Valmont
di // pubblicato il 05 Agosto, 2011
Nel 1782 in Francia fece la sua comparsa il romanzo epistolare Les liaisons dangereuses di Choderlos de Laclos, ritratto amorale di una certa nobiltà che scatenò feroci polemiche, fu proibito con diverse sentenze del Tribunale e questo contribuì ad aumentarne la fama, creando il mito di opera scandalosa che ne ha garantito l’immortalità.
La trama è nota. La perfida Marchesa di Merteuil decide di vendicarsi dell’amante, il Conte di Gercourt, che l’ha abbandonata per sposare la giovane Cécile de Volanges e incarica il Visconte di Valmont d’insidiare la virtù della fanciulla. L’obiettivo è concludere l’operazione prima delle nozze in modo che il marito, ossessionato dalla purezza della futura sposa, scopra la prima notte di nozze d’esser stato preceduto.
Ma il libertino Valmont sembra poco interessato all’impresa, impegnato a inseguire un’altra preda, l’integerrima moglie di un magistrato, la Presidentessa di Tourvel, e convinto com’è che la seduzione di una vergine che non sa niente del mondo sia impresa troppo semplice e senza alcun “prestigio”.

Cinque anni dopo il trionfo di Amadeus, Milos Forman torna a raccontare il secolo dei lumi e con la collaborazione del sodale Jean-Claude Carrière porta sullo schermo una nuova versione dell’opera di Choderlos de Laclos.
Nonostante l’adattamento, come recitano i titoli, sia liberamente tratto dal romanzo originale, Valmont è il miglior film in assoluto nel restituire lo spirito del testo e di un’epoca intera. Infatti se da un lato si è modernizzato alcuni eventi eliminando dal finale una “morte per amore” improbabile nella realtà, dall’altra il film può vantare un rigore storico-filologico senza confronti.

L’uscita del film di Forman fu preceduta di pochi mesi da un’altra pellicola tratta dallo stesso testo, Le relazioni pericolose di Stephen Frears, che aveva raccolto un discreto successo e diverse nominations agli Oscar potendo contare sulla potente macchina promozionale di Hollywood. Mettendo a confronto i due progetti è possibile vedere la profonda differenza d’approccio alla stessa materia tra un prodotto commerciale, comunque di alto livello, e un’opera d’arte a tutto tondo.
Senza voler valutare le interpretazioni, comunque rimarchevoli da entrambi i lati, la fondamentale differenza tra i due film sta nel movente delle azioni; nella pellicola di Stephen Frears i malvagi Visconte di Valmont e Marchesa di Merteuil sono oscure anime perverse che operano il male scientemente, per calcolo o divertimento fine a se stesso, per Milos Forman i due complici sono solo giovani poco più che ventenni, inconsapevoli delle loro carenze esistenziali che provocano dolore e distruggono sentimenti solo per incoscienza e immaturità. Per questo le figure in Valmont assumono una tragicità all’altro film sconosciuta.

Titolati critici italiani hanno teorizzato sull’insuccesso economico di Valmont attribuendolo a un cast di attori privo di appeal, io non sono d’accordo con questa valutazione e credo che difficilmente un’opera di tale spessore possa diventare anche prodotto di massa.
Partendo dal presupposto che non è, ne dovrebbe essere, l’incasso al botteghino il metro di valutazione di un film d’autore che non insegue il pubblico su facili terreni, va detto che il merito per l’efficace rappresentazione storica, deve molto proprio alla scelta degli interpreti.
Il cast di Valmont è evidente dimostrazione del rispetto per usi e costumi di un’epoca che il regista ha dimostrato affidando i ruoli protagonisti ai giovani Colin Firth e Annette Bening, mentre nel film di Frears gli stessi sono sostenuti dai più maturi John Malkovick e Glenn Close. In barba a ogni attendibilità storica Le relazioni pericolose mette in scena personaggi in costume, ma anagraficamente più consoni all’epoca moderna, che poco hanno a che vedere con l’atmosfera e lo spirito del Settecento.

La superficialità del taglio dato a Le relazioni pericolose impedisce al dramma di emergere, i personaggi risultano psicologicamente dotati di meno spessore e questo ne incrina la credibilità. Usando i toni della commedia il film insegue solo il divertimento del pubblico, ogni possibile riflessione sul dramma che si consuma è inibita, ad esempio, dall’impaccio divertente della povera Cécile, interpretata per Frears da un’esordiente Uma Thurman (bravissima) quasi ventenne, che sconfina nella pochade senza nulla in comune con l’innocenza degli occhioni di Fairuza Balk, la Cécile di Forman.
La giovane attrice, appena quindicenne come prevedevano i costumi sociali della nobiltà settecentesca, subisce l’iniziazione forzata del Visconte di Valmont con lo smarrimento di chi dopo, tra le lacrime, non sa nemmeno dire cosa le è accaduto.
Raffinatamente ambigua e delicata nella sua spietata crudeltà, la scena dell’abuso è resa con tale raffinata eleganza da campeggiare senza scandalo persino sul bellissimo manifesto del film, senza attenuare in alcun modo la dolente tristezza per la morte dell’innocenza.

In Valmont è tangibile la sofferenza, il Visconte è in fondo una vittima di se stesso, dell'insoddisfazione esistenziale che tenta di colmare con la gratificazione dei sensi, incapace perfino di riconoscere l’amore che potrebbe salvarlo quando lo incontra sulla propria via.
Memorabile la sequenza del ballo in cui il Visconte Colin Firth danza con l’anziana zia Madame de Rosemonde, con la complice Marchesa de Merteuil, con l’innocente pura Cécile e infine con l’insidiata Presidentessa di Tourvel. Quattro donne, quattro relazioni diverse definite dal movimento dei corpi che nel ballo esprimono affetto filiale, erotiche tensioni, desideri profondi e pulsioni inconfessabili.
Certamente il meraviglioso film di Milos Forman non piace a chi è poco incline all’introspezione. Assistere all’umiliazione di un’anima vinta che accetta il degrado di mendicare amore, il danno subito da Cécile ma anche del Cavaliere di Danceny, sono credibili momenti di dolore, comuni nell’esperienza umana. Valmont è un mausoleo al rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, inalterabile al tempo, inevitabilmente mi assale ad ogni visione. La condanna umana d’osservare lo scorrere di ciò che è stato senza potervi porre rimedio.

Nella sequenza in cui vengono reclutati i padrini per un duello è tangibile la presenza dell’opera di Francisco Goya, soprattutto delle sue celebri incisioni, chissà se Milos Forman aveva già in mente l’affresco spagnolo realizzato poi dieci anni dopo con L’ultimo inquisitore (Goya’s ghost)?