Una storia di beltà: La Bella di Tiziano

di Marica Guccini // pubblicato il 07 Luglio, 2011

Ultimissimi giorni per ammirare La Bella, uno dei più celebri dipinti di Tiziano conservato presso la Galleria Palatina di Palazzo Pitti restituita al suo originale splendore…cromatico.
Una bella opera protagonista di un bel restauro eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure. La tela è, fino al prossimo 10 luglio, il fulcro di una mostra-dossier curata da Fausta Navarra e volta ad approfondire l’aspetto artistico documentario dell’opera.
Il ritratto femminile di Tiziano detto La Bella di cui si presenta qui il restauro con tutti i possibili approfondimenti necessari per la sua comprensione integrale, cioè dei valori materiali ed immateriali”, come racconta Marco Ciatti direttore dei lavori di restauro eseguiti dall’Opificio, ed in particolare dalla restauratrice Patrizia Riitano, “[…] ha avuto una sua lunga vita attraverso il tempo e gli accadimenti della storia, che hanno depositato su di essa numerose tracce. Osservandola noi possiamo vedere prima di tutto, in maggiore lontananza, la Venezia di Tiziano, la sua florida bottega, la moda ed i costumi del tempo […] Continuando a scrutare la superficie pittorica possiamo scorgere anche la cultura artistica della corte urbinate nella quale […] rappresentava gli ideali di bellezza muliebre. […] Ed infine […] nel tempo più vicino a noi, i segni della prudente e costante attività di manutenzione e di cure premurose che i responsabili delle Gallerie […] vi applicano con moderazione ed equilibrio.
Tuttavia in alcuni casi fu proprio la manutenzione antica ad aver lasciato sulla superficie uno spesso strato di materiali aggiunti, alteratisi ed ingiallitisi nel tempo, compromettendo di molto la lettura dei valori cromatici e pittorici dell’opera.
Per questi ragioni la pulitura ha rappresentato il punto focale dell’intervento che ha riportato all’antico splendore, in particolare, quel blu sgargiante delle stoffe e la limpidezza del delicato incarnato della fanciulla.

Chi sia La Bella, non è dato sapere, tuttavia è stato necessario delineare, grazie alla campagna di studi preliminari al restauro, le vicende storico artistiche che hanno riguardato l’opera.
Che Tiziano fosse un abilissimo ritrattista è dato ampiamente assodato, così come il suo essere considerato dai contemporanei pittore addirittura superiore agli antichi. Del resto lo stesso Carlo V nel 1533 lo definì l’ “Apelle redivivo” e gli studi più recenti hanno sottolineato il suo apporto rivoluzionario al genere del ritratto, soprattutto per quanto riguarda la sua attività compresa nel ventennio 1510-1530.

Ma dove inizia la storia de La Bella?
Appartenuta in origine alle collezioni del Ducato di Urbino in quanto acquistata dal duca Francesco Maria I della Rovere intorno al 1536-38, ancora nel 1624 appare negli archivi del Palazzo di Casteldurante (l’odierna Urbania) compresa tra i dipinti ducali. Morto Francesco Maria II nel 1631 la stirpe veniva così esaurendosi, in quanto 8 anni prima era avvenuta la prematura scomparsa del principe ereditario Federico Ubaldo. La tela venne così trasferita a Firenze insieme all’eredità della figlia di Federico Ubaldo, Vittoria (29 casse piene di oggetti preziosi di vario genere) promessa sposa di Ferdinando II de’ Medici che, portando con se parte cospicua della pinacoteca ducale, avrebbe in tal modo perpetuato il ricordo del secolare prestigio della dinastia roveresca. Al momento delle nozze avvenute nel 1634 le opere di celeberrimi artisti veneti e urbinati fecero ufficialmente ingresso nelle raccolte fiorentine. Tra questi non mancava ovviamente la serie di ritratti che Francesco Maria I e Guidobaldo II avevano commissionato a Tiziano.
Nel 1694 la tela passò poi in eredità al cardinale Francesco Maria e alla sua morte nel 1711 passò al Granduca Cosimo III. Nel ‘700 rimase registrata a Palazzo Pitti, per poi passare alla Galleria Palatina quando questa si venne costituendo sul finire del secolo.
In seguito La Bella non passò inosservata nemmeno a Napoleone che, assieme ad altri 62 capolavori del Palazzo, la portò a Parigi dove nel 1804 subì un intervento di foderatura che, come è facilmente ipotizzabile, dovette comportare anche un’azione di pulitura e reintegrazione dei materiali lacunosi, oltre ad essere ricoperta da uno spesso strato di vernice. 

