Una bella storia italiana a Trieste
di // pubblicato il 31 Luglio, 2011
Meraviglioso, solo questo aggettivo può definire lo spazio triestino del Porto Vecchio il cui massimo sviluppo avvenne tra il 1850 e il 1905 con l'istituzione del Punto Franco.
Per molti anni il porto ha lavorato pieno di merci e di persone, ma l'avvento del container e il modificato metodo di trasporto, hanno determinato l'abbandono di una realtà non più utile all'immagazzinamento.
Forse è un paradosso, ma aver dimenticato un luogo urbanisticamente e architettonicamente così interessante per più di cinquanta anni, ora ci fa riscoprire un vero tesoro, di sessanta ettari, sia perché ancora intatto, sia per la posizione ravvicinata al centro cittadino, oltre alla bellezza delle sue costruzioni perfettamente utilizzabili - con solai che portano mediamente 1000 Kg a mq - e una pianta libera che ne facilita la riconversione.
La zona potrebbe rinascere come una parte di città con funzioni miste anche se collegate alla sua collocazione prospiciente il mare proprio perché, utilizzare immobili esistenti, non solo è importante per una corretta fruizione del territorio, ma dà a ogni insediamento il valore aggiunto dell'atmosfera irriproducibile in un edificio nuovo.
I primi magazzini chiamati Lagherhauser - quelli con il tetto a capanna di fronte al muro della ferrovia - risalgono alla metà del diciannovesimo secolo e potrebbero diventare atelier o fondazioni per artisti.

Se la città di Trieste, e chi la visita, possono godere di questo enorme patrimonio, è per l'interessamento di Vittorio Sgarbi con la allora consulente del Ministero dei Beni Culturali per il progetto urbanistico del Porto Vecchio, arch. Barbara Fornasir, e il determinante aiuto dell'arch. Antonella Caroli di Italia Nostra.
Hanno letteralmente salvato questi luoghi. C'erano infatti pronti gli ordini di demolizione dei magazzini 24 e 25 bloccati in extremis proprio dall'allora Sottosegretario ai Beni Culturali.
Sintomatico poi, da quell'azione di tutela, sia nata l'idea di restaurare un magazzino, il più grande - il 26 - almeno esternamente per indicare l'opportunità e i vantaggi di un restauro corretto.
Il progetto venne affidato all'arch. Rossella Gerbini - che ha lavorato in accordo con la soprintendenza - e la direzione lavori all'arch. Paolo Portoghesi.
In realtà il Magazzino 26 fu ultimato nel 2009, ma nessuno aveva individuato una destinazione d'uso così, quando Vittorio Sgarbi (ancora lui!), curatore del Padiglione Italia della Biennale di Venezia ha ideato la Biennale diffusa, cosa poteva esserci di meglio, per quella del Friuli Venezia Giulia, se non l'ultilizzo di quel magazzino?
Lottando per la sospensione temporanea del Punto Franco, per la creazione dei posti auto e della nuova bretella, sfidando tempi e costi, un "manipolo di sognatori" ha portato a termine l'operazione Biennale diffusa il cui referente locale è il rag. Piero Colavitti.
Dal 1° gennaio 2011 tutta questa vasta area è stata data in concessione per 70 anni alla Maltauro-Rizzani De Eccher, unione di imprese vincitrice della gara per l'assegnazione indetta lo scorso anno dall'Autorità Portuale e i concessionari si sono rivelati mecenati illuminati concedendo all'Associazione Culturale Biennale di Trieste l'uso gratuito degli spazi, facendosi carico di alcune spese e tutte le utenze fino al 27 novembre, data di chiusura della manifestazione.
Mi è stato spiegato come un ringraziamento non formale vada anche al Prefetto, a Marina Monassi presidente dell'Autorità Portuale, ad Antonio Paoletti - Presidente della Camera di Commercio, primo sponsor entusiasta - al comune di Trieste, in particolare ai due sindaci, Roberto Di Piazza (precedente, centro destra) e Roberto Cosolini (attuale, centro sinistra) e questa condivisione trasversale indica nettamente l'interesse della cittadinanza tutta alla riappropriazione del luogo.

Visitando la Biennale di Trieste è palpabile il fermento culturale e artistico della regione Friuli e anche dello stato dell'arte dei paesi centro-europei con la mostra dell'InCE situata al primo piano (al secondo sono invece collocati i fotografi indicati come migliori rappresentanti della disciplina dal prof. Italo Zannier.)
Il terzo piano è tutto dedicato a "Lo stato dell'arte Magazzino 26 si mette in mostra" allestita da Barbara Fornasir - con la collaborazione di Federica Luser - scegliendo volutamente i locali non ancora ristrutturati simili all'arsenale di Venezia e molto adatti ad accogliere le opere più svariate.

Pittura, scultura, video arte e installazioni si susseguono nelle vaste sale disposte secondo un criterio architettonico volumetrico-cromatico non seguendo alcuno schema storico o artistico in senso stretto.
Artisti giovanissimi e sconosciuti accostati a “colossi” regionali quali Giuseppe Zigaina, Giorgio Celiberti, Serse Roma, Romano Abate, Nane Zavagno, Manuela Sedmach, Gillo Dorfles, Getulio Alviani e molti altri. Ben 126 sono infatti le opere esposte completate da una sala dedicata alle accademie e agli istituti d'arte.

Suggestivo l'approccio esterno con l'opera di Zavagno - sette metri - a indicare, anche da lontano, l'ingresso e le enormi trombe di legno di Romano Abate che, nell'intenzione del Curatore, annunciano la riapertura di questo luogo meraviglioso.
C'era una volta l'arte.
No.
L'arte c'è ancora,
almeno fino a quando lotteremo
per non arrenderci
al dilagare del nulla intellettuale.