Zoran Music. Estreme figure

di Giorgia B. Soncin // pubblicato il 24 Dicembre, 2009

Da sempre la mobilità degli artisti rappresenta una fonte di crescita sia per gli ospiti che per gli ospitati; la città di Venezia manifesta ancora una volta la sua apertura in questa direzione, rendendo omaggio ad un pittore che nel tempo ha saputo rendersi esempio di questo modus vivendi.
Apolide a causa del suo spirito perennemente errante, Zoran Music (Gorizia 1909 – Venezia 2005) rappresenta un ponte tra oriente e occidente, così come lo rappresentò nei secoli Venezia, sua città adottiva e seconda dimora.
In occasione dei cento anni dalla sua nascita, una mostra dal titolo “Zoran Music. Estreme figure”, inaugurata lo scorso 3 dicembre e curata da Giovanna Dal Bon, lo celebra con più di ottanta opere che ripercorrono il suo peregrinare nel panorama artistico Europeo e tra le più tristi pagine della storia contemporanea.

Anton Zoran Music nasce a Gorizia nel 1909; la sua infanzia è segnata da continui spostamenti, dovuti alla situazione famigliare e alla prima guerra mondiale che lo conduce a viaggi tra Germania, Austria e Repubblica Ceca.
E’ proprio qui che l’artista incontra l’espressionismo di Schiele e Klimt da cui trae parte dello struggimento che riporterà poi nelle sue opere.
Successivo agli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Zagabria (1930- 1935) è il suo contatto con l’arte Iberica attraverso Velasquez, Goya e El Greco; ma anche qui la fuga dal conflitto civile spagnolo lo riporta in Dalmazia, sua terra d’origine, dove la sua attività artistica prende piede aprendogli la strada verso Venezia nel 1943.
Sarà proprio La Serenissima ad accoglierlo dopo la persecuzione nazista e l’internamento a Dachau tra il 1944 e il 1945, segretamente e intimamente documentati da una serie di disegni fatti con materiali recuperati nel campo.
Questa tragica esperienza riecheggerà in tutta la complessità artistica di Music segnandolo come una ferita sempre aperta che l’artista cercherà inesorabilmente di curare lungo tutta la sua attività.
Nel1948 Zoran è ospite alla Biennale di Venezia, supportato da artisti, critici e collezionisti e sarà sempre la Biennale a conferirgli il Gran Premio per l'Arte Grafica nel 1956 e il premio UNESCO nel 1960. Questo trionfo nel panorama veneziano conferma il suo stretto legame con la città, madrina accogliente e riconoscente.
Città- Ponte, crocevia di culture e arti, Venezia favorisce, dagli anni ’60- ’70 in poi, i contatti tra l’artista e le maggiori città europee in cui Music può “parlare” di sé e della sua travagliata esistenza attraverso il linguaggio universale delle immagini.
Sono di questi anni, infatti, esperienze a Parigi, Londra, Ginevra, Milano, Roma e New York, coronate da importanti riconoscimenti istituzionali e da mostre che risaltano il valore non solo dell’artista, ma anche come testimone di un’epoca fatta di contraddizioni e dilemmi.
Molte le nomine onorarie attribuitegli negli anni, tra cui quelle di cittadino onorario di Gorizia nel 1987 e di "Officier de la Legion d'Honneur" da Francois Mitterand nel 1991. Proprio Gorizia, nel 2004, un anno prima della sua morte, gli ha dedicato una mostra, per raccogliere le sue opere e documentare la sua attività così dinamica e interiormente legata alla errante storia umana.

La mostra inaugurata a Venezia è incentrata sull’ultimo trentennio di un percorso artistico complesso e articolato; intimo e meditativo oltre il quale, come sostiene l’artista, “…c’è il profondo. Il luogo dove non si spiegano le cose, una specie di nebbia dov’è difficile muoversi”.

Il percorso si snoda in sette nuclei tematici che ripercorrono le esperienze storico- artistiche più significative che hanno maggiormente segnato l’estetica e la figuratività di Music.
Punto di partenza, Le Origini, paesaggi dalmati che hanno ispirato l’artista grazie alla loro e la loro semplice essenza. Un lavoro che parte da una percezione “montaliana” del paesaggio: un’attenzione alle piccole cose, all’andare oltre la nudità del paesaggio per cercarne l’intima profondità.
Saranno proprio questa ricerca e questo viaggio continuo a rendere Zoran Viandante ed esploratore di vite e luoghi, ed è nell’omonima opera che emerge il grigiore della figura umana nell’incertezza della continua ricerca; la labilità delle linee che pur essendo essenziali, diventano come solchi nell’animo di chi è costretto ad errare senza sosta.

