XIII Biennale Architettura Venezia: una chiave di lettura

di Rita El Asmar // pubblicato il 22 Settembre, 2012

Se l’Architettura è la madre delle Arti, l’Italia è la madre delle madri”. Con  queste parole David Chipperfield, Direttore della XIII Biennale di Architettura, ha esordito nel suo discorso di presentazione della nuova edizione, inaugurata a Venezia lo scorso 29 Agosto, allestita tra le potenti quinte dell’Arsenale e nei Giardini della Biennale e arricchita da 15 eventi collaterali dislocati in tutta la città e nell’entroterra.
L’Italia rimane la patria spirituale dell’architettura. È qui che si può comprendere pienamente l’importanza dell’edificio non come spettacolo individuale, bensì come manifestazione di valori collettivi e scenario di vita quotidiana”. Emerge già da queste parole la netta presa di posizione del Direttore e l’impostazione data alla nuova edizione, che va alla ricerca di quel terreno comune – da cui il titolo, Common Ground – che, come ribadisce Chipperfield,  lungi dall’essere un  luogo fisico,  è costituito dal sostrato culturale su cui si basa la disciplina architettonica.

Il lavoro dell’architetto è estremamente difficile perché richiede capacità di lettura e interpretazione delle esigenze di una società in continua evoluzione. Inoltre, il processo che porta alla realizzazione di un edificio è estremamente complesso e si frammenta nelle decisioni di diversi  individui ed istituzioni. La riuscita di un progetto, al di là della sua qualità intrinseca, è dunque strettamente legata al contesto in cui si sviluppa e dipende dalla convergenza degli sforzi e dall’unitarietà degli obiettivi di tutti gli attori coinvolti: ciò vale tanto alla scala architettonica quanto alla scala urbana. È evidente che quando questo non avviene, si generano quei vuoti urbani che troppo spesso, negli ultimi tempi, si è cercato di colmare invocando la perfomance dell’archistar, a cui si chiede di rimediare al danno con gesti eclatanti, spesso autoreferenziali. La società è talmente assuefatta a questo meccanismo da aver dissociato l’architettura dal suo ruolo principale, cioè quello di organizzare lo spazio in cui viviamo, per riconoscerla solo nell’evento episodico del grande museo, della banca, del lussuoso hotel.
È proprio il divario tra il contributo che l’architetto dà (o dovrebbe dare) alla società e la mancata percezione di tale contributo da parte della società che questa Biennale vorrebbe colmare. Di qui l’invito agli architetti a raccontare di sé e del proprio lavoro. Al di là dello sforzo didattico – divulgativo, che cerca di avvicinare il pubblico più vasto alle problematiche della professione per formare – responsabilizzandoli – i cittadini di domani,  l’invito diventa per il mondo dell’architettura un’occasione per tornare a riconsiderare le ragioni primitive dell’architettura: cos’è? A cosa serve? A chi è diretta?
Le risposte più convincenti sono arrivate dal Giappone e dal raggruppamento inglese-venezuelano Urban Think Tank, rispettivamente Leone d’oro per la migliore Partecipazione nazionale e Leone d’oro per il miglior progetto della Mostra Internazionale.

Con Architecture possible here? Home-for-All, il Giappone racconta la desolazione post-tsunami e la determinazione a ricostruire, attraverso l’architettura, il tessuto sociale fortemente compromesso dalla violenza della devastazione: il commissario Toyo Ito narra tra foto, modelli e video le fasi di ideazione e realizzazione del progetto  “Casa di Tutti” a Rikuzentakata, frutto della collaborazione con tre emergenti  architetti giapponesi e con la popolazione sfollata, che si pone come “tentativo di offrire uno spazio d’incontro e distensione a coloro che avevano perso la casa con lo tsunami”.

La Torre David / Gran Horizonte di Justin McGuirk e Iwan Baan e Urban-Think Tank (Alfredo Brillenbourg, Hubert Klumpner) invece inverte la prospettiva, partendo da un esempio di fallimento urbano a Caracas - una struttura in calcestruzzo, resto di un palazzo per uffici di 45 piani mai completato - rigenerato da un fenomeno di appropriazione spontanea da parte di persone altrimenti destinate ai barrios di Caracas. L’installazione “registra la cultura che si è sviluppata in questo luogo, portando un ristorante venezuelano chiamato Gran Horizonte all’Arsenale, come simbolo della vita pubblica di Caracas” nella convinzione che “la condivisione di un pasto sia il modo migliore per stabilire un terreno comune per una discussione”.

Questa Biennale sembra dunque proseguire, calandola nel confronto con la quotidianità, la riflessione sulla forma e i contenuti dell’architettura avviata da Kazuyo Seijima nella scorsa edizione 2010, che aveva indagato le possibili qualità dello spazio in quanto materia prima. Confinati gli eccessi architettonici del recente passato ad una fase storica destinata a concludersi, la mostra richiama all’interesse per gli aspetti più pragmatici della disciplina e della professione, che costituiscono il terreno condiviso da cui partire per superare la profonda crisi d’identità in cui versa l’architettura contemporanea.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Peter Eisenman Journey to a common ground

NEL TESTO

  • Zaha Hadid
    Felix Candela, Heinz Isler.
    Studi per coperture sottili a guscio e di tensostrutture.
  • Toyo Ito, Kumiko Inui, Sou Fujimoto, Akihisa Hirata, Naoya Hatakeyama,
    Modelli di studio per Home-for-All
  • Justin McGuirk e Iwan Baan e Urban-Think Tank
    (Alfredo Brillenbourg, Hubert Klumpner)
    Torre David.

Mappa

Dove e quando

  • Date : 29 Agosto, 2012 - 25 Novembre, 2012
  • Sito web

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