Un secondo weekend milanese
di // pubblicato il 20 Dicembre, 2008
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Questa volta comincio il giretto per Milano dal Castello Sforzesco, un contenitore di musei talmente importanti da farci arrabbiare con noi stessi per non averlo scoperto prima. Anche qui c’è la possibilità di accontentare tantissime esigenze perché dentro il Castello sono aperti molti tipi di collezioni.
Francesco Sforza decise di farlo erigere nel 1450 abbattendone uno trecentesco, ormai non più sicuro; intorno a questo edificio sono raccontati moltissimi aneddoti, come quello che parla dell’esistenza di una via nascosta, un cunicolo, tuttora segreto, che univa il castello a S. Maria delle Grazie per permettere agli Sforza di raggiungere la chiesa in piena sicurezza, senza rischiare attentati.
Occorre andare nel secondo cortile, quello più sicuro dove gli Sforza potevano arroccarsi, per entrare nella famosa Biblioteca Trivulziana sopra la quale, nella sala della Balla, ci sono gli Arazzi dei Mesi eseguiti a partire dal 1503 su disegno del Bramantino; sistemata lì vicino si trova la cappella ducale decorata nel ‘400 con interessanti affreschi.
Nelle Civiche Raccolte di Arte Antica ci sono opere scultoree che dall’epoca paleocristiana arrivano, attraverso il periodo longobardo, romanico e gotico, alla struggente pietà Rondanini di Michelangelo. Questa è una scultura che mi crea dentro tanta emozione e una grande gioia perché mi fa rendere conto che sono fortunata visto che sono capace di apprezzare e percepire quando c’è vicino a me un’opera creata da un artista profondamente sensibile.

La Pinacoteca è stata completamente riallestita seguendo un concetto per me nuovo e interessante: nel centro delle sale ci sono delle pareti alle quali sono stati appesi i quadri e i pannelli (da Vincenzo Foppa a Bartolomeo Bembo, a Lorenzo Lotto, alla bella “Madonna e Santi” di Andrea Mantegna, al Tintoretto) e a ridosso di queste pareti, dall’altra parte delle opere esposte, sono stati messi dei sedili per permettere ai visitatoti di riposarsi e ripensare a ciò che hanno appena visto godendosi i grandi finestroni che si affacciano sugli alberi, questi sono quadri naturali, tranquilli e pieni di vita nello stesso momento.
Naturalmente c’è anche la Raccolta di Arti Applicate con porcellane e maioliche italiane e straniere, avori, piccoli bronzi e smalti rinascimentali, oreficerie, tessuti e costumi originali, paramenti sacri e anche una collezione di 640 strumenti musicali di tutti i tipi che testimoniano la loro evoluzione nel corso dei secoli.

Non è finita qui perché ci sono anche le Civiche Raccolte Archeologiche e numismatiche, una propaggine del Museo Archeologico di Corso Magenta, con reperti che riguardano soprattutto le culture locali dal paleolitico alla seconda età del ferro. Ci sono anche dei reperti egizi che riguardano la religione e la quotidianità. Non mi intendo assolutamente di numismatica, posso dire solo che ci sono ben 230 mila pezzi che sono stati forgiati tra il VI secolo a.C. e i giorni nostri.
Ma non è tutto perché tra le mostre temporanee di questo periodo devo segnalare “Soltanto Pubblicità?” che si trova al terzo piano del Cortile della Rocchetta e rimane aperta sino a fine aprile. Sono esposti 115 cartelloni pubblicitari, che provengono dalla Famosa raccolta Bertarelli e da collezioni private, creati da artisti di tutto il mondo tra la fine dell’Ottocento e il 1970.
Come sempre si rimane stupiti della creatività insita nei creatori di pubblicità e questa mostra ci fa capire come il messaggio visivo abbia, con il passare degli anni, cambiato la maniera di comunicare. Ovviamente fa piacere riconoscere tra di loro firme celebri come quelle di Leopoldo Metlicovitz, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Mario Sironi, Luigi Veronesi e Andy Warhol.
Penso che ora, dopo avere visitato quello che più interessava, sia meglio uscire e … farsi una passeggiata in via Dante (isola pedonale) così si può mangiare qualcosa di sfizioso, guardare le vetrine dei negozi e, anche, se si vuole vedere tutto il possibile, fare un salto in Foro Bonaparte (è proprio lì) dove si trova la Galleria Poleschi Arte che espone “Mondino and friends: Aldo Mondino, Roberto Coda Zabetta, Federico Guida e Davide Nido” una mostra antologica curata dia Vittoria Coen con opere del maestro e di tre dei suoi allievi. Si tratta di un omaggio a questo simpatico e vivace artista piemontese morto nel 2005, alla sua energica creatività che è stata supportata da ricerche profonde per creare tecniche capaci di dare quello che lui desiderava.

