Zhang Dali: l’ombra della società

di Elisa Bergami // pubblicato il 07 Novembre, 2011

Finalmente l’autore delle sagome fisionomiche che a volte scorgevo dal finestrino dei taxi che mi permettevano di attraversare Pechino ha un nome: Zhang Dali.
Profili realizzati con vernice spray creati su edifici condannati alla demolizione, ponti stradali e muri architettonicamente trascurati sparsi un po’ ovunque nella Capitale rappresentavano una delle prime forme di graffito visibili in una città cinese. Non si noterebbero così facilmente in una qualsiasi città occidentale perché subito coperti da altre e più insensate linee grafiche ad opera di vandali, artisti e gruppi politici; ma visto e considerato che in Cina ciò che “decora” i muri e le superfici sono al massimo cartelli di divieto o poster pubblicitari destinati a reclamizzare strambi cambiamenti fisici o rimedi per malattie veneree piuttosto retrò, esse hanno la possibilità di emergere in tutta la loro particolarità.
Accanto all’ormai dilagante carattere chai (拆) simbolo di un’imminente distruzione, troviamo dei profili un po’ naϊve, la cui semplicità non permette alcuna distrazione ed un dialogo schietto e sincero con Pechino, una città in cui gli edifici vengono distrutti molto più in fretta di ciò che accadeva a Londra e Berlino durante i bombardamenti della guerra.
Zhang Dali, Demolition, Fuhua Mansion
Laureatosi all’Accademia di Belle Arti della capitale e particolarmente dotato nella pittura ad inchiostro, ben presto Zhang Dali si distaccò dalla forma più tradizionale del dipinto su carta o tela per concepire forme più astratte e sperimentare materiale sempre diversi e di certo il graffitismo aderisce alla volontà di stimolare un continuo dialogo critico basato sul mutevole aspetto della città.

In questo senso la sua si può considerare un’arte della memoria, un modo per resistere alla distruzione chiedendo un orientamento delle priorità sociali più diligente ed attivo.
Una  totale immersione nella società a lui contemporanea non poteva altresì prescindere dalla condizione della popolazione rurale, che in Cina rappresenta ad oggi la fetta più consistente della forbice demografica cinese.
Secondo l’artista i lavoratori migranti costretti ad attraversare l’itero territorio alla ricerca di un miglioramento delle proprie condizioni economiche ed umane, sono la parte più importante della razza cinese: ciò nonostante sono ancora da molti considerati abitanti senza volto ai margini della società.

Chinese Offspring” è uno dei suoi lavori più conosciuti. Dal 2003 al 2005 Zhang ha ritratto in posizioni sempre diverse cento lavoratori migranti a grandezza naturale sotto forma di sculture di resina, a tributo di un eroismo mai riconosciuto. Ognuno è caratterizzato dalla presenza di un numero di serie, dell’autografo dell’autore e del titolo dell’opera complessiva come a voler catalogare e registrare la popolazione, in virtù della volontà di esercitare una gestione controllata degli esseri umani.
Zhang Dali, Chinese Offspring
Molti di loro sono raffigurati appesi a testa in giù, ad indicare l’incertezza delle loro esistenze, la vulnerabilità e la totale impotenza nel cambiare il proprio destino.

L’essere umano, composito assemblaggio di carne e idea è nuovamente il protagonista della serie di lavori raccolti in “World’s Shadows” (in mostra fino all'8 gennaio 2012 presso la Pekin Fine Arts Gallery di Pechino), realizzati tra il 2009 e il 2011. La sperimentazione di nuovi supporti è qui espressa all’ennesima potenza dal momento che viene rispolverata un processo fotografico inventato più di 150 anni fa: la cianotipia.
Il punto di partenza è l’immersione della tela di cotone in un recipiente colmo di agenti chimici; successivamente all’asciugatura del tessuto un’immagine in negativo posta di fronte alla stoffa viene catturato in una silhouette e dopo poco minuti di esposizione alla luce l’immagine vera e propria tende a formarsi. Le aree non esposte alla luce diretta rimangono bianche e in trasparenza mentre al contrario le altre risaltano di differenti toni di blu.
Le ombre sono di per sé estremamente affascinanti e al di là del fatto che testimoniano l’esistenza materiale di un oggetto, portano con sé il valore intrinseco dell’esistenza. Non sono, quindi, la semplice riproduzione o copia del mondo delle cose materiali, ma anche e soprattutto una sorta di “anti materia” che sottolinea comunque i limiti fisici che l’oggetto ricopre.
Come un qualsiasi fotogramma fotografico, il soggetto rappresentato è destinato a durare in eterno, resistendo alla consunzione tipica del tempo che passa ad imperitura testimonianza di un tempo e di uno spazio passeggero.
La convinzione che la poca natura rimasta in città sia prossima alla distruzione, sostituita da agglomerati di cemento impersonali e indifferenziati, ha portato Zhang a desiderare di bloccare in una sorta di limbo temporale le persone, gli oggetti quotidiani e la pace evocata dalla flora e dalla fauna che circonda il suo studio a Heiqiao. 
Zhang Dali Dove 1
Adottando, poi, uno sguardo più ampio anche le montagne di Changping e più precisamente il sito di pagode di epoca Liao (907-1125) sono state elette soggetti prediletti di questa antica impressione fotografica. L’ombra che sembra sfuggire allo sguardo, timidamente nascosta dietro il suo doppio, resta così per sempre imprigionata.