E come giunse La Bella ad Urbino?
È probabile che Francesco Maria I durante le sedute di posa per il suo ritratto, fosse rimasto colpito da un ulteriore ritratto in corso d’opera presente all’interno dell’atelier tizianesco, e da quel momento la richiesta di “quella Donna che ha la veste azurra” divenne costante.
Sin dai primi inventari, La Bella è sempre accostata alla Venere di Urbino della medesima collezione. Addirittura in quello redatto nel 1631 viene affermato che in entrambi i dipinti è ritratta la medesima fanciulla, identificazione riproposta anche da Vasari.
Fin dai tempi antichi si cercò di dare un nome alla Donna che ha la veste azurra, il Seicento volle vederci l’amante di Tiziano, nel clima protoromantico di fine Settecento si riaffermò il topos che legava strettamente l’artista alla sua modella, e fu proprio in quel momento che ricevette la definizione di Bella tutt’ora in voga.

Ben presto prese inoltre vita l’annosa questione oscillante tra forma o idea: chi rappresenta La Bella, una fanciulla realmente esistita o il frutto dell’ideale tizianesco?
La fedeltà al reale dei ritratti di Tiziano, artista che sa rendere viva la presenza effigiata, è un dato da sempre abbinato all’arte del grande maestro.
Tuttavia la bellezza della donna ritratta fu tale da valere in sé e per sé, tanto che il Duca roveresco volle nella sua collezione quel ritratto, non come ricordo di una persona cara, bensì per la sua bellezza. Non erano del resto nemmeno sconosciute in ambito veneto le raffigurazioni di “Belle donne” dipinte per un pubblico maschile.
Proprio alla corte urbinate nel 1507 era stato scritto il Libro del Cortegiano del Castiglione, nel quale il tema dell’amore come desiderio di bellezza è al centro delle conversazioni colte fra gentiluomini e nobildonne.Qui, come d’ascendenza ficiniana, le “belle questioni” erano legate a filo stretto alla pittura e alla figurazione; il pittore è colui che rende visibile “la bellezza dei corpi vivi”. Inoltre, all’interno di questo clima complesso che vide anche il recupero di molti temi petrarcheschi, come scrive Fausta Navarro: “é lecito pensare, dunque, che le raffigurazioni di Belle Donne nella pittura veneziana dei primi del Cinquecento consuonassero per il loro pubblico con l’immagine petrarchesca dell’amata assente, la cui bellezza è celebrata nella poesia e ricreata nella memoria e dall’immagine/immaginazione. Il loro anonimato, ovvero la mancanza di segni di riconoscimento, poteva ben essere percepito coerentemente con l’appartenenza dell’immagine ad un regno sovra sensoriale, miracolosamente mediata dai sensi, consistendo la vera bellezza nell’idea/immagine che di essa concepisce la mente. Ma l’anonimato della donna raffigurata è un modo potentissimo di eccitare il desiderio di chi la guarda [...].
Interrogandosi su quale sia l’apporto di Tiziano al genere delle Belle Donne non si mancherà di notare la forte sensualità dell’immagine e l’intenzionale ambivalenza del carattere di quella bellezza. “Tiziano reinterpreta il genere in forme espressive nuove, dipinge la donna bella quindi onesta […] ma al tempo stesso altamente stimolante nel suo erotismo dichiarato”.
Analizzando poi l’opera all’interno del corpus tizianesco, si notano da subito strettissime con alti ritratti quali la Donna con la pelliccia di Vienna, oggi esposta in mostra per renderne direttamente fruibile il confronto, la Donna con il cappello a piume dell’Ermitage, e la Venere di Urbino. Questi primi confronti verificati solo tramite una osservazione delle opere, come vedremo presto sono stati avvalorati dalle indagini svolte.

Osservando La Bella di Tiziano abbiamo accesso a una serie di notizie ulteriori in quanto vi sono mostrati tutti gli accorgimenti che le nobildonne dell’epoca avrebbero dovuto seguire per raggiungere la bellezza; una bellezza che, in quegli stessi anni, Alessando Piccolomini (La Raffaella ovvero Dialogo della bella creanza delle donne, 1539) andava delineando in un modo strettamente aderente all’effigie tizianesca. Drappi ricchi e finissimi devono confezionare le vesti ampie di una foggia “ricca e garbata” studiate in modo da esaltare le parti migliori del corpo femminile.
I tratti del viso, invece, appaiono gli stessi prescritti dal Firenzuola: fronte bianca spaziosa di “bianchezza non di farina, che s’ella fusse pesce da friggere”, guancie rosate, spalle larghe e soprattutto petto bianco dove “sospetto d’osso non apparisce”. La Bella rispecchia pienamente quella che è la moda della seconda metà degli anni Trenta del Cinquecento. Tuttavia non mancano nemmeno elementi che escono fuori dal coro, come quella ciocca distrattamente abbandonata sulla spalla destra che potrebbe rappresentare un consapevole e voluto mezzo di seduzione.
Ciò che è certo è il limpido linguaggio della seduzione sprigionato dall’immagine chiaro ai contemporanei; diversamente è difficile comprendere ed individuare nell’abbigliamento della Bella elementi di una vita meno ortodossa.

