Ut pictura theatrum
di // pubblicato il 22 Febbraio, 2010
Se noi ombre vi abbiamo irritato,
non prendetevela a male, ma pensate
di aver dormito, e che questa sia
una visione della fantasia.
Non prendetevela miei cari signori,
perchè questa storia d'ogni logica è fuori:
noi altro non v' offriamo che un sogno;
della vostra indulgenza abbiamo bisogno.
(W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, V. I., 411-419)
Queste parole Shakespeare fa pronunciare allo spiritello Puck a conclusione di una delle sue composizioni di intrecci più magica e fantastica e questa frase si trova perfettamente a chiosa della suggestiva mostra apertasi al Mart di Rovereto "Dalla scena al dipinto. La magia del teatro nella pittura dell'Ottocento. Da David a Delacroix, da Füssli a Degas", un bellissimo viaggio all'interno del mondo del palcoscenico, un viaggio che lo stesso museo aveva incominciato nel 2005 con l' esposizione dal titolo "La danza delle Avanguardie" che analizzava in quel caso il rapporto tra arte coreutica e arte visiva.

In questo caso si viene accompagnati all'interno della pittura ottocentesca in particolare, ma non solo, poichè si viene introdotti in mostra da una tela di Jacques-Louis David "Il giuramento degli Orazi", copia postuma a quella celeberrima del Louvre e che presenta una costruzione di movimenti e di ambiente sicuramente "teatrale". Tela che ci proietta subito in medias res: quanto il teatro ha influenzato la pittura? Ha espresso l'intento della mostra Guy Cogeval, direttore del Museè d'Orsay e curatore della mostra insieme a Beatrice Avanzi: " Questa mostra si propone di ricollegare alla tradizione moderna il ritorno all'antico degli anni 1750-1800. Di mettere in evidenza un XIX secolo divorato dalla passione per il teatro, partendo dalla riscoperta di Pompei per giungere alla smaterializzazione dello spazio scenico voluto da Appia e Craig.

La mostra vuole accompagnare i visitatori da Voltaire e David fino al tramonto del simbolismo, oltre un secolo e mezzo di arte europea soggiogata dal demone del palcoscenico." I punti di riferimento del periodo neoclassico in teatro sono Corneille e Racine che si rifanno alle tragedie antiche e al loro bagaglio morale, ma quello che David vuol far prevalere è il coinvolgimento emotivo dello spettatore ed è quindi importante che il quadro, secondo l'opinione di Diderot, sappia prima di tutto rapire chi guarda, trasmettendo le sensazioni dell'azione rappresentata e facendogliele rivivere senza barriere. Capitale per questa innovazione il "Bruto" del Louvre (1789) che portò anche alla ricreazione della stessa composizione figurata in teatro nell'allestimento della tragedia di Voltaire da cui è tratta.
L'esposizione è stata realizzata, oltre che con il particolare contributo del Museè d'Orsay di Parigi, in co-produzione con la Direction des Musées de Marseille e la Art Gallery of Ontario, Toronto. Il merito primario, così come era per la mostra del 2005, è quello di considerare una linea interpretativa e di approccio differente allo sviluppo della modernità in pittura. Straordinario appare quanto siano vicini e quanto si influenzino il palcoscenico e la tela, più vicino di quello che si potrebbe pensare. Il loro rapporto non consiste solo nella riproduzione di azioni, ma nella influenza sia di soggetti che di approccio all'opera d'arte. Sono inoltre un prezioso documento per analizzare il cambiamento intellettuale e culturale attraverso il cambiamento della percezione della scena e della funzione del teatro, immortalati nelle oltre duecento opere presenti tra dipinti, disegni, modelli di scenografie.

Non si poteva rinunciare in questo viaggio al "bardo" William Shakespeare che ha influenzato moltissimi artisti soprattutto dalla fine del Settecento in poi, tanto da formare in suo onore intere quadrerie a tema. I suoi drammi e personaggi sono qui rappresentati in numerose interpretazioni e accenti, sopra tutti quelli del visionario Füssli. L'artista svizzero ha fatto propri la disperazione e il grottesco nell'autore inglese e diventa così il disegnatore di un teatro crudele che si perpetuerà per tutto il XIX secolo. Fu molto colpito, come tutta l'Inghilterra, dalla recitazione dell'attore David Garrick e lo ritrasse direttamente sulla scena. Il fatto che Garrick fosse la persona più raffigurata in territorio inglese dopo la famiglia reale denota la straordinaria importanza nascente degli attori e quindi del teatro all'interno della vita sociale. Nel periodo in cui gli sguardi dei Romantici erano sempre più rivolti al Medioevo e si assisteva ad uno spostamento di interesse per la teatralizzazione dei drammi intimi e dei sentimenti soprattutto amorosi più che di esempi morali, Shakespeare viene considerato il grande indagatore delle passioni umane rappresentate senza le forzature irrealistiche dati dai canoni classici che essi additavano al teatro classicista; secondo il giudizio di Victor Hugo, Shakespeare aveva creato il vero dramma perchè mescolanza dello stile alto e basso, del tragico e del comico, del bello e del brutto.

