La Semperoper propone un nuovo Parsifal, affidandosi alla regia di Floris Visser, che firma una lettura personale e suggestiva, filtrata attraverso lo sguardo incantato di un bambino. L’ispirazione drammaturgica si fonda su una sorta di “realismo magico”: un giovane studente, durante una visita a un’abbazia in rovina, varca una soglia immaginaria e si ritrova immerso nella leggenda medievale del Parsifal. Ne scaturisce un racconto costruito su un suggestivo doppio binario che, se da un lato segue la partitura wagneriana, dall’altro indulge nella proiezione fantastica dell’adolescente. Il ragazzo – presenza costante in scena – diviene il motore dell’azione, interagendo con i personaggi e incarnando un “Parsifal interiore”. Attorno a lui si muove poi un microcosmo umano variegato e attraversato da un forte senso di solidarietà e reciproca attenzione.

Meno convincente appare invece l’insistenza su una dimensione apertamente programmatica: il messaggio di rigenerazione morale e ambientale, pur limpido nelle intenzioni e condivisibile nei presupposti, si appesantisce talora in esiti didascalici e in una cartellonistica di impronta politica che finisce per risultare ridondante, se non persino incongrua. Ne consegue una certa dispersione della tensione simbolica e di quell’aura sospesa e atemporale che costituisce il nucleo dell’ultimo capolavoro wagneriano.
La componente visiva dello spettacolo si impone con forza e contribuisce in modo decisivo alla riuscita della finzione teatrale. Le scene imponenti di Frank Philipp Schlössmann ricreano l’abbazia immaginaria di Sankt Parsifal con un evidente richiamo alle rovine di San Galgano e offrono quadri di notevole suggestione. L’impianto scenico, esaltato dalle luci di Malcom Rippeth, raggiunge esiti quasi cinematografici, costruendo tableau di forte impatto simbolico: emblematica l’apparizione di Kundry in guêpière davanti a un’immagine della Passione, mentre una figura avanza sullo sfondo portando una grande croce lignea. Altrove, le atmosfere cupe e notturne evocano suggestioni quasi da Il nome della rosa.
Di grande raffinatezza anche il lavoro tecnico: le aperture architettoniche dell’abbazia si animano di colori cangianti o si trasformano in vetrate policrome, tra cui spicca quella raffigurante Adamo ed Eva, chiaro rimando alla colpa originaria e al destino di Amfortas. I costumi di Jon Morrell sono puntuali ed efficaci, ben caratterizzati tra monaci ed eco-guerrieri.

Sul piano musicale, il cast si distingue per qualità e coesione, guidato da un Georg Zeppenfeld semplicemente autorevole. Il basso tedesco si conferma il Gurnemanz di riferimento: voce ampia e vellutata, dizione limpidissima, fraseggio scolpito con cura quasi plastica e sostenuto da gesto scenico nobile e misurato. Ogni intervento è cesellato con profondità espressiva, contribuendo a una prova di altissimo livello. Il pubblico, al termine, gli tributa un’ovazione calorosa e prolungata. Michèle Losier disegna una Kundry di forte impatto, qui riletta come figura marginale e dolente, una prostituta in cerca di redenzione. Il mezzosoprano convince per la ricchezza del timbro, duttile e seducente, e per la capacità di passare con naturalezza da accenti incandescenti a sfumature più insinuanti. Eric Cutler tratteggia un Parsifal vocalmente solido e scenicamente credibile: il timbro chiaro, sostenuto da una buona proiezione, accompagna con coerenza l’evoluzione del personaggio. Di grande intensità l’Amfortas di Oleksandr Pushniak, che con voce brunita e ampia restituisce il tormento interiore del re ferito, sostenuto da una presenza scenica fisicamente coinvolgente. Efficace anche Scott Hendricks, al debutto alla Semperoper, nei panni di un Klingsor dalle tinte fosche, quasi espressioniste, figura perturbante che si imprime nella memoria visiva dello spettacolo.

Il coro della Semperoper si distingue per compattezza e profondità espressiva, restituendo gli accenti di un’autentica comunità spirituale. Nei momenti corali si raggiunge una tensione che richiama, per intensità, la dimensione sacra della Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach. Al centro della riuscita musicale si impone la direzione di Daniele Gatti, al suo primo Parsifal a Dresda, che offre una lettura di grande respiro e controllo. La sua concertazione, ampia e meditata, evita ogni fretta e costruisce un tessuto sonoro solido, trasparente nei dettagli strumentali. Ne emerge una visione coerente e profondamente introspettiva, in cui il tempo dilatato diventa quasi veicolo di contemplazione.
L’accoglienza finale è molto calorosa per tutti gli interpreti, con qualche riserva nei confronti della regia; trionfale il consenso riservato a Gatti, salutato da una standing ovation.