Come ogni anno si torna al Festival di Bayereuth, quasi un pellegrinaggio laico, un appuntamento irrinunciabile per i devoti wagneriani che vi convergono da tutto il mondo. Un rito, internazionale ma molto tedesco, che si ripete ogni estate e che associa splendide esecuzioni, regie a volta bizzarre, esclusività e tradizione.
Quest’anno, in occasione del 150° anniversario del Festival, c’era una ragione in più per salire la Collina Verde e accomodarsi sui micidiali seggiolini in legno della Festspielhaus: la prima rappresentazione a Bayreuth del “Rienzi, der Letzte der Tribunen” (Rienzi, l’ultimo dei tribuni), terza opera di Richard Wagner e da sempre esclusa dal canone bayreuthiano. Wagner stesso la etichettò come un «peccato di gioventù».

Rienzi si inserisce pienamente nel clima del grand opéra francese, che nella prima metà dell’Ottocento aveva conquistato i teatri europei grazie alla sua capacità di unire dramma storico, spettacolarità scenica e grandi masse corali. Fin dalle prime scene, Rienzi colpisce per la dimensione monumentale dello spettacolo: grandi cori, processioni, cerimonie, tumulti, scene di battaglia costruiscono un teatro in cui la collettività assume un ruolo quasi da protagonista. La stessa struttura in cinque atti richiama il modello del grand opéra, così come l’ambientazione storica e politica, che trasforma la vicenda di Cola di Rienzo in un dramma di dimensione pubblica e nazionale. Tuttavia, dentro questa spettacolarità, Wagner comincia già a cercare una concezione più personale del dramma musicale, nella quale la musica non sia soltanto una successione di numeri separati, ma contribuisca alla costruzione di un’azione teatrale sempre più organica. Rienzi appare così come un’opera di passaggio: ancora profondamente legata alla tradizione del grand opéra soprattutto a Meyerbeer, ma già proiettata verso il nuovo stile del dramma musicale “continuo” senza pezzi chiusi; di fatto in tutto il Rienzi solo Adriano ha un’aria vera e propria.
Rienzi è un’opera grandiosa e drammatica che tratta di rivoluzione e di idealismo, dell’ascesa e del crollo di un leader carismatico. Rienzi (Cola di Rienzo) è un visionario che guida il popolo romano contro le corrotte famiglie aristocratiche degli Orsini e dei Colonna. Viene nominato tribuno di Roma e promette giustizia, libertà e il ritorno alla grandezza dell’Urbe. Adriano Colonna, figlio di un aristocratico, è intanto innamorato di Irene, la sorella di Rienzi. I nobili sconfitti complottano contro il tribuno, ma questi scopre la congiura e li costringe a sottomettersi. I nobili si ribellano nuovamente e Rienzi li sconfigge, uccidendo il padre di Adriano e distruggendo la sua famiglia. Adriano si rivolta contro Rienzi, mentre il popolo romano comincia gradualmente a nutrire sospetti nei confronti del proprio eroe. La Chiesa e l’aristocrazia si uniscono contro Rienzi, e il suo sostegno politico crolla. Rienzi non si arrende e rifiuta di abbandonare i propri ideali o di cedere il potere.  Si rifugia assieme a Irene nel Campidoglio, assediato e incendiato dal popolo. Entrambi muoiono tra le fiamme, mentre Adriano arriva troppo tardi per salvare l’amata.

Rienzi continua ancora oggi a suscitare una serie di questioni irrisolte. In primo luogo, l’opera è segnata da una complessa eredità politica e ideologica, che rende difficile affrontarne la ricezione senza considerare il rapporto con il nazismo. È noto il particolare apprezzamento nutrito da Adolf Hitler per l’opera, che contribuì a trasformarla, almeno nella percezione successiva, in un riferimento significativo della cultura politica del Terzo Reich. Anche l’Ouverture venne utilizzata durante i grandi raduni nazisti di Norimberga, rafforzandone l’associazione con la propaganda del regime. Questa appropriazione politica ha finito inevitabilmente per condizionare profondamente la sua fortuna e il modo in cui essa viene ancora oggi interpretata.
Non esiste poi una versione definitiva di Rienzi autorizzata da Wagner, poiché la partitura originale è andata perduta e la documentazione sulla prima rappresentazione del 1842 è incompleta. Nel corso del tempo l’opera è stata più volte modificata e sottoposta a tagli, dando origine a diverse versioni e prassi esecutive. Tra queste, la cosiddetta Cosima-Fassung elaborata da Cosima Wagner e Felix Mottl nell’Ottocento. Per Bayreuth, il musicologo Markus Kiesel ha ricostruito una nuova versione, recuperando anche alcuni brani raramente eseguiti o precedentemente eliminati, e mantenendo al contempo i principali numeri musicali e le linee narrative dell’opera.
Per questo esordio a Bayreuth il team di regia formato da Alexandra Szemerédy e Magdolna Parditka, danno una lettura molto politica dell’opera e la trasformano in una parabola sulla seduzione del potere e sulla deriva populista. L’azione viene spostata dalla Roma medievale a un futuro prossimo distopico. 
Le scene restituiscono una società dominata dalla tecnologia, dalla propaganda e dalla spettacolarizzazione della politica. Lo spazio scenico è  soffocante: enormi costruzioni di cemento ospitano una popolazione confinata in ambienti minuscoli, mentre ovunque si moltiplicano schermi, dispositivi elettronici e contenuti digitali. I cittadini sono immersi senza sosta in un flusso di immagini, notizie e messaggi. La lotta per il potere assume le forme di un grande spettacolo mediatico. Rienzi, Colonna e Orsini cercano di conquistare il consenso pubblico attraverso una competizione elettorale seguita in diretta, nella quale il confine tra politica e intrattenimento sembra praticamente scomparso. Il riferimento alla contemporaneità e al ruolo dei social network è evidente: il consenso non viene più costruito attraverso il confronto democratico, ma attraverso la capacità di attirare e manipolare l’attenzione delle masse. La situazione cambia quando Rienzi riesce a imporsi sugli avversari. Il personaggio, inizialmente presentato come colui che dovrebbe guidare il popolo, rivela progressivamente il proprio volto autoritario. Il potere lo porta verso una crescente perdita di lucidità e lo trasforma in un governante violento e paranoico, disposto a sacrificare la popolazione e a eliminare senza esitazione chiunque ostacoli il suo dominio. Arriva a uccidere personalmente i propri avversari davanti alle telecamere. Nel finale, Rienzi è ormai lontanissimo dalla figura del tribuno che aveva conquistato il popolo: è diventato un uomo dominato dalla propria ossessione per il potere. Il finale è quasi liberatorio.
Forte è l’impatto visivo e il gran lavoro tecnico dietro alle scene disegnate dalle stesse Alexandra Szemerédy e Magdolna Parditka, per una produzione resa particolarmente complessa dalla lunga durata dello spettacolo, – si inizia alle 16:00 e si finisce alle 22:00! – dai numerosi cambi di ambientazione e dalle scene di popolo.

