Venezia: la mia Biennale dei Giardini
di // pubblicato il 27 Giugno, 2009
Come mi succede sempre quando vado a vedere la Biennale di Venezia, ma penso che sia la stessa cosa per tutti coloro che si interessano d’arte, passando di padiglione in padiglione, di galleria in galleria o palazzo mi entusiasmo, mi congelo o mi stupisco per quello che vedo. Oggi mi fa piacere parlare di quello che si può vedere ai Giardini e di alcune nazioni lì presenti che hanno esposto le opere dell’artista o degli artisti contemporanei considerati più rappresentativi.

Superato il cancello di ingresso consiglio di andare a destra per vedere il padiglione della Russia dove è facile notare quanto gli artisti si siano liberati dai dettami imposti dal regime comunista. Le loro opere sono diventate una libera rappresentazione della sensibilità artistica che muove ognuno di loro dando la giusta sensazione dei retroscena culturali che li muovono.
Per esempio l’installazione multimediale di Andrei Molodkin (Buj 1966) è composta da due sculture in vetro che ricordano la Nike di Samotracia (il passato classico) ma nel loro interno scorre in una un nero e pulsante petrolio, nell’altra il sangue roso. Il flusso dei due liquidi, il rosso e il nero, che pulsano all’interno delle Nike vogliono ricordarci l’ambivalenza di qualsiasi Vittoria e il vetro la sua fragilità.

Ci sono i video di Pavel Pepperstein (Mosca 1966) che sono il chiaro risultato del suo studio dell’arte contemporanea, la cultura di massa e la filosofia che vi nasce intorno, quasi per inocularsi il maggior numero di “virus” intellettuali, “sia che si tratti del “Signore degli anelli” o dei discorsi di sinistra o della nostalgia per il socialismo …Pavel si dedica a un uso virtuoso della customizzazione o del “tuning” delle mitologie, che nella sua interpretazione acquisiscono la delicata bizzarria di un mondo immaginario, profondamente intimo”.
Tornando indietro sono voluta andare a vedere le nuove opere di Barcelò esposte nel Padiglione della Spagna. Devo dire che sono rimasta stupita (e anche un pochino delusa) nel trovare un artista molto diverso da quello che avevo conosciuto a Lugano, dove c’è stata una splendida retrospettiva voluta da Chiappini. Direi che le opere esposte alla Biennale, secondo me, sono un pochino più piatte, meno cariche di entusiasmante matericità rispetto a quelle che avevo visto qualche anno fa. I paesaggi africani esposti rappresentano figure umane, oggetti, animali e vegetazione da intuire e percepire nel tentativo di fare capire come sia metaforicamente desertica la situazione del Mali.

Insoliti i quadri bianchi che rappresentano l’affascinante schiuma delle onde ed è interessante il contrasto evidente e fortemente voluto dall’artista tra il continuo movimento del mare ridotto alla statica matericità della sua rappresentazione su tela.
A questo punto si può tentare di entrare nel padiglione inglese dove si deve fare la fila per vedere, poche persone alla volta, le opere di Steve McQueen.

Se c’è troppa gente in fila, si può prendere un appuntamento e andare a visitare, magari, l’accogliente Israele dove i curatori Diana Dallai e Doreet Le Vitte Harten hanno voluto infondere all’esposizione “In the name of the Father” un’atmosfera accogliente, la stessa che si può trovare in una casa. Così tra una chiacchierata, un caffè e un salatino si apprezza l’operato di Raffi Lavie pittore, educatore, curatore, esperto musicologo morto nel 2007, figura davvero carismatica per l’arte israeliana degli ultimi decenni.
Lì a fianco si trovano gli Stati Uniti che espongono le opere di Bruce Nauman, vincitore del Leone d’oro di questa edizione visto che l’artista fin dai lontani anni settanta è riuscito a definire, dandone delle precise indicazioni, la collocazione dell’arte statunitense e internazionale contemporanea. Le sue mani appese al soffitto circondano i visitatori e mi hanno dato la sensazione di essere l’allarmante rappresentazione di una preghiera allarmata e senza risoluzione, della incapacità umana di rendere il mondo accettabile.
E ora, dopo avere attraversato il ponticello sul canale dove viaggiano o sono ancorate barche e gondole, fa piacere infilarsi nell’allegro e colorato Brasile con le belle opere di Luiz Braga e Delson Uchôa che rincuorano con la loro capacità di mostrare un mondo sicuramente vivo, simpatico e, finalmente, carico di allegro movimento.
Come ultima visita, per uscire dai Giardini felici per ciò che si è visto, propongo di andare in Egitto, anche questa volta molto particolare per la sua genuinità, tanto che i due artisti Adel El Siwi (pittore ex psichiatra) e Ahmed Askalany (scultore) non parlano altro che la loro lingua.
Adel racconta a tutto tondo il ritmo della vita egiziana dove l’antico e il nuovo si mescolano senza alcuna difficoltà: “In questo ritmo il nuovo e ciò che si infiltra dall’esterno si fondono con la staticità dell’eredità storica, presenza massiccia e invasiva”.

Per entrare si passa sotto delle enormi figure create con foglie di palma intrecciate che stupiscono per il loro aspetto serafico ma imponente, in netto contrasto con la semplicità del materiale usato per costruirle. Già questo bellissimo preludio prepara a gustare con curiosa ammirazione le sculture di Ahmed Askalany “leggermente monumentali” eseguite proprio con questo duttile materiale donato dalla natura e intrecciato in modo sapientemente artigianale. Anche qui i gatti, i personaggi, le palme, il fornaio in bicicletta diventano forme ibride ma autentiche del mondo contemporaneo nato da importanti radici antiche.
Questa è, ovviamente una piccolissima parte di ciò che si può vedere a Venezia fino a tutto il 22 novembre e di sicuro vale la pena andarci per scoprire artisti nuovi, luoghi restaurati con cura, splendidi palazzi diventati sedi temporanee di esposizioni: buona immersione nel mondo contemporaneo contenuto nell’antico.