Valentín
di // pubblicato il 21 Maggio, 2010
Buenos Aires fine anni ’60, il piccolo Valentín è un bambino di otto anni che vive con la nonna paterna Abuela da quando, molto piccolo, è stato abbandonato dalla madre per motivi che non sono noti e il padre è sempre lontano impegnato nel lavoro o a caccia di donne.
Il grande sogno di Valentín è quello di diventare astronauta e a questo scopo si allena a stare sott’acqua nella vasca da bagno trattenendo il respiro più a lungo possibile, come immagina si debba fare nello spazio fuori dell’atmosfera, o a camminare per strada con dei sassi sulle scarpe per abituarsi ad uno sforzo maggiore per staccarli da terra e vincere la forza di gravità.
Nella sua strana situazione di bambino senza famiglia Valentín osserva il mondo da un punto d’osservazione privilegiato, grazie alla giovane età, all’amicizia del musicista squattrinato Rufo e dell’ultima ex di suo padre Leticia, che al bambino raccontano le tempeste dei sentimenti rendendolo testimone dei brividi del cuore attraverso le vicissitudini degli adulti.
Diretto da Alejandro Agresti che nel film interpreta anche il ruolo del padre del piccolo protagonista costantemente assente, Valentín è un film fatto delle piccole cose di tutti i giorni, difficile da definire nel suo perfetto equilibrio tra dramma e commedia, mette in scena cose così leggere e quotidiane, solo apparentemente insignificanti, da essere ormai quasi invisibili per noi tutti che corriamo presi dal tran tran quotidiano delle nostre vite comuni.
I toni sono allegri grazie alla spontaneità del bravissimo Rodrigo Noya nel ruolo del protagonista, con la sua voce fuori campo che accompagna lo svolgersi degli eventi e con le sue buffe, a volte spiazzanti, considerazioni. La solitudine e il dramma dei suoi sentimenti feriti dall’assenza di una mamma, che lui non ricorda quasi, trapela nei racconti leggeri delle sgridate di un padre che non vuole sentir nemmeno nominare la mamma del piccolo Valentín, dagli occhi sognanti d’adorazione con cui guarda la giovane Leticia, immagine bellissima di un’ipotetica figura materna, o dalle implorazioni allo zio Chiche perché non vada via così presto dopo esser passato a trovarlo.

Divertente vederlo aggirarsi nei corridoi di casa con la tuta spaziale di sua costruzione e gli stivali da pioggia ai piedi, ma quando si va oltre, superando il gioco, con la riflessione che il suo sogno di cosmonauta esprime in realtà il desiderio di fuga dalla realtà spesso infelice in cui vive, anche la commedia assume venature struggenti e un po’ amare.
Il punto di vista è sempre quello soggettivo di Valentín che inevitabilmente è carente dell’assenza di tutte quelle motivazioni nei comportamenti degli adulti che solitamente ai bambini sono taciute, così durante la visione lo spettatore può fare solo ipotesi sugli avvenimenti passati, raccogliendo indizi attraverso gli sfoghi della nonna Abuela che ha parole avvelenate per la madre sparita, e soltanto alla fine con tutti gli elementi intercettati qua e là è possibile ricostruire il quadro della situazione di questa famiglia e degli eventi che l’hanno dissolta.

Il soggetto originale e la sceneggiatura sono stati scritti dallo stesso regista Alejandro Agresti che vi ha inserito forti echi autobiografici, i personaggi sono tutti psicologicamente complessi e definiti con grande realismo e verità. La nonna vedova che parla da sola ma nega di farlo quando il bambino glielo fa notare, arrabbiata col mondo e con una parola cattiva per tutti, fatta eccezione per la memoria del suo povero marito, il nonno di Valentín, ma in fondo buona e affezionata al piccolo nipote con le sue velleità aerospaziali.
Leticia, la bella e bionda fidanzata del padre, notevolmente più giovane di lui, che con la sua dolcezza e la sua sensibilità riempie, anche se fuggevolmente, i vuoti interiori di Valentín lasciati dal precoce distacco dall’affetto materno. Il compagno di suonate al pianoforte e vicino di casa Rufo, che raccontando al bambino i suoi drammi sentimentali lo inizia in qualche modo alle sue convinzioni sul mondo e sui rapporti tra i sessi, con massime filosofiche di sua creazione del tipo: “te lo dico sempre che noi uomini siamo più romantici delle donne” oppure “le donne sono un male necessario”.

Il padre troppo impegnato nell’ossessiva ricerca della compagna di vita giusta, assalito dai suoi fantasmi e dalle sue carenze interiori non ha un attimo di tempo per comprendere i sentimenti del figlio, ma anche qui il personaggio è talmente complesso da non potersi definire semplicisticamente cattivo, è piuttosto incapace di accorgersi delle necessità del bambino. Persino lo sconosciuto che porterà a Valentín notizie della mamma seppur appaia solo per una manciata di secondi, esprime un dolore inaspettato e regala alla storia un momento talmente intenso da far venire la pelle d’oca.
Un film piccolo piccolo che ho visto quasi accidentalmente dopo averlo tenuto, prestato da un’amica, ad arredarmi uno scaffale di casa per oltre un anno, mi ha colpito inaspettatamente al cuore ed è già entrato nella mia personale galleria di emozioni visive da collezionare.
