il cui culmine sono la stregoneria e la superstizione; i vizi che minano il tessuto sociale, specialmente presenti nel clero: vanità, gola, lussuria e avarizia; la protesta contro gli abusi del potere: prima fra tutti l’Inquisizione, la prepotenza delle classi dirigenti, lo sfruttamento del popolo e le ingiustizie della legge.

Madrid, Museo del Prado
Lo scandalo prodotto dalla pubblicazione dei Caprichos fu grandissimo, intervenne anche il Tribunale dell’Inquisizione e l’opera fu ritirata dalla circolazione; alla fine, nel 1803 l’artista fece dono al re delle copie rimaste e delle lastre originali. I Caprichos vennero comunque conosciuti e diffusi, come dimostrano i versi de I fari, la lirica che Charles Baudelaire dedica ai grandi maestri dell’arte all’interno dei Fiori del male: “Goya, incubo d’oggetti senza nome, / di feti messi a bollire nottetempo dalle streghe, / di vecchie che si mirano allo specchio, di fanciulle nude / che lentamente si tendono, per tentare il diavolo, le calze“.

Madrid, Museo del Prado
La pubblicazione dei Caprichos avveniva all’inizio di un anno destinato a chiudere non solo il XVIII secolo, ma anche la Rivoluzione Francese, che in poco tempo aveva ribaltato un’intera scala di valori in vigore da secoli: il re era stato ghigliottinato all’inizio del 1793 e il “Regime del Terrore” mieteva le sue vittime anche tra i rivoluzionari, insanguinando la Francia; Robespierre, dopo aver eliminato tutti i suoi oppositori, era rimasto da solo al comando del Paese fino al luglio del 1794, quando anch’egli saliva sul patibolo. L’astro nascente del giovane generale Bonaparte conquistava sempre maggiori consensi: il 9 novembre 1799 nasceva un triumvirato, a capo del quale era Bonaparte, che proclamava ufficialmente in quello stesso giorno la fine della Rivoluzione.

Madrid, Museo del Prado
Ormai anziano e malato, nel 1819 Goya acquistava una casa nei dintorni di Madrid – la Quinta del sordo – dove si ritirò con la giovane compagna, Leocadia. Qui l’artista dipinse a olio sulle pareti del salotto e della sala da pranzo una serie di quattordici scene, che sarebbero divenute note come Pitture nere, non solo per i toni scuri che vi dominano, ma anche per le tematiche legate alle credenze popolari e alle superstizioni, ancora fortissime in Spagna, e mai rischiarate dalla fiducia nella razionalità e nella scienza che avevano caratterizzato l’Illuminismo. Per tre anni Goya si dedicò alla realizzazione di questa opera dal carattere strettamente privato – accessibile solo ai pochi che frequentavano la casa – quasi in un tentativo di esorcizzare i propri fantasmi; nascevano così immagini grottesche e terrificanti, come quella di Saturno che divora i suoi figli, o il Pellegrinaggio a San Isidro in cui le figure dei pellegrini appaiono indistinguibili da quelle dei partecipanti al Sabba delle streghe, tutti accomunati da un’espressione allucinata, con le bocche spalancate in orrende smorfie tra violenza e disperazione; un’umanità brulicante, perduta alla luce della ragione e immersa nelle tenebrose profondità di un girone dantesco.

Madrid, Museo del Prado
Dipinta proprio accanto alla porta d’ingresso della casa spicca una figura femminile, quella della giovane Leocadia che, appoggiata a un tumulo di terra, sembra contemplare con aria smarrita gli orrori davanti ai suoi occhi. Sullo sfondo chiaro si apre uno squarcio di cielo azzurro: tutta l’immagine trasmette un senso di giovinezza e di vita che si contrappone al resto delle pitture, nelle quali aleggia, densa e claustrofobica, quell’ossessione della morte che accompagnò costantemente i tardi anni della vita di Goya. Le Pitture nere furono trasferite su tela nel tardo Ottocento, e sono attualmente esposte presso il Museo del Prado a Madrid; fatte oggetto di numerosi studi e saggi nel corso degli anni, restano con i Capricci le opere più misteriose di Goya, espressione del volto oscuro di un maestro che ha lasciato all’umanità dipinti pieni di maliziosa sensualità come le due Majas (desnuda e vestida) e Il parasole, e raffinate celebrazioni del potere nei ritratti di Corte. E forse, una chiave di lettura la offre una frase nel manoscritto noto come Commento di Alaya, attribuito allo stesso Goya e conservato presso il Museo del Prado: “La fantasia abbandonata dalla ragione genera mostri impossibili: unita a lei è madre delle arti e origine delle meraviglie“.