Gian Luigi Zucchini

Come si è svolta in sintesi la tua carriera professionale?
Ho cominciato facendo, per forza di cose, il maestro elementare a Bologna - dove sono nato e tutt’ora vivo ed abito - ad appena vent’anni neppure compiuti. Ma, dopo circa due anni, collaboravo già alla terza pagina del quotidiano ‘Avvenire d’Italia’ (che allora si stampava a Bologna) e studiavo faticosamente all’Università, dovendo nel contempo lavorare e per di più, per alcuni anni, lontano dalla città, insegnando in pluriclassi dove ero il solo insegnante, in piccole località di montagna non raggiungibili quotidianamente, e dove quindi era necessario restare per tutta la settimana. Tuttavia continuavo ed estendevo la mia collaborazione giornalistica, approdando ad altre testate, sempre come collaboratore esterno. Dopo un periodo abbastanza lungo, essendomi nel frattempo anche laureato, sono approdato all’Università, dove ho insegnato fino a qualche anno fa, sempre collaborando con riviste e quotidiani, e partecipando pure, come conferenziere, ad incontri frequenti in Italia e all’estero.

Quali sono stati i quotidiani e le riviste a cui hai collaborato?
Per i quotidiano, ho cominciato, come ho già detto, con l’Avvenire d’Italia, poi, sempre per la terza pagina – oggi si intitola pagina della Cultura, ed è molto diversa da un tempo - con ‘L’Italia’ di Milano (quotidiano molto diffuso soprattutto in Lombardia, ed ora non più presente, perché fuso, insieme all’”Avvenire d’Italia”, nell’unico quotidiano ‘Avvenire’), con il “Telegrafo” di Livorno per una breve stagione, poi, per molti anni, con “L’Osservatore Romano”, con “Avvenire” ancora, con “Il Secolo d’Italia”, sempre per la parte culturale. Attualmente, occupandomi prevalentemente di critica d’arte, scrivo per “L’Eco di Bergamo”, di cui sono collaboratore da oltre un trentennio, e di cui sono stato per alcuni anni anche opinionista politico e di costume. Moltissime poi le riviste a cui ho collaborato per molti anni, tra cui “La Fiera Letteraria”, “Il Mulino”, “Humanitas”, “Il Bimestre”, “Il Ponte”, ecc., più recentemente “I luoghi dell’infinito” (magazine mensile di ‘Avvenire’), “Mete” (bimestrale di arte e turismo) e “Artearti”, oltre che, saltuariamente, a riviste di arte e viaggi. Moltissime infine le riviste di carattere professionale, a cui ho collaborato per diverso tempo, con articoli di studio, saggi critici, commenti ad eventi culturali, ecc.

Oltre a collaborazioni giornalistiche, hai anche altre pubblicazioni?
Sì, molte: oltre una ventina di libri, di contenuto prevalentemente saggistico, con argomenti che trattano la musica, l’educazione musicale e la musicoterapia (argomenti dei quali mi sono occupato per lunghi anni, sia a livello giornalistico che di studio e di critica), l’arte e i beni culturali, la poesia, l’educazione estetica, ecc. Ho scritto poi anche un romanzo (L’Altro, Firenze), un racconto lungo (La processione di Verges, Padova), che ebbe a Venezia, in tempi lontani, un prestigioso premio da una giuria presieduta da Aldo Palazzeschi, recentemente, una biografia su Giovanni Pascoli ‘L’ombra straniera. Vita e poesia di Giovanni Pascoli’ (Bologna), in seguito alla quale mi è stata conferita la nomina di Accademico pascoliano, ed un libretto di poesie, mentre ho pronta da tempo una raccolta di racconti, che non so se riuscirà mai a vedere la luce.

Quali sono stati e sono ora i tuoi specifici interessi nell’ambito giornalistico?
Ho scritto su molti argomenti, soprattutto culturali: in particolare, musica, arte, viaggi, costume e società, problemi sociali, di politica scolastica ed educativa (soprattutto quando facevo l’opinionista). Attualmente mi occupo soprattutto di critica d’arte, argomento peraltro che ho cominciato a trattare fin dalla giovinezza, recensendo mostre (erano poche, allora) e presentando artisti, attività che continuo ancor oggi. Tutto ciò mi ha consentito di far parte, come pubblicista, dell’Ordine dei giornalisti, a cui ancora sono iscritto, dopo oltre trent’anni di continuativa appartenenza.

E altri interessi?
Molti, tanti, forse troppi. Cinema e teatro (quest’ultimo soprattutto un tempo), musica in particolare, viaggi (moltissimi, compiuti in varie parti del mondo, e dappertutto in Europa e a Parigi, città che amo sopra ogni altra, e dove mi reco in media almeno una volta all’anno, quando non due), lettura ovviamente, arte in modo prevalente e poi tutto ciò che sollecita la curiosità (storia e archeologia, ad esempio, mi interessano parecchio, da sempre), come anche la politica, dalla quale peraltro mi sono sempre tenuto fuori, e che tuttavia seguo con puntuale attenzione, pur non avendo mai militato in alcun partito.

Infine, rammarichi?
Certo, tanti. Non aver potuto fare come attività ciò che desideravo, e cioè il direttore d’orchestra. Poi l’aver intrapreso tante cose, senza che alcuna diventasse l’unica professione. Mi sarebbe piaciuto fare, in seguito, lo scrittore (non il giornalista di professione. Non mi vedevo lavorare fino a notte fonda, sempre pressato da tempi incalzanti, anche se in gioventù mi era stata offerta l’opportunità di entrare nella redazione di un quotidiano, inizialmente per la cronaca, settore che non mi interessava affatto); poi per un breve periodo mi prese un interesse vivissimo per la neuropsichiatria, in particolare infantile, per cui avrei voluto fare, se l’avessi potuto e soprattutto se fosse emerso l’interesse nel periodo giusto, anche il neuropsichiatra-psicoanalista, (e conseguentemente, per un certo periodo, mi dedicai per mio conto a furiose letture di testi scientifici, e tutto Freud, molto Jung e Melanie Klein, qualcosina di Adler, ecc.). Poi la vita segue un suo ritmo, urgono esigenze, altre cose si impongono e ci condizionano. Suppongo sia purtroppo così per molti, se non per tutti. L’importante, credo, è ancora, fin che ci è concesso, fare qualcosa di interessante, che ci occupi e ci coinvolga. E poi sarà ciò che deve essere.

 

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