Un ceramista nell’Urbinate: omaggio a Guerrino Tramonti
di // pubblicato il 13 Settembre, 2010

Avrebbe voluto esporre qui, nel luogo che rappresenta l’eccellenza dell’arte tout court. Si sarebbe sentito quanto meno lusingato – lui, uno dei ceramisti più importanti del XX secolo – nel vedere le sue opere ospiti della casa natale di Raffaello, che peraltro ebbe con la ceramica una singolarissima frequentazione. Con un’attività che ha inizio a Faenza a soli 15 anni, Tramonti approda nella capitale negli anni Quaranta, entrando in contatto con personalità del calibro di Libero De Libero, Leonardo Sinisgalli, il principe Massimo e l’editore d’arte De Luca, che nel 1956 pubblica la sua monografia nella collana “Artisti d’oggi”. Amico e allievo di artisti come Arturo Martini in Liguria (di cui peraltro rifiutò la proposta di lavorare nello studio di Milano), Filippo de Pisis a Venezia e Franco Gentilini a Roma e Faenza, fu sempre fortemente influenzato dai loro lavori.

La mostra “Guerrino Tramonti. Ceramiche in terra d’Urbino, 1930-1970”, allestita dal 2 al 30 settembre nelle sale della Bottega di Giovanni Santi a Urbino, intende mettere in risalto il periodo più fecondo dell’attività del maestro, tra gli anni Trenta e Sessanta. Terracotte, maioliche variamente sperimentate e grès porcellanato costituiscono un corpus centrale di oltre sessanta opere a cui si aggiunge una rappresentanza di alcuni dipinti degli anni Settanta che danno appena un’indicazione del confronto tra il segno pittorico e l’iconografia su supporti diversi. A promuovere la manifestazione è l’Accademia Raffaello di Urbino in collaborazione con la Fondazione Guerrino Tramonti di Faenza che, dopo la scomparsa dell’artista nel 1992, ne custodisce le opere.

Il percorso espositivo si articola in quattro momenti differenti che corrispondono ad altrettanti periodi della carriera artistica del maestro. Il primo, collocabile tra gli anni Trenta e Quaranta, è caratterizzato da opere in bronzo e terracotta a tutto tondo, che svelano l’influenza di Arturo Martini e una ripresa archeologizzante d’impronta etrusca. Significative le sculture Cantilena e Animale Fantastico. Il secondo, risalente all’incirca agli anni Cinquanta, si manifesta tanto nei rivestimenti a lustro, secondo l’esempio di maestri faentini come Pietro Melandri e Riccardo Gatti, quanto nella creazione di maioliche a grossi spessori di smalti, sulla scia di Guido Gambone, da Tramonti esaltato e imitato. I bellissimi piatti e vassoi, definiti dalla critica “antichissimi e moderni allo stesso tempo”, colorano con le loro tinte fresche e semplici – azzurro, giallo, rosso e bianco – le sale della Bottega.

Il “soffitto di San Donato”, espressione della sperimentazione da lui avviata nella Scuola d’Arte di Castelli, rappresenta il terzo periodo. Si tratta di un’opera premiata alla Decima Triennale di Milano nel 1954: un soffitto di 356 tavelle maiolicate con decorazioni policrome realizzate in linea con le iconografie di Neocubismo, Astrattismo e Primitivismo. I grandi dischi decorativi, invetriati con craquelures rappresentano in mostra tale periodo e ricordano, secondo il curatore Gian Carlo Bojani, sia le semplificazioni compositive di un Pablo Picasso sia l’arcaismo della pittura medievale catalana, che in quegli anni il maestro sperimenta in occasione del viaggio a Barcellona con Franco Gentilini. I vasi di terracotta e grès sono, da ultimi, il simbolo della quarta fase, fortemente influenzata dall’arte orientale di Cina, Corea e Giappone ma rivissuta con il purismo formale in voga tra gli anni Sessanta e Settanta.

Negli anni Settanta, Guerrino abbandona le arti del fuoco perché ritiene “di non poter andare oltre a quello che aveva raggiunto”. Arcaismi ed elementi di post-cubismo ritornano nei dipinti dell’artista, dove è possibile scorgere i rapporti cromatici e le forme plastiche di un Fernand Leger che aveva ammirato in Costa Azzurra.