Un nuovo piano regolatore e il quartiere di Sorgane
di // pubblicato il 08 Maggio, 2011
Sulla scia del moderno quartiere dell’ Isolotto, a Firenze si comincia ad aprire un dibattito sulla possibilità di un altro, nuovo insediamento periferico già dal 1954, di cui sempre l’INA Casa si occupa di trovare l’ubicazione.
Al motto del sindaco La Pira “Non case, ma città!” nasce il quartiere di Sorgane, che però avrà una gestazione difficile e disomogenea.
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Una commissione urbanistica viene incaricata di uno studio per un nuovo piano nel 1955, in sostituzione di una istituita l’anno precedente; la presiedeva Michelucci ed era composta da molti professionisti fra cui gli architetti Cetica, Batoli, Tincolini e Poggi.
Il nuovo piano, approvato nel 1958, prevedeva uno sviluppo sempre verso Prato, con l’installazione di un centro direzionale e commerciale (il cosiddetto Porto) verso ovest, ed un asse di scorrimento est-ovest che lo collegava con le periferie fino a raggiungere via Aretina.
Queste indicazioni erano, però, mitigate dalla visione urbanistica del presidente della commissione Giovanni Michelucci; la sua città era un insediamento variabile e doveva in un certo qual modo essere lasciato libero di potersi trasformare in modo quasi naturale, per seguire esigenze umane.
Per questa ragione, l’architetto cercava di creare la possibilità a delle deroghe al piano e ai vincoli programmatici.
Da questa idea nasce il modello del quartiere di Sorgane, che doveva prendere vita in una zona non considerata dalle espansioni preordinate; l’INA casa aveva lì comperato, nel 1954, 40 ettari di terreno situati fra il comune di Firenze e quello di Bagno a Ripoli, in zona collinare, a circa quattro chilometri dal Firenze.
Giovanni Michelucci sarà il coordinatore del progetto, insieme a 37 professionisti divisi in otto gruppi, fra cui Leonardo Savioli e Leonardo Ricci.
L’insediamento prevedeva una piazza inferiore e una piazza alta panoramica, collegate da un asse viario, a memoria degli antichi borghi medievali adagiati sulle colline; le vie secondarie si sarebbero diramate verso le strutture di servizio, come la scuola, il mercato e il parco pubblico. In questo modo l’edilizia popolare avrebbe avuto una qualificazione ambientale e paesaggistica, senza venire relegata in zone malsane e nascoste che avrebbe ghettizzato gli abitanti.
La nuova città satellite avrebbe dovuto contenere almeno 12.000 abitanti.
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La proposta progettuale sollevò una messe di voci contrarie, fino ad arrivare ad un vero boicottaggio nel 1957, che si concretizzò in un “processo” a Sorgane; a capitanare questo movimento ci fu Edoardo Detti, urbanista del piano regolatore del 1951.
Michelucci ricevette complimenti da architetti italiani e stranieri per il progetto, ma il suo “borgo” verrà invece considerato a Firenze uno sfregio alle colline, che dovevano essere salvate dal “misfatto urbanistico” per poter rimanere appannaggio solo di edilizia d’élite.
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Verranno perciò imposte delle modifiche drastiche al progetto, che sarà quindi mutilo della piazza superiore e delle attrezzature sociali che dovevano essere dislocate sulle pendici collinari; l’intervento sulla collina fu cancellato, i gruppi di lavoro rimasti nel progetto furono solo tre, capeggiati da Poggi, Ricci e Savioli.
Sarà qui che verrà sperimentata da quest’ultimi due architetti la cosiddetta “macro struttura”, ovvero un grande modulo per abitazioni inteso come “pezzo di città”.
La struttura imponente chiamata “la Nave” di Ricci posta in collegamento con il volume verticale della cosiddetta Torre, così come i complessi del Savioli, sono edifici compatti, composti da ballatoi di comunicazione di arenaria o terracotta, copertura piana praticabile e cemento a faccia vista.
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Con un nuovo piano regolatore, la costruzione prese il via nel 1962. Gli abitanti, riducendo il complesso alla sola parte di pianura, saranno calcolati in solo 4.000 unità. Oltre alla mancanza di spazi per l’aggregazione sociale, la scarsa qualità dell’edilizia ha fatto di Sorgane un “vero” quartiere periferico comune e senza personalità.
Oggi naturalmente molte cose sono cambiate nel quartiere, ma l’ostracismo all’idea di Michelucci nel riproporre in chiave moderna gli antichi insediamenti collinari che hanno reso le colline toscane così caratteristiche, è probabilmente stata l’ennesima riprova del difficile percorso che l’architettura moderna deve compiere per potersi affermare in questa città.