Sottili sono le sue analisi delle corrosioni dell'animo umano in Macbeth, in Re Lear, in Amleto e via dicendo.Sono esposti in mostra disegni e dipinti, ci si addentra progressivamente entro una ricerca di uno Shakespeare "noir" con il pennello di Théodore Chassériau e altri, sempre più ci si trova nel mezzo dei rimorsi con i suoi fantasmi, della crudeltà umana, del desiderio spasmodico di potere e di vendetta, si incontra la pazzia, il destino e la colpa insanguinata. Una vena tormentata percorre questa visione, resa ancora più forte dalla libertà di immaginazione dell'artista. Spaventosamente magnetica è la Lady Macbeth di John Sirgent Sargent che ritrae Ellen Terry, "l'attrice dei pittori" in questo suo ruolo, stagliantisi sul fondo nero come il suo animo mentre nel delirio di onnipotenza si incorona da sola e il cui sguardo allucinato inchioda davanti al dipinto.
Quanto siano vicini teatro e pittura lo si nota subito nella pittura di storia di cui Jacques-Louis David aveva costruito il modello neoclassico, in età romantica Eugène Delacroix e Paul Delaroche divengono molto apprezzati come narratori di episodi medievali (ma in mostra sono presenti splendidi dipinti di Ingres), Francesco Hayez in Italia ne è esponente magistrale. Davanti ai suoi quadri si è colpiti e coinvolti come se si stesse assistendo realmente ad un melodramma. Non a caso, poichè Hayez frequentava molto il teatro e per diversi anni è stato all'interno della commissione per la valutazione dei costumi e delle scenografie per La Scala e la Canobbiana poichè il dramma doveva essere rappresentato con tutti gli accorgimenti stilistici necessari e con la cura maniacale dell'allestimento, che prevedeva una perfetta aderenza al periodo storico del dramma (un po' come si fa oggi!). E' evidente che questo deve aver influenzato il suo modo di rappresentare gli avvenimenti in pittura così come è perfettamente comprensibile il contrario.

Edgar Degas è altro artista che non poteva mancare; è il pittore della danza per eccellenza, ma non solo. E' il pittore del teatro, in un modo assai diverso. Per lui non esiste solo la scena, l'azione sul palco, il teatro è soprattutto altro. Tutta l'irrealtà del palcoscenico viene allo scoperto, non è più l'artista che guarda uno spettacolo, ma un assiduo frequentatore del teatro. Degas si mette nei panni dello spettatore, realmente, e ne ricrea la percezione: l'inquadratura non riguarda solo lo spazio scenico ma si allarga per accogliere con tagli prospettici azzardati specialmente gli orchestrali sottostanti il palco o addirittura vengono ritratte le azioni dalla visuale dei palchi, rigorosamente quelli dell'Operà. Degas ha portato alla luce anche il dietro alle quinte, in tutte le sue componenti. Non solo le prove di scena o le ore di lezione delle ballerine, le visioni quotidiane di una scarpetta slacciata, un tutù da risistemare, la stanchezza ecc. Egli ha spietatamente analizzato anche l'altra faccia della medaglia di quello che consisteva il "mestiere"della ballerina: il suo sgurdo indaga purtroppo quella che era la condizione di allora nei camerini e nei salotti dell'Operà e non solo, frequentati dai ricchi altolocati che accedevano in esclusiva e si mettevano in contatto con le ragazze, spesso giovanissime, di cui diventavano anche i protettori. Un mondo e un modo di considerare il ruolo della danzatrice sui quali si scaglierà la forza della danza moderna.

Accompagna verso la smaterializzazione dello spazio scenico e della pittura l' attività intellettuale e musicale di Richard Wagner che colpì con il suo dardo una intera generazione e che si ritrovò a far da padrone in pieno periodo simbolista creando un filone di pittura "wagneriana". Dice Guy Cogeval nella introduzione al catalogo, edito da Skira: "Pittori e scultori si sono rapidamente impossessati degli eroi e delle situazioni archetipiche del maestro, non meno che della rivoluzione scenica operata a Bayreuth. E' a partire da questa che Strindberg sogna un teatro nuovo, fatto di sale immerse nella oscurità, di musicisti sepolti nella buca e di attori indifferenti agli spettatori, secondo l'auspicio espresso da Diderot un secolo e mezzo prima." Proprio l'opera wagneriana sarà l'ultimo stadio prima della semplificazione e della astrazione successiva, sia della forma che della scena.

Questa è solo una sintesi del percorso della mostra, più ampio e più articolato. Per chi temesse di non poterla apprezzare senza conoscenze teatrali precedenti aggiungo che il filo conduttore è efficacemente supportato da un apparato didattico chiaro e conciso.