Elisabetta Venturi

Come hai iniziato questa avventura?
Sono sempre stata affascinata dall’idea di scrivere, e ci provavo già ai tempi della scuola scrivendo sui diari di tutti.
Qualche anno fa, per un incarico del Tribunale di Firenze relativo alla nostra professione, ti ho incontrata ed è stata subito un’amicizia importante. Alla nascita di questo progetto, dimostrando in me una fiducia che io non avevo, mi ha coinvolta nel “gruppo storico” e ho aderito molto volentieri.

E’ stato facile scrivere i primi articoli?
No affatto. Oltre alla difficoltà di riuscire a trasmettere il proprio pensiero, ad avere cioè la certezza di aver scritto esattamente quello che volevo dire, dopo vent’anni da commercialista cercavo i riferimenti di legge e non c’erano… Ovviamente sto scherzando, ma non del tutto. E’ stato un po’ come buttarsi senza rete in un mondo completamente estraneo.

Però ti ha sempre attirato...
Sicuramente. Il mio rimpianto è quello di non aver fatto l’università. Fosse stato possibile, sarei stata l’eterno studente. Avrei fatto cinque o sei facoltà. Lettere, storia, psicologia e anche legge. Ma avrei fatto una sola tesi per tutte su Ungaretti. Anche se non so bene come avrei gestito quella della facoltà di Legge.

Proprio e solo Ungaretti?
Si su questo non ho dubbi, avrei trovato un modo per tutte quante. La sua poesia è da sempre una delle mie più grandi passioni. Qual è per te il senso della scrittura, il motivo per il quale si scrive? Ho sempre avuto dentro di me la convinzione che ognuno debba lasciare qualcosa. Non importa che sia qualcosa di grande, di fantastico o di imponente, ma l’importante è che sia qualcosa. Una traccia, un ricordo, anche solo un’opinione. Nell’incertezza dell’aldilà, ho sempre pensato che mi piacerebbe lasciare qualcosa da cui qualcuno, anche una persona sola, possa, un domani, ripartire per un viaggio molto diverso dal mio. E da quel punto percorrere strade infinite.

Infinita presunzione?
Non credo. Credo invece che sia il desiderio umano di ognuno che qualcosa di noi resti.