Vinum Nostrum: la storia della civiltà in un bicchiere di vino
di // pubblicato il 26 Luglio, 2010
Il vino fa parte della nostra storia e delle nostre abitudini di gente del Mediterraneo; è questo il motivo per il quale il titolo della mostra aperta a Palazzo Pitti, Firenze, il 20 luglio scorso, gioca con il nome del nostro amato Mare Nostrum per sottolineare una appartenenza che è pregna di significati e motivazioni. Dopo averla visitata, ogni volta che aprirete una bottiglia di vino lo apprezzerete ancora di più.

L’esposizione, allestita al museo degli Argenti, racconta attraverso il vino, le vicende dei popoli del Mediterraneo, la diffusione della coltivazione della vite, le aree geografiche coinvolte, l’evoluzione delle tecniche agricole, i miti e i riti religiosi connessi ad esso: duemila anni di storia che si dipanano in quattro sale del museo, fra gli affreschi del Seicento, ad incorniciare reperti archeologici e ricostruzioni moderne di supporto didattico. Nata da una idea di Paolo Galluzzi, direttore del museo Galileo di Firenze, la mostra nasce grazie ad una proficua collaborazione fra la Soprintendenza di Firenze e quella Archeologica di Napoli e Pompei, avvalendosi del contributo di alcuni dipartimenti dell’Università di Siena e dell’Università Federico II di Napoli e di professionalità dell’Università di Milano e Torino. Il tutto è stato coordinato dalla mano di Giovanni Di Pasquale del Museo Galileo di Firenze.

Come proprio Di Pasquale racconta, la “diffusione della viticultura è un episodio tra i più rilevanti nella storia della civiltà: essa accompagna gli spostamenti di uomini, mezzi e merci, segue il peregrinare di coloni che si insediarono in terre non ancora toccate dall’uomo. Probabilmente non esiste nel mondo antico un elemento trasversale quanto il vino, la cui presenza tocca tutti gli ambiti della società”. Ecco perché il braccio con uva del II sec. d.C. di marmo diventa perfetto per rappresentare tutti i significati e le simbologie che quella forte presa di una probabile mano di satiro sul gonfio grappolo porta con se.

Il viaggio si apre con una scultura in prestito dai musei Capitolini di Roma, la Statua di vecchia ubriaca, copia romana di una scultura greca attribuita allo scultore Mirone di Tebe, II sec. a.C. Seduta, stringe un otre di vino e reca i segni della sua età in modo realistico, accentuati dall’espressione ebbra con la testa rovesciata all’indietro, lo sguardo perso nel vuoto e la bocca aperta. E’ il rovescio della medaglia, i lati negativi del nettare d’uva, che derivano dall’eccesso della bevanda. Si passa poi nel salone di Giovanni da San Giovanni dove, accanto a grandi carte geografiche che spiegano l’origine della viticoltura in area asiatica, sono esposti i più antichi recipienti per vino che siano mai stati scoperti, con tanto di tracce al loro interno: provengono dal Georgian National Museum di Tblisi e datano, uno, al tardo neolitico, altri due, sempre di terracotta ma nera, testimoniano lo sviluppo tra il 3400 e il 2000 a.C. di una viticoltura importante. La Georgia, quindi, culla molto probabilmente dei primi Europei, ha avuto un ruolo primario nell’addomesticamento della vite, nei territori del Caucaso prossimi alla cosiddetta Mezzaluna Fertile. Sono stati ritrovati tracce di acini risalenti a 7000 anni fa, che potrebbero quindi confermare che proprio la Georgia è stata la culla della vinificazione e i vasi presenti a Firenze ne sono una prova.

Si passa poi all’Egitto, dove scopriamo che, mentre il popolo beveva birra, il vino, molto prezioso visto che costava dieci volte la birra stessa, era riservato al Faraone; all’interno dei templi si trovavano raffigurazioni di vasi di vino offerto agli dei, come provano i pezzi esposti alla mostra, fra cui un coloratissimo gruppo di frammenti di pittura parietale di grande bellezza. Il contributo dei Fenici e degli Etruschi, che giocarono un ruolo essenziale nella diffusione della vitis vinifera nel Mediterraneo, occupa un altro spazio e, fra tutti i vasi, le stele e gli oggetti di uso quotidiano, ha sicuramente un posto d’onore il coperchio di sarcofago del cosiddetto Obeso, del museo archeologico di Firenze, del III sec. a.C. Un anziano aristocratico, con torace e ventre scoperti particolarmente prominenti, indossa una ghirlanda e anello al dito, mentre con l’altra mano tiene una patera, simbolo chiaro del simposio, del banchetto, e quindi della ricchezza del defunto rappresentato.

La parte dedicata all’area ellenica ci conduce dentro al mito di Dioniso, che appare in molti vasi fra cui spicca la coppa a figure nere proveniente da Napoli, del 540-530 a.C., dove si fronteggiano Dioniso e sua madre Semele, separati dal kantharos, contenitore per vino, e intorno a loro piccole figurine di satiri si inerpicano su enormi grappoli d’uva. Tanti sono anche gli oggetti per la mensa presenti in mostra, fra cui anche un simpulum, ovvero un mestolo, che serviva per mescere il vino, dopo che lo si era opportunamente diluito e miscelato al miele ed erbe aromatiche. Il vino era la bevanda più apprezzata dai Greci e il suo sapore doveva essere forte e deciso, prima di tutto per evitare la sua fermentazione e trasformazione in aceto; ecco che quindi era necessaria la sua diluizione in ragione del 50-70%. Come scrive Elisabetta Setari in uno dei saggi del bello e completo catalogo edito da Giunti, “solo gente di dubbi costumi, i Barbari, bevevano vino schietto nelle taverne del porto del Pireo.”

Con Roma, la produzione e diffusione del vino su ampia scala è ampiamente documentata; le testimonianze pompeiane sono molto varie, con tanto di nomi di produttori e liste di acquisto, visto che la produzione di vino era uno dei capisaldi dell’economia locale. L’esposizione lascia ampio spazio a pezzi di affreschi provenienti da Ercolano, agli arredi dei simposi romani, ad anfore in ottimo stato conservativo. Gli amorini vendemmiatori o il banchetto con eroti sono due piccoli ma suggestivi pezzi di intonaco che ci rivelano la bellezza della pittura romana parietale, che decorava le dimore dei pompeiani. Il modello di torchio detto “catoniano”, quello di più antica tradizione, realizzato da Opera Laboratori Fiorentini, visualizza questo importante strumento di produzione, insieme al plastico della villa di Boscoreale,proveniente da Roma, esempio più noto e completo di una villa rustica della campagna intorno a Pompei. Sono poi stati ricostruiti quattro dei sei tipi di allevamento della vite descritti da Plinio, il quale ricorda che il vino dei primi Romani fosse ancora un vino da vite non potata e che solo grazie ad una norma introdotta da Numa Pompilio si introdusse la pratica della potatura.

“Non è facile costruire una storia visiva del vino nel mondo antico”- scrive Di Pasquale- ma l’esposizione si dipana in modo così chiaro da arrivare all’obiettivo in modo sicuro. Adatta a grandi varietà di pubblico differenziato, può essere letta in modo diverso e dare una ampia visione sulla nostra storia nei secoli in cui tante tradizioni si sono formate e ancora oggi ci accompagnano. Un modo diverso e affascinante non solo per avvicinarsi alla storia e alla scienza racchiuse nel vino, ma soprattutto, un’avventura culturale per ritrovare le antiche radici dei popoli del Mediterraneo: ovvero, anche noi.
