Urlo
di // pubblicato il 01 Ottobre, 2010
"Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche... ".
Con queste parole si apre Urlo, il poema che nel 1955 segnò l’esordio sulla scena letteraria di uno dei poeti americani più importanti del XX secolo, l’allora ventinovenne Allen Ginsberg .
Urlo dava voce alle ferite di una generazione segnata dalla Seconda Guerra Mondiale, a quegli uomini che non erano riusciti e reinserirsi nel tessuto sociale di un’America ancora impegnata nella caccia alle streghe del maccartismo, che non si riconoscevano nel conformismo dei modelli esistenziali imposti.
Il giovane Allen espresse nei suoi versi il conflitto con le convenzioni di una società puritana che non accettava impulsi destabilizzanti di una normalità fittizia e mai realmente esistita.
Nome di spicco della così detta controcultura americana, la sua opera d’esordio è stata indicata per convenzione come l’inizio del movimento letterario stesso, Allen Ginsberg affermava che “in realtà la beat generation non esiste, c’è solo una banda di ragazzi desiderosi di essere pubblicati!”
Costruito al ritmo di una partitura jazz, come in fondo il flusso dei versi del poema originale, che a più riprese viene letto integralmente nell’arco dei suoi novanta minuti, il film Urlo, esordio nel cinema di finzione della coppia Rob Epstein e Jeffrey Friedman, ha il pregio d’introdurre senza mediazioni all’opera poetica di Ginsberg con disarmante semplicità, attraverso tre binari narrativi paralleli, intrecciati in modo originale.
Le parole dirette di Allen Ginsberg, interpretato da un James Franco in stato di grazia, attraverso interviste rilasciate all’epoca e la lettura del poema in pubblico, le deposizioni ricavate dal processo che nel 1957, a due anni dalla pubblicazione, vide l’editore Lawrence Ferlinghetti incriminato per diffusione di materiale osceno, e una serie di sequenze a cartoni animati che dà corpo sullo schermo ai ruvidi versi dell’opera sotto accusa.

Realizzate dall’artista Eric Drooker che di Allen Ginsberg fu anche amico, le meravigliose sequenze animate possiedono splendore visivo e forza visionaria degne di competere con le sperimentazioni di un capolavoro assoluto come Fantasia di Walt Disney, luce e colori evocano spesso l’atmosfera delle opere di Edward Hopper, numerose le citazioni pittoriche che vanno dal Cristo di San Giovanni della Croce, opera di Salvator Dalì, alla Notte stellata di Vincent van Gogh.
L’approccio dei due registi, che con i loro documentari hanno conquistato prestigiosi riconoscimenti, ha permesso loro di realizzare un film diretto e sincero in cui i versi poetici sono posti al centro della narrazione e che si basa interamente su materiali reali, interviste, verbali processuali e i versi stessi. Per tale motivo nei crediti sono completamente assenti le voci soggetto e sceneggiatura.
All’inizio il film era stato concepito in forma di documentario, ma con l’evolversi del progetto è stato subito chiaro che per restituire la forza dirompente del testo originale era necessario intraprendere una strada diversa, più espressiva e fuori da territori conosciuti, elevando la pellicola a vera e propria esperienza artistica visiva.

Alla potenza evocativa della parola, arma primaria di chi esprime la sua anima in versi, è affidata anche la ricostruzione biografica fuggendo tentazioni agiografiche ed evitando accuratamente ogni drammatizzazione degli eventi.
Il dolore e il senso di colpa per esser stato convinto, all’età di ventun’anni a firmare l’autorizzazione alla lobotomia di sua madre, ad esempio, sono affidati al racconto del protagonista e a immagini d’epoca sull’elettroshock.
Così l’incredibile bravura di James Franco che recita le interviste a Ginsberg, spesso rivolto alla macchina da presa senza che sia mai mostrato l’intervistatore, acquisisce la verità di un’anima che si mette a nudo e racconta con disarmante franchezza l’iter del suo percorso poetico esistenziale, le sue diverse fonti d’ispirazione, dai versi di Walt Whitman alle tele di Paul Cézanne, i traumi personali della sua biografia, la decisione di mostrare la segreta tenerezza del suo animo per riuscire finalmente a somigliare al proprio io ed essere libero.

Dedicato all’amico Carl Solomon, incontrato in un ospedale psichiatrico da cui il giovane Ginsberg uscì indenne promettendo di convertirsi all’eterosessualità, Urlo è l’espressione del conflitto interiore del poeta tra il suo personale senso della realtà e il conformismo imposto dalla società, l’inesauribile duello tra sincerità e ipocrisia.
Attraverso l’eterno dilemma su chi arrivi davvero a toccare la felicità, il folle perduto in modo irrecuperabile nella sua follia o il cittadino comune perfettamente incastonato nella sua sanità, Urlo invita a esprimere se stessi liberandosi dalla spirale di paura in cui vive chi non ha il coraggio di seguire le proprie emozioni, con la forza eversiva di pensieri inammissibili per cui anche la sodomia può aspirare a una sua sacralità.
L’estrema complessità della natura umana non può essere vincolata a un unico schema esistenziale imposto. Spesso, racconta il protagonista, non capisco il senso dei miei versi quando scrivo, ci vogliono a volte anche uno o due anni perché possa comprenderne l’essenza, come “una fotografia sviluppata lentamente”.

Il processo per oscenità che subì l’opera d’esordio di Ginsburg diventa emblema della lotta per la libertà d’espressione, impegnata a fronteggiare il paternalismo di chi alimenta logiche censorie per salvaguardare la castità altrui. Curiosamente questi integerrimi custodi della morale si sentono sempre immuni da ogni corruzione spirituale, portano avanti la loro crociata in difesa dell’integrità di un’imprecisata comunità umana, investiti da forze morali indefinite del compito di proteggere e salvaguardare i valori su cui si fonda la loro visione del mondo imponendoli agli altri come valori assoluti.

Sovente chi si scandalizza per una forma giudicata scurrile, tenta di coprire così facendo la sua incapacità d’arrivare a comprenderne il contenuto, l’ottusità non confesserà mai se stessa, ma l’espressione creativa non può temere l’uso del turpiloquio, ne accettare sudditanza a preconcetti altrui.
Urlo è un film intenso e coinvolgente che riesce a dare forma e forza visiva all’invisibile. Commuove la confessione libera e sincera del poeta quando racconta l’incontro con Peter Orlovsky, compagno di Allen fino al giorno della sua morte, “ho sentito finalmente che il mio Amore era ricambiato, nello stesso modo mio e mi sono sentito accettato”.