Delineare le linee interpretative che nel susseguirsi dei secoli hanno caratterizzato La Bella, come scrive Marco Ciatti “spiega molto più opportunamente di un superficiale relativismo sui valori del restauro, la sua variabilità storica, in rapporto a ciò che in ogni periodo gli uomini volevano vedere nell’opera d’arte e a quella che doveva essere la sua funzione.[…] Il relativismo tende a dimostrare che il restauro è sempre stato ed è anche oggi una questione di gusto personale, per cui non ci sono principi o regole da seguire; il concetto di relatività storica, invece, chiarisce le ragioni dei diversi sistemi di valori che in ogni epoca hanno guidato gli interventi […]
Quale sia stato quindi l’obiettivo del restauro, continua Ciatti: “ciò che è nostro dovere oggi è pertanto di cercare di compiere il massimo tecnicamente possibile in rapporto alle conoscenze attuali, all’interno dei principi che in questo momento e contesto storico e culturale sono considerati più opportuni, sia pur con la consapevolezza che anche questi saranno con il tempo soggetti a cambiamenti e, si auspica, a miglioramenti.

Andando la oltre la semplice seppure efficace somiglianza di tratti tra le fanciulle effigiate nelle opere tizianesche quali la Donna con pelliccia, la Donna con il cappello a piume e la Venere di Urbino, la sovrapposizione grafica dei lineamenti delle quattro fanciulle mostra un’identità dimensionale e precise corrispondenze dei lineamenti. Questi dati hanno suggerito l’ipotesi che Tiziano avesse utilizzato un medesimo cartone preparatorio, secondo una prassi da lui stesso avviata nel terzo decennio del Cinquecento quando iniziò ad elaborare cartoni per la ritrattistica ufficiale subito diffusi a livello europeo.
Negli ultimi decenni la riflettografia ha permesso di ricercare l’underdrawing circostanziando meglio alcuni aspetti della genesi artistica dell’opera. Tale analisi applicata alla Bella ha rivelato tracce del disegno soggiacente che delimita gran parte della scollatura dell’abito ed altre parti delle vesti eseguito a carbone. Inoltre l’analisi mostra un abbozzo della composizione presumibilmente eseguito a pennello. Tuttavia sia le indagini radiografiche che quelle spettrografiche non hanno rilevato mutamenti compositivi rilevanti.

Coincise e chiare le descrizioni degli interventi che vengono dalla stessa restauratrice Patrizia Riitano: “eseguita una semplice revisione del telaio, che ha permesso di rimettere in tensione la tela, è stata affrontata la pulitura. Messa a punto attraverso i test, una miscela di solventi idonea, l’intervento è stato eseguito gradualmente eliminando gran parte delle spesse vernici presenti sul colore nonché le numeroso ridipinture.” Un lavoro ottimale che infine “ha permesso una riscoperta dello splendido colore di Tiziano, di molti particolari e di preziosi passaggi cromatici. Il delicato velo trasparente, le ombre fredde degli incarnati e la magica resa dei tessuti sono oggi apprezzabili nonostante alcune alterazioni dovute al tempo e agli interventi subiti.

Per una trattazione completa ed esaustiva degli studi storico-artistici, delle indagini e dei metodi utilizzati, della campagna di restauro e di molto altro si consiglia la lettura della splendida pubblicazione a completamento dell’evento “Quella Donna che ha la veste azurra” La Bella di Tiziano restaurata a cura di Marco Ciatti, Fausta Navarro e Patrizia Riitano, infine nel video che riportiamo le parole della Sovrintendente Cristina Acidini.

 

Dettagli

DIDASCALIE IMMAGINI

  •  Tiziano Vecellio
    La Bella
    Firenze, Galleria Palatina
    particolare prima dei restauri
  • Tiziano Vecellio
    Ritratto di Francesco Maria della Rovere
    Firenze, Galleria degli Uffizi
  • Tiziano Vecellio
    Donna con la pelliccia
    Vienna, Kunsthistorisches Museum
  • Tiziano Vecellio
    La Bella
    particolare dopo i restauri
  • Radiografia della
    Donna con la pelliccia
    Vienna, Kunsthistorisches Museum


IN COPERTINA
un particolare di
Tiziano Vecellio
La Bella

Mappa

Dove e quando

"La donna che ha la veste azzurra" La Bella di Tiziano restaurata

  • Fino al: - 10 Luglio, 2011
  • Indirizzo: Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze

Salva l'evento nel calendario (formato iCal)