Uno pseudo Arcimboldo en pleine air e i suoi probabili contatti con la corte fiorentina

di Amici in Visita // pubblicato il 11 Maggio, 2011

di Fabio Giuliani

La bella mostra attualmente a Palazzo Reale di Milano che finalmente celebra il grande pittore figlio suo, Arcimboldo, mi offre l’occasione di parlare di un mio singolare recente incontro.
Sono un vagabondo alla ricerca dell’arte dalla preistoria al contemporaneo e ne scrivo; se poi questa si coniuga con l’enogastronomia, come espressione di antiche culture il mio entusiasmo cresce. Quindi quando seppi che si apriva un esposizione dal titolo ‘Il Castello delle Delizie: il mondo a tavola dall’antichita’ all’epoca moderna”, nel Castello Visconteo di Abbiategrasso partii al galoppo; era l’autunno del 2010.
Qui il dipinto che piu mi colpì e immediatamente mi fece pensare all’Arcimboldo fu “L’autunno”, in cui un uomo costruito coi frutti di stagione dal capo ai piedi siede in un paesaggio boschivo nell’ora del tramonto, e questa è la sola differenza dal dipinto di uguale soggetto noto come “Vertunno” in cui l’Arcimboldo ferma la rappresentazione a mezzo busto rendendola iconica, mentre questo in cui mi imbatto, a figura intera e ambientato, diventa discorsivo.

Sono un curioso e quindi voglio sapere chi è mai costui e da dove viene.
Scopro cosi che il dipinto è un prestito della Pinacoteca Tosio-Martinengo di Brescia, dove si trovano anche le altre tre stagioni complementari, in cui i personaggi sono sempre costruiti coi fiori e frutti corrispondenti, proprio alla maniera dello straordinario artista milanese celebrato nelle piu grandi corti europee del Cinquecento.
Il ciclo delle stagioni è, fin dall’antichita, collegato a quello della vita umana e in questo dipinto è particolarmente evidente.
Dalla Pinacoteca di Brescia gentilmente mi vengono inviate le foto di “Primavera”, “Estate” e “Inverno” con la scheda del gruppo scritta da quel gran conoscitore che è il Professor Angelo Dalerba.

Egli esamina dapprima le varie proposte attributive delle tele che, partendo da ‘seguace dell’Arcimboldo’, giungono, con Benno Geiger, ad essere date all’Arcimboldo stesso, e collegate inoltre a un'altra serie costituita da “Primavera” ed “Estate”, conservate nel Wadsworth Atheneum di Hartford, Connecticut, e da “Autunno” e “Inverno” non più rintracciate, tutte provenienti dal mercato parigino.
In seguito gli studiosi Francine-Claire Legrande e Felix Sluys riunivano entrambe le serie sotto il nome di Francesco Zucchi, fratello del pittore fiorentino Jacopo, basandosi su uno scritto del Baglione che aveva attribuito a questo pittore l’invenzione di raffigurare le stagioni come costituite da fiori e frutta.

All’attribuzione a Francesco Zucchi si associava Selearte diretta da Carlo Ludovico Raglianti in un articolo dedicato all’Arcimboldi .Quindi a questa tesi si adeguava anche Gaetano Panazza nel volume sui musei bresciani nel 1968, e tale attribuzione era ancora nel 1989 nel volume “L’anti-Rinascimento” di Eugenio Battisti.
Nel 1971 però Camillo Boselli trovò un documento nella Biblioteca Queriniana di Brescia datato 1592 in cui si parla di quattro stagioni acquistate a Venezia per i Conti Gambara, per cui gli parve giusto collegarle a questi dipinti provenienti dalla Parrocchiale di San Lorenzo di Verolanuova, pure collegata ai suddetti nobili bresciani.
Il Dalerba riprende la questione da capo riesaminando le componenti fondamentali dei dipinti: dai vegetali, dalle cornici, dall’esame delle tele e dai dati stilistici conclude che i dipinti sono nati in area bresciana e ben piu tardi del 1592 (granoturco e peperone si diffondono, a sua affermazione, in area padana solo dopo la peste del 1630 mentre i cedri e il giglio martagone presenti nello sfondo assieme a rocce tipicamente alpine restringono l’ambito all’area gardesana).

Non solo ma mettendo queste “Stagioni” in relazione con una natura morta datata 1667 e firmata Francesco Rasio (pittore bergamasco) ora a Santa Giulia, museo della citta di Brescia, ritiene che l’autore delle stesse sia proprio lui; una vanitas questa natura morta che egli esamina in tutti gli oggetti che la compongono,come una vanitas è la rappresentazione delle stagioni della vita attraverso la natura.
Quindi anche concettualmente oltre che pittoricamente i dipinti sarebbero tutti della stessa mano.  L’interesse dunque per l’Arcimboldi permane in Lombardia a lungo.
Infine il Prof. Dalerba, parlando della formazione dell’artista Rasio, aggiunge che la derivazione della Venere che si strizza i capelli che compare nello sfondo della “Primavera” di Hartford, tratta dalla fontana del Giambologna per la villa medicea della Petraia e del Telamone dal disegno del Cellini per Fontainebleau, indicano prestigiosi contatti con la corte fiorentina.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  • Ignoto pittore Arcimboldesco
    Autunno 
    © Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia
  • Ignoto pittore Arcimboldesco
    Estate 
    © Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia
  • Ignoto pittore Arcimboldesco
    Inverno 
    © Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia
  • Ignoto pittore Arcimboldesco
    Primavera
     © Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia
     

Immagini gentilmente concesse dalla
Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia
a esclusiva integrazione del presente articolo