Ne emerge uno spettacolo tra dramma e glamour, in linea con il nostro presente, ma non sempre facile da seguire, soprattutto per un’opera poco conosciuta e priva di sovratitoli. Resta inoltre aperto il problema di come rileggere Rienzi al di là del suo pesante retaggio politico e storico.
Eccellente il versante musicale della serata, sostenuto da tre protagonisti chiamati a un autentico tour de force vocale e interpretativo. Andreas Schager, tra i più autorevoli tenori wagneriani di questa generazione, affronta il ruolo di Rienzi con una prova di notevole solidità. La voce, potente, ampia e inesauribile, emerge con chiarezza anche sull’imponente tessitura orchestrale. Nei panni di Irene, Gabriela Scherer affronta con sicurezza una parte vocalmente insidiosa, ricca di acuti e colorature. Il soprano convince per la luminosità e la morbidezza del timbro, unite a una spiccata intensità drammatica e a una dizione sempre nitida. Autentica rivelazione della serata è Jennifer Holloway nel ruolo en travesti di Adriano Colonna. Il soprano americano esibisce una voce ampia e intensa, sostenuta da un centro solido e da un legato impeccabile. Memorabile, nel terzo atto, il confronto con Schager: Holloway affronta senza alcuna esitazione la poderosa vocalità del tenore, dando vita a un serrato duello di forza e presenza scenica. Una prova davvero impressionante. Di notevole livello anche il cast di contorno: Andreas Bauer Kanabas delinea un autorevole Colonna, Michael Nagy dà voce e presenza incisiva a Orsini, mentre Vitalij Kowaljow conferisce al cardinale Raimondo gravità e solida autorevolezza.
In Rienzi, il coro non svolge una funzione ancillare, ma si impone come autentica massa drammatica e, per molti versi, come protagonista della vicenda, incarnando di volta in volta il consenso popolare, la ribellione e il conflitto politico. Il Coro di Bayreuth, sotto la guida di Thomas Eitler-de Lint, restituisce questa dimensione con una prova di straordinaria potenza, compattezza e precisione, confermando ancora una volta la propria eccellenza.

Nathalie Stutzmann offre una lettura di grande autorevolezza, capace di restituire tutta la ricchezza e la varietà della partitura giovanile di Wagner. Alla guida dell’Orchestra del Festival, la direttrice alterna slanci monumentali e momenti di sorprendente trasparenza, mettendo in luce tanto la matrice grandoperistica quanto gli echi italiani dell’opera. Il suono è sontuoso e ricco di colori, ma mai opaco, mentre il rapporto con il palcoscenico resta sempre attentamente calibrato. Stutzmann riesce così a governare la poderosa macchina musicale di Rienzi senza appesantirla, sostenendo con sensibilità le voci e restituendo alla partitura una notevole forza teatrale. 
Platea tutta esaurita e lunga ovazione finale.
Lasciamo Bayreuth già pensando a cosa ci aspetterà la stagione prossima. Sulla Collina Verde non si vive infatti soltanto il sogno wagneriano. Si entra in un laboratorio dell’arte, dove tradizione e innovazione, memoria e contraddizione, estetica e regia si confrontano continuamente. È proprio questa capacità di mettere in discussione ciò che si crede di conoscere a rendere il Festival un’esperienza unica: ogni stagione lascia una domanda aperta su Wagner, sull’arte, sul mondo e, soprattutto, su noi stessi.

Dettagli

Didascalie immagini

copyright: Bayreuther Festspiele / Enrico Nawrath

  1. Gabriela Scherer (Irene), Andreas Schager (Rienzi)
  2. Jennifer Holloway (Adriano), Gabriela Scherer (Irene)
  3. Gabriela Scherer (Irene), Jennifer Holloway (Adriano), Andreas Schager (Rienzi), Michael Kupfer -Radecky (Cecco del Vecchio), Matthias Stier (Baroncelli) Festspielchor und Sonderch
  4. Michael Nagy (Orsini), Vitalij Kowaljow (cardinale Raimondo), Victoria Randem (Friedensbote), Andreas Bauer Kanabas (Colonna), Jennifer Holloway (Adriano), Festspielchor und Sonderchor