Vecchie tradizioni natalizie russe
di // pubblicato il 10 Gennaio, 2012
Da pochi giorni, è passato il Natale Ortodosso. Ma quali sono le differenze e perché lo si festeggia con quasi due settimane dopo quello cattolico? Nel 1918 quando la Russia è passata dal calendario giuliano a quello gregoriano, la Chiesa ortodossa continuò a seguire il calendario tradizionale usato fino ad allora; questo ha portato a festeggiare tutte le feste religiose con data fissa: due settimane dopo rispetto all'Europa e al resto del mondo. La nascità di Cristo, così, viene celebrata dal mondo ortodosso tra il 6 e il 7 di gennaio, corrispondente al 24-25 dicembre del calendario giuliano o come è definito nella Russia di oggi “vecchio stile”. Il Natale fa parte del ciclo delle cosidette “dodici feste” più importanti dell'anno liturgico dopo la Pasqua, dedicate agli episodi chiave della vita di Cristo e di Maria. Troviamo la rappresentazione della Natività come memoriale festivo dell’anno liturgico tra le icone della fila “delle feste” nell’iconostasi del tipo classico a cinque piani, al terzo livello, riconoscibili per le dimensioni ridotte.

Con l’abolizione delle feste religiose dopo la rivoluzione e con il ritorno, nel dopoguerra, dei festeggiamenti del Capodanno, la festa del Natale, nell’immaginario collettivo russo, ha ceduto la posizione predominante alla notte del 31 dicembre. Dal 1991, con uno speciale decreto governativo, è stata reintrodotta come giorno festivo. Questo ritorno “tardivo” è di fatto più istituzionale che rituale: molto di quello che si organizza per questa festa avendo carattere statale, con forti accenti dal gusto folkloristico tendenti al solo divertimento, non rispecchia più l’antica radice religiosa nell’anima popolare. Comunque, e per fortuna, sempre più fedeli si recano in chiesa durante la notte di Natale. A Mosca, il Patriarca presiede alla solenne messa notturna nella Cattedrale del Cristo Redentore, trasmessa in televisione.

Dal punto di vista religioso, la festa è preceduta da un lungo digiuno: per quaranta giorni i fedeli si preparano a festeggiare la natività di Cristo, secondo le regole, escludendo dai pasti carne, latticini e uova. Senza scendere in dettagli, ai fedeli si raccomanda di mangiare “cibi non cotti” (pane, verdura, frutta fresca e secca, miele) nei giorni di mercoledì e venerdì, e negli altri sono permessi piatti caldi a base vegetale senza condimenti, salvo giorni particolari, di festa, dove sono permessi condimenti, ma anche funghi, pesce e vino. Queste restrizioni, oggigiorno, sono seguite dai monaci e da prelati; ai laici viene permesso una dieta meno restrittiva, in base all’età ed allo stato di salute. Al termine del periodo di digiuno, si prepara un piatto rituale prenatalizio – sòcivo, oppure cutjà a base di grano o riso cotto lentamente a vapore, con aggiunta a fine cottura di frutta secca e semi di papavero, condito con idromele.

Nella veglia di Natale, chiamata socèlnik dal nome della pietanza rituale sopra descritta, si preparano i principali piatti della tavola natalizia. La tradizione prescrive dodici pietanze tra cui blinì (una sorta di crépes), un piatto a base di pesce, carne sotto gelatina, piatti di carne arrostita – pollo, maialino di latte, testa di maiale con cren (rafano) con grano saraceno stracotto, salumi di casa, brasato e dolci – biscotti koljàdki, priàniki (sorta di panforte), tartine spalmate con miele e semi di papavero che venivano serviti agli ospiti ed ai bambini e giovani che passavano per le case. Oggi in alcune case vengono confezionati piroghì o pirozhkì (sorta di panini ripieni) dolci e salati, torte e, soprattutto, l’oca arrosto con le mele, accompagnata con “krauti”, oppure con mele o altra frutta, in salamoia. Per la tavola natalizia si preparavano anche dolci di pasta frolla e le cosiddette cozùli – biscotti glassati a forma di animaletto (cervi o montoni): questi venivano sagomati a mano o con apposite forme, e per gli occhi si usava uvetta o bacche in salamoia.

I dodici giorni subito dopo il Natale sono chiamati sviàtki – giorni santi. Di derivazione pagana, in questi giorni si festeggiava il solstizio d’inverno. Con l’avvento del cristianesimo le vecchie tradizioni si fusero con quelle cristiane: in questi giorni i giovani si riunivano per festeggiare il Natale, ballando, giocando, sfilando in maschera per le strade, accendendo grandi fuochi, facendo gite sulla slitta. Gruppi di giovani mascherati andavano per le case cantando canzoni che glorificavano la nascità di Gesù e auguravano salute agli abitanti della casa e prosperità nei raccolti, ricevendo in cambio dolci natalizi, confetti e caramelle.

Un elemento carateristico del periodo festivo erano le divinazioni. Il voler conoscere il proprio futuro, la vita o la morte, ricchezza o povertà, prosperità dei raccolti e per le nubili, l’incontro e le peculiarità del futuro marito, portava a consultare modi e comportamenti di cose o animali, quali il fuoco e l’acqua, la cera delle candele, il grano, lo specchio, le galline, i cani.
Le tecniche di predizione del futuro erano tantissime e variavano da luogo a luogo. Molto diffuso era nascondere una moneta o un ogetto di valore in una torta: chi lo trovava era fortunato per tutto l’anno. Il tempo meteorologico durante i giorni santi indicava, secondo le credenze popolari, se l’estate sarebbe stata piovosa o il raccolto abbondante.
Un'altra credenza popolare diceva che in queste notti sulla terra combattevano due forze: quella benigna che chiamava la gente a lodare Gesù Cristo e a festeggiare in famiglia, a tavola, la sua nascità, e quella maligna, che tentava la gente facendo loro brutti scherzi. La Chiesa ortodossa si dimostrava permissiva, tollerando questi comportamenti, nonostante gli eccessi che questo periodo portava.
La scaramanzia e la curiosità sul futuro non erano estranee nemmeno ai nobili: troviamo un bellissimo esempio in Evgenij Onegin dove Tatiana, la protagonista del romanzo di Puškin pratica la divinazione con le amiche:
Tatjana fissa con l’impegno
La cera che affonda accagliando
E a lei nel suo strano disegno
Qualcosa di strano annunciando;
Colma d’acqua c’è una scodella,
Ne estraggono a turno gli anelli;
Ed ecco il suo che è capitato
Con la canzone di un tempo andato:
“Ogni bifolco là è un signore
Con oro e argento a volontà;
A chi gli tocca, prosperità!”
Ma è un’aria triste, porta dolore
Per le ragazze la canzoncina. *
I festeggiamenti natalizi erano molto diffusi, non solo in Russia ma anche negli altri paesi slavi, soprattutto in Ucraina. A questi giorni, ai costumi e ai riti natalizi è dedicato il racconto di Nikolaj Gogol’ La notte prima di Natale (1830-1832).

Da parte mia, vorrei segnalarvi due video emblematici del periodo: un bellissimo cartone animato del promettente artista Michail Aldashin Il Natale (1996) e le vedute di Mosca sotto la neve girate più di cento anni fa.
С Рождеством! (Buon Natale!)
