Un po’ di tempo fa III … Platone
di // pubblicato il 05 Giugno, 2011
Il concetto e l’idea della musica come veicolo educativo, al tempo stesso arte e strumento trova una delle sue massime espressioni nel pensiero di Platone. In un contesto sociale nel quale la musica si è evoluta e cambia continuamente, nel quale non appare più “serva” della tradizione arcaica, ma diviene parte integrante della vita sociale, per il Maestro dell’Accademia è inconcepibile che l’arte musicale sia mero diletto e non mezzo pedagogico.
Nella Repubblica Platone, individuando quelli che devono essere i caratteri peculiari e gli schemi educativi non tanto e non solo dei filosofi reggitori dello Stato, ma anche e soprattutto dei custodi non tralascia mai il mito, la musica, la melodia e la poesia.
In una simile impostazione, la musica, l’arte, la poesia cessano di avere valore e preminenza per l’ispirazione poetica o per l’estetica fine a se stessa per diventare strumento educativo: l’interesse generale dello Stato piega a sé il gusto del singolo.
È inevitabile che il custode guerriero protettore della Città debba essere educato con miti che ne influenzino l’atteggiamento di fornte alla morte ed alla guerra, con racconti che sdrammatizzino la morte ed esaltino i comportamenti seri e virili secondo i parametri della sincerità, della temperanza e dell’obbedienza. Per questo è necessario, a proposito dei miti, tenere “sotto controllo quelli che vogliono raccontarli, invitandoli a non squalificare, così alla leggera, i fatti che avengono nell’Ade, ma anzi a rivalutarli” (386 A ) e “conseguentemente dovremo censurare anche tutti quei nomi terribili e paurosi, e il Cocito e lo Stige, e gli esseri dell’oltretomba, i morti ed ancora tutti quegli altri nomi, che al solo sentirli pronunciare, come è facile immginare, fanno rabbrividire” (387 B C ). Scevro di ogni carattere di paura, il mito, la poesia ed ogni forma di arte, dovrà indirizzare il custode verso ciò è serio, verso la sincerità (“Se dunque nel nostro Stato uno dovesse cogliere in flagranza di menzogna qualcun altro […], lo dovrà punire” 389 D), verso la temperanza (è meritevole di censura anche Omero quando descrive come la situazione migliore di tutte quella in cui “le mense siano piene / di pane e di carni e attinga vino dal cratere / il coppiere, e lo porti e lo versi nei calici” 390 A B) e verso l’obbedienza.
Se il mito e la poesia hanno ragione d’essere e devono tendere allo scopo dell’educazione del custode guerriero, stessa sorte tocca al canto, alla melodia ed all’armonia, che del testo sono sorelle. Ed ecco allora che devono essere scartate e censurate tutte “le armonie che si intonano al lamento”, parimenti a quelle “effemminate e conviviali” (398 E ), che richiamano alla paura, al pianto, all’ubriachezza, all’ignavia ed all’indolenza. Ne è conseguenza che per il tempo di guerra deve essere insegnata ed è meritevole di essere eseguita solo l’armonia “che sappia riprodurre come si deve le voci ed i toni dell’uomo valoroso, impegnato in azioni di guerra ed in missioni che implicano l’uso della forza, il quale, pure se la buona sorte lo abbandona e va incontro a ferite, alla morte o a qualche altra sciagura, in tutte queste contrarietà non lascia il suo posto e resiste senza vacillare” (399 A B ). Allo stesso modo, nella scelta dei ritmi poetici, “si dovrà considerare la natura di quelli che si confanno ad una vita morigerata e coraggiosa” (399 E ).
Il poeta, il cantore, il musico perdono la propria libertà di espressione e di arte, e saranno costretti “a trasfondere nelle loro opere il modello delle buone consuetudini” (401 B ). Al poeta, al canore, al musico che non siano in grado di fare tutto questo sarà impedito “di operare qui da noi, per evitare che i nostri custodi, allevati tra immagini di vizio, come tra male erbe, a furia di raccoglierne e di brucarne in abbondanza, un po’ per giorno da tutte le parti, non finiscano per accumulare nella loro anima, senza neppure accorgersene, un gran male” (401 B C). Ma vieppiù. Non solo risulta meritevole di censura da parte della Città l’artista che non si pieghi alle esgienze etiche dello Stato, ma sarebbe preferibile, per l’educazione dei custodi, “porsi alla ricerca di quegli artisti che, per istinto, sanno mettersi sulle tracce di ciò che è autenticamente bello e decoroso, per far sì che i nostri giovani, quasi vivssero in un luogo salubre, possano trarre ogni beneficio” (401 C ). Tutto ciò ad un unico fine: affinchè la brezza salutare delle opere poetiche e musicali non libere, ma serve dell’etica pubblica riesca a condurre i custodi, fin da bambini, “ad una forma di sintonia, di collaborazione e di affinità sostanziale con la sana ragione” ( 401 D ).