I suoi allievi hanno sempre contribuito a fare diventare le ricerche estetiche importanti e “è proprio in uno spirito di amicizia e collaborazione che si trovano felici corrispondenze e fantasiose varianti nei giovani artisti che lo hanno affiancato nel suo lavoro nel corso degli anni, stabilendo con lui un rapporto che è andato ben oltre quello del maestro e dell’allievo.”
Direi di cogliere l’occasione per andare un po’ più avanti, sempre in Foro Bonaparte, e entrare alla Fondazione Antonio Mazzotta per vedere, sino al 22 febbraio, “Ethnopassion, la collezione di arte etnica di Peggy Guggenheim”, mostra curata da Francesco Campione e che fa pensare quanto la ben nota Peggy fosse poliedrica.
L’esposizione arriva dalla Galleria Gottardo di Lugano e comprende importanti opere d’arte etnica restaurate da poco, oltre a numerose documentazioni fotografiche che permettono di inquadrare tutto ciò che è esposto nella giusta atmosfera. I primi contatti e acquisti di questo tipo di opere avvengono grazie a Max Ernst, il quale però nel 1943, quando ruppe la relazione con Peggy, si portò via tutto quello che era stato collezionato.
L’interesse per queste culture sboccia di nuovo in questa mecenate nel 1959, tanto che espone i nuovi acquisti, provenienti dall’Africa e dall’Oceania, accanto alle opere moderne della sua casa.
Accanto a questi pezzi ci sono quelli di altri quattro collezionisti (Ezio Bassani, Enrico Pezzoli, Federico Balzarotti e Aldo Lo Curto) che hanno dato il loro contributo per formare il Museo Altre Culture sistemato, naturalmente, nel solito Castello Sforzesco.
A questo punto, con gli occhi pieni di sculture che hanno influenzato le avanguardie, è meglio decidere di andare al Palazzo dell’Arte, costruito nel 1932 / 33, tipico figlio del suo periodo, detto Triennale perché è stato la sede di questa manifestazione artistica milanese. Si riesce a raggiungerlo se è bello, ma anche se piove, attraversando il Parco Sempione tra alberi secolari oppure costeggiando il Castello: questa visita riserva la gioia, fino al 9 febbraio, di ammirare la ampia, anzi gigantesca retrospettiva “Alberto Burri”.
Se si ama l’arte contemporanea e si desidera capire l’origine di alcuni movimenti è necessario non perdere questa esposizione che si sviluppa in ordine cronologico sui due piani del palazzo.
Mi sembra importante ricordare che a Milano non si è potuto più organizzate mostre per Burri (Città di Castello, Perugia 1915 – Nizza 1995) perché lui non accettava di esporre nella città dove l’amministrazione cittadina nel 1989 aveva autorizzato l’abbattimento del Teatro Continuo, da lui progettato nel 1973.
Ora, per fortuna, con la cura di Maurizio Calvesi e di Chiara Sarteanesi, si possono ammirare tutte le fasi, le ricerche e le realizzazioni artistiche create dal genio estetico di Burri. Alcune di queste opere non sono mai state esposte ed è quindi interessante guardarle per assimilarle e capire l’evoluzione che ha portato alla loro creazione.
Dopo una approfondita visione dei catrami, delle muffe, dei gobbi, dei sacchi, dei legni, dei ferri si arriva alle prime combustioni (che idea geniale!) che lo hanno reso famoso nel mondo. Quando si esce da questa esposizione si pensa stupiti a come sia facile constatare la grande capacità, davvero speciale, che aveva questo artista nel rinnovarsi per continuare a stupire i suoi estimatori. Il suo usare materiali extrapittorici e poi il fuoco è sicuramente servito da stimolo per altri artisti.

Il corollario dei bozzetti per le scenografie di alcune opere teatrali, delle numerose fotografie e dei video è la ciliegina giusta per completare una mostra così bella e interessante. Il grosso catalogo, un vero libro di testo da consultare per saperne di più, è edito da Skira.
Come sempre nel DesignCafè, che si trova all’interno della Triennale, c’è una mostra temporanea: quella attuale (chiude il 25 gennaio 2009) “Design ultrapoverissimo di Riccardo Dalisi” è curata da Silvana Annichiarico, direttrice del museo, ed è l’insieme di quaranta progetti caratterizzati dal non essere costruiti con materiali ricchi, preziosi e sono semplici persino le tecniche di lavorazione, quindi possono essere acquistati a basso costo.
Uscendo dalla Triennale consiglio di passare da Piazzale Cadorna dove è sistemata la discussa e vivacissima scultura di Oldenburg “Ago e Filo” voluta da Albertini per ricordare quanto siano importanti per Milano stilisti, moda e creatività. Io la trovo una bella idea, allegra per i suoi colori sgargianti, così rari da vedere in giro. Il sindaco attuale, Letizia Moratti, aveva detto che l’avrebbe relegata in qualche periferia, ma per fortuna è ancora lì a farsi vedere creando tante discussioni pro e contro.
Già che siamo arrivati sino a qui conviene fare un salto a vedere il complesso della Fondazione Stelline e della Galleria Gruppo Credito Valtellinese dove si trova la mostra, proveniente da Roma, “Schifano 1934-1998. Selected works” a cura di Achille Bonito Oliva che rimane lì sino al 1 febbraio 2009. Questo artista è stato “.. tra i primi a sperimentare innesti tra pittura e altre forme d’arte come musica, cinema, video, fotografia, l’ultimo periodo di produzione di Schifano è particolarmente segnato dai media e dalla multimedialità..”. Un catalogo stampato da Electa aiuta i visitatori a seguire l’evolversi di Mario Schifano (Hons, Tripoli 1934 – Roma 1998) e della sua arte.
Ormai abbiamo girato fin troppo per mostre, ma questa, con le sue grandi e caratteristiche opere, può essere una giusta chiusura per le giornate passate a Milano, magari dando il giusto valore anche alla sede, un luogo davvero unico per i suoi eleganti e semplicissimi chiostri.
Mi rendo conto che non riesco mai a finire di raccontare tutto quello che si può vedere a Milano, ma è una buona ragione per parlarne un’altra volta, sperando che il mio entusiasmo per questa città creduta scostante e inerte si trasferisca anche a chi mi legge.