A Venezia è dedicata parte della produzione artistica di Music, città che ha saputo, nel tempo, accoglierlo riconoscendone le capacità e dandogli luoghi di ispirazione e scorci tra i suoi canali e nelle sue piazze. Anche qui, tuttavia, Zoran mantiene l’attenzione alla quotidianità e ad una pittura capace di cogliere, attraverso luci e ombre, la bellezza di una città malinconica ma viva, e forte del suo essere da sempre crocevia di culture e fusione tra oriente e occidente, di cui l’artista si sente parte integrante: “(...) Una regione, la mia, un tempo coperta di querce, il cui legno è servito per fare le palafitte su cui è costruita Venezia. Senza parlare degli alberi delle sue galere. Il mio paese ha contribuito a modo suo alla potenza della Serenissima”.
Questa percezione intimistica del paesaggio è evidente nelle rappresentazioni del Canale della Giudecca e del Molino Stucky, opere di una pastosità tangibile in cui è impossibile non percepire il forte legame che unisce l’arista e la Città.

Lo stesso approccio intimistico alla raffigurazione paesaggistica e vedutistica è usato nella rappresentazione del corpo umano, a partire da Figure Grigie, fino a raggiungere l’acme della disgregazione della figura stessa in Spazio Intenso. In queste rappresentazioni, la figura umana si manifesta in tutta la sua staticità, vittima ancora una volta di quello che è il retaggio della discesa agli inferi da cui l’artista non ha mai fatto, forse, veramente ritorno.
Stiamo parlando dell’internamento nel campo di Dachau a partire dal’Ottobre 1944.
E’ qui che l’artista realizza la serie di alienanti disegni Non Siamo Gli Ultimi e scrive pagine di memorie. Per non dimenticare quella verità che si nasconde “dietro l’apparente stasi delle cose” come disse Jean Clair, curatore di una mostra dell’artista a Parigi.
Arte come cura da un male individuale e collettivo, che affligge un’epoca e un popolo. Cosi come per Primo Levi e per molti altri, l’arte serve come strumento per re-impossessarsi di una umanità negata e per non perdere la “grandiosa e tragica bellezza” della condizione umana”, come la definisce Music stesso.

La sezione della mostra Sono Dovuto Tornare a Dachau tratta proprio di questo e della necessità viscerale di non perdere la memoria per quanto possa essere dolorosa. Silenziosamente l’artista raccoglie brandelli di vite spezzate e li disegna, creando a modo suo un “archivio del dolore” che collega il suo vissuto a quello di tante altre persone riappropriandosi paradossalmente del valore della vita.
Personaggi baconiani, cadaveri che ricordano i personaggi inumani di Scipione dipinti a cavallo delle due guerre in una tragicità che riassume l’instabilità di un secolo colpito da molte piaghe.
Figure attualissime che potrebbero essere usate ancora oggi per illustrare i mali della contemporaneità. In questo senso, più dell’Accademia, la “Scuola di Dachau” ha fornito strumenti percettivi e cognitivi all’artista, che saranno anche successivamente utilizzati nell’opera artistica.
 
Di questo eterno ritorno sono prova i ritratti in cui il sé diventa altro da sé e l’attività ritrattistica è strumento di presa di coscienza e rigorosa introspezione.
“(…) L’autoritratto non è stato né una prova né un rischio. È ciò che io ho dentro, e che ho cercato di tirare fuori, magari con severità (…) dipingo solo autoritratti e non faccio ritratti di altri perché non li conosco”; anche qui l’indagine è focalizzata sulla figura umana come corpo in cui sono trasferite incertezze e grigiori.
E’ in questa dimensione che si collocano I molteplici ritratti di Ida, che da singoli diventano successivamente doppi e orientati verso una rappresentazione cercata e studiata per documentare l’avvicinamento di due anime nel tentative di non abbandinarsi, per l’ennesima volta, alla solitudine.
Quello della mostra è un percorso che indaga l’individualità e la solitudine, a volte ricercata; altre volte indotta, dell’uomo prima che dell’artista e di come quest’ltima possa essere filtrata attraverso l’arte creando un linguaggio universale che va ben oltre l’impatto puramente visivo.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Zoran Music a Palazzo Pisani,
    Venezia, 1947
  • Anacoreta, 1992
    olio su tela
    146 x 114 cm
    Collezione Privata
    © Zoran Antonio Music - by SIAE 2009
  • Il Viandante, 1995
    carboncino su tela
    100 x 81 cm
    Collezione Privata
    © Zoran Antonio Music - by SIAE 2009
  • Canale della Giudecca, 1998
    olio su tela
    73 x 92 cm
    Collezione Privata
    © Zoran Antonio Music - by SIAE 2009
  • Figura grigia, 1997
    olio su tela
    116 x 89 cm
    Collezione Privata
    © Zoran Antonio Music - by SIAE 2009
  • Non siamo gli ultimi, 1976
    acrilico su tela
    146 x 114 cm
    Collezione Privata
    © Zoran Antonio Music - by SIAE 2009
  • Atelier (Doppio Ritratto), 1990
    olio su tela
    162 x 130 cm
    Collezione privata
    © Zoran Antonio Music - by SIAE 2009


Catalogo Marsilio Editori

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Dove e quando

  • Date : 03 Dicembre, 2009 - 07 Marzo, 2010
  • Indirizzo: Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Campo Santo Stefano 2842, Venezia

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