Nella folle corsa sociale e ambientale in cui tutto appare temporaneo l’opera di Zhang Dali diventa un punto fermo, la memoria da cui partire per ricostruire in un futuro ciò che farà del nostro presente il più recente passato.

Nella speranza che questa breve intervista possa in qualche modo stimolare la voglia di conoscere in maniera ancora più approfondita la carica creativa di Zhang Dali, riporto integralmente il frutto di una conversazione a distanza con l’artista:

La tua è un’arte che potremmo definire  anche sociale. La complessità della società cinese che emerge dalle tue opere pensi  faccia della tua arte un modo per esorcizzare certe tematiche contemporanee?
Tutte le mie opere derivano dalla realtà attuale. Quindi la mia arte si può definire realista. Voglio esprimere quanto succede e sta per succedere intorno a me. A volte è molto difficile da esprimere, perché non posso certo rappresentare completamente la gente o tutta la gente, quindi la mia arte è forse meglio definita come il risultato sul piano espressivo della ricerca di un equilibrio tra la realtà della massa e l’elaborazione intellettuale di tale realtà o condizione di vita. Forse questo è il vero contenuto della mia arte”.

Nel tuo “Chinese Offspring” o nei lavori appartenenti a “World’s Shadows”, l’essere umano così raffigurato appare come una sorta di cavia da studiare. Ti consideri uno “scienziato” antropologicamente artista?
Sì, si può dire così. Perché ogni mia opera non deriva da un’ ispirazione astratta e improvvisa, ma si tratta sempre di progetti a lungo termine, alcuni lavori li ho portati avanti per 5 o 6 anni.  Oltre a richiedere disciplina e rigore, questi progetti impongono di diventare un esperto in quel  determinato campo e in quella tecnica, e questa forse è la maggiore difficoltà per l’artista, che deve ogni volta esplorare un mondo di saperi nuovi e prima estranei. Ma solo superando tale difficoltà, vale a dire divenendo un esperto, l’artista può trovare i mezzi espressivi per quello specifico contenuto che ha in mente.  È molto difficile e importante saper far combaciare quella tecnica con il contenuto che si vuole esprimere. Pertanto i miei lavori artistici sono in qualche modo prodotti di laboratorio, cui giungo dopo molte sperimentazioni”.

Pensi che ben presto tu stesso guarderai i tuoi cianotipi con un sentimento di nostalgia nei confronti di una Cina che a breve non ci sarà più?
Sì, sono una persona senza una radice in un luogo natale (meiyou guxiang de ren 每有故乡的人). La nostalgia di qualcosa che non esiste più è uno stato permanente per molti cinesi. Quelle ombre provano che in questo mondo alcune cose esistono e allo steso tempo non esistono. I cianotipi sono una tecnica espressiva meravigliosa, certo quello che si vede sulla tela è un’ombra che resta per sempre, ma mentre si crea il cianotipo non c’è modo di sapere per certo cosa ne viene fuori, perché le ombre cambiano ogni minuto. Con questo mio lavoro voglio dire agli altri che al nostro fianco ci sono molte cose che non vediamo e non notiamo, tuttavia sono decisive per la nostra vita”.

Il tuo successo internazionale è ormai assodato. Quanto di “non cinese” c’è nelle tue opere?
Non lo so. Perché non so se la Cina di oggi è la Cina, o meglio cosa sia la Cina è molto difficile da stabilire e darne una definizione. Quando creo le mie opere non penso per niente a questo problema. Uso tutti i mezzi che posso, sia materiali che mentali, idee e concetti. Se quello che ne risulta sia cinese o meno, lo può valutare solo chi guarda l’opera”.

 

Traduzioni

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Zhang Dali, Demolition, Fuhua Mansion
    1998, fotografia, edizione di 10 / photograph, edition of 10, 46 x 65 cm
    (©Meulensteen and the artist)
  2. Zhang Dali, Chinese Offspring
    2003 Tecnica mista: resina con fibra di vetro, 15 figure di dimensioni reali / Mixed media: resin mixed with fibreglass 15 life size cast figures, Average height 170 cm each
    (© The Saatchi Gallery and the artist)
  3. Zhang Dali Dove 1
    2011.09.01, Fotogramma montato su tessuto / Photogram Mounted on Fine Linen, 288 x 255 cm
    (© Zhang Dali. Photo courtesy the artist and Pékin Fine Arts)

In copertina:
Delivery Bicycles (4) 2011.08.16
2011.08.16, Fotogramma montato su tessuto / Photogram Mounted on Fine Linen, 260 x 390 cm
(© Zhang Dali. Photo courtesy the artist and Pékin Fine Arts)

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