Una visita guidata
di // pubblicato il 17 Maggio, 2010
Ci sono giornate in cui si riescono a vivere, quasi contemporaneamente, emozioni diverse e a volte contrastanti: stupore, meraviglia, ma anche disagio, raccapriccio o noia. Sono le reazioni di chi assiste ad una visita guidata e, di riflesso, sono anche quelle di chi fa da guida. Emozioni che si accentuano particolarmente in determinati contesti e che raggiungono il parossismo nel caso della mostra Caravaggio, ospitata dalle Scuderie del Quirinale. L’atmosfera cupa, l’allestimento pensato per far emergere i dipinti dal fondo scuro delle pareti e la folla, sempre presente in una mostra di eccezionale richiamo come questa, non fanno che acuire le sensazioni di ognuno. Non mancano gli svenimenti, non da attribuire alla romantica sindrome di Stendhal (che pare, tra l’altro, abbia fatto qualche vittima anche in questo caso) ma a più prosaici cali di zucchero.
Lavorando come guida nel museo, ho avuto la possibilità di calarmi nei panni di antropologa e studiare da vicino le reazioni di chi partecipa alle visite, soprattutto degli studenti delle medie. Tra questi si possono distinguere due o tre tipologie: gli interessati, i saputelli e gli annoiati. Premesso il fatto che solitamente gli studenti si considerano ostaggi dei propri insegnanti, e vivono la visita ad un qualsiasi museo come una imposizione, va detto che a volte possono esserci piacevoli sorprese e ci si ritrova a guidare un gruppo realmente interessato, che è stato preparato in anticipo dagli insegnanti e che guarda davvero i quadri (il che non è, purtroppo, così scontato). Sono questi gli studenti che fanno domande, che hanno già visto qualcosa di Caravaggio e che fanno “ooohh” non appena scorgono, nella prima sala, la Canestra di frutta (fine 1500), opera giovanile del pittore ma che già rivela in pieno la maestria nel rappresentare una natura morta più viva che mai. Una natura dipinta così come appare, senza cercare di renderla migliore di quella che è. Anche una mela bacata, se presente nella cesta, merita di essere raffigurata così com’è.

Domande ragazzi? Chiede la guida speranzosa.
Si…Ma questi sono tutti quadri autentici? Sono gli originali?
Si passa oltre. Quasi tutti conoscono I bari, del 1595 (tranne qualcuno che ha scambiato i personaggi sulla tela con i tre moschettieri…) e si divertono nel vedere come il giovane ingenuo e candido viene raggirato dai due malfattori che gli siedono accanto. Molti, in realtà, parteggiano per questi ultimi e sghignazzano alle spalle del malcapitato.
Facendoci largo tra la folla assiepata là davanti, si arriva al cospetto di Bacco (1597), il divino dio del vino e dell’ebbrezza che però è molto poco divino e invece molto terreno. Tra uno spintone, una professoressa nervosa che se la prende con chiunque le impedisca di vedere e la visita-laboratorio dei bambini più piccoli (che, detto per inciso, sono fenomenali e non parlano mai a sproposito) riusciamo a notare che questo Bacco è certo strano: la pelle abbronzata del volto e delle mani e le unghie sporche che mostra in primo piano non sono certo appropriate per un dio del mondo antico, ma sono molto più consone se pensiamo al giovane che Caravaggio ha preso dalla strada, portato nella sua bottega e vestito come divinità. Sembra quasi di sbirciare nello studio del pittore, e vedere che il giovane dio, appena finito di posare, tornerà ad indossare la sua solita camicia logora per riprendere il lavoro da manovale nel cantiere dal quale Caravaggio l’aveva pescato.

Chiaro per tutti? Qualcuno fa segno di si, altri sembrano meno convinti. Una parte ridacchia: la loro attenzione comincia a vacillare.
L’ultima sala del pianterreno delle Scuderie è per molti un miraggio:
Abbiamo già finito?
Veramente c’è ancora un altro piano.
Ah. Uff…
Chiedo se conoscono un po’, anche senza averlo studiato, il carattere burbero di Caravaggio. Allora si scatenano, e parlano di omicidi, favoleggiano di furti e stupri e delle peggiori nefandezze immaginabili. C’è da fare un po’ di chiarezza: Caravaggio non è stato certo un uomo dal carattere bonario, come aveva avuto modo di appurare quel giovane cameriere che l’aveva citato in giudizio dopo aver ricevuto dritto in faccia un piatto di carciofi, per non aver saputo dire al pittore se erano stati cotti nel burro o con l’olio. Arriviamo quindi all’omicidio e alla fuga, e al cambiamento profondo della sua pittura.
Si sale al piano superiore. Poche scale sembrano sfinirli, ma riprenderanno fiato appena entrati nella sala di Giuditta e Oloferne (1599-1600).

Che schifo! Guarda il sangue, che impressione! Oddio, non posso vedere!
Sono le reazioni più comuni: assistere da vicino ad una decapitazione fa sempre un certo effetto. E, quando svelo che Caravaggio, per poter rendere la scena ancora più realistica, era stato lui stesso testimone di un’esecuzione capitale, si sente di nuovo:
Che schifo! Guarda il sangue, che impressione! Oddio, non posso vedere!
Giovani impressionabili. Si procede oltre. Per convincere i più stanchi, dico loro che manca poco, e che già si può vedere, da lontano, l’ultima sala. Sembrano un poco rinfrancati. Si prosegue, anche se un po’ più in fretta. Non ci si può tuttavia non fermare davanti alla Cattura di Cristo nell’orto (1602) e notare la stupenda figura del Messia che, ormai consapevole di quello che sarà il suo destino, non fa niente per impedire l’arresto. Rimango imbambolata per un istante e quando mi riprendo chiedo ai ragazzi se hanno riconosciuto nella folla l’autoritratto di Caravaggio.
È quello!
Coi baffi!
Là a destra!
I custodi in sala ci intimano di fare silenzio. Per evitare problemi, andiamo avanti. Un altro passo è si è già arrivati alla fine, dove ci aspetta Davide con la testa di Golia (1610). I soliti commenti.
Che schifo!
Quando faccio loro notare che la testa di Golia è in realtà un altro autoritratto di Caravaggio, che vuole mostrarsi come colpevole, sconfitto ed implorante il perdono per il delitto commesso, la musica non cambia:
Che schifo!
Ma nonostante tutto qualcuno ascolta, ed è una gioia quando, anche dopo la fine della visita, mentre i loro compagni scappano giù per le scale accendendo i telefonini, qualcuno si ferma a fare domande. Vuol dire che hanno provato qualcosa e che, la prossima volta di fronte ad un Caravaggio, forse avranno un tuffo al cuore come la loro guida.