Un ‘800 di fiori e frutta… da tavola
di // pubblicato il 14 Ottobre, 2011
La Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona presenta fino al 19 Febbraio 2012 la mostra “La meraviglia della natura morta. 1830-1910 Dall’Accademia ai maestri del Divisionismo” dedicata al genere della natura morta nell’Ottocento italiano d’area settentrionale, analizzando in particolare il fenomeno del collezionismo d’epoca. La rassegna, curata dalla storica dell’arte Giovanna Ginex, indaga sul rapporto tra il genere della natura morta, la nuova committenza borghese e le Accademie di Belle Arti intese come aree d’influenza e divulgazione. Tra queste è all’Accademia di Brera, e alla sua potenza e penetrazione culturale, che se ne deve l’ambito prettamente lombardo.

Negli spazi espositivi della stessa Fondazione si potranno ammirare una serie di nature morte, circa sessanta, tra le più affascinanti della pittura italiana dell’Ottocento, diciassette delle quali provenienti dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano. Accanto a questo nucleo, e alle opere provenienti da importanti collezioni di singoli privati, la rassegna presenta capolavori che giungono dalle raccolte storiche di musei, fondazioni e altri istituti. Il tutto organizzato su tre aree nelle quali il dato cronologico è in relazione con quello della committenza e con le varie sfumature del genere: dall’area sul tema della Vanitas, alla “sala del collezionista” fino alla cromia delle creazioni divisioniste.

Già dalla prima metà del secolo il genere della natura morta ritrova la sua fortuna prima in ambito europeo poi a Milano, capitale del regno lombardo veneto. Il percorso espositivo parte infatti dal terzo decennio dell’Ottocento quando il genere, rinnovato dal gusto Biedermeier e dall’influenza della scuola francese, si esprime nelle rare quanto ammirate composizioni floreali di Francesco Hayez, di cui dominavano nella capitale la figura e l’influenza artistica, e nelle opere di Domenico Induno. Dall’ambito bresciano giunge invece la pittura di animali di Francesco Inganni, presente in mostra con due dei sui dipinti più noti: “Pulcini” e “Volatili morti”. L’approdo a Brera dell’artista sta a dimostrare gli stretti rapporti che all’epoca legavano gli ambienti artistici e accademici milanesi e bresciani i quali guardavano all’Accademia e a Milano sia come eccellente luogo di formazione sia come auspicato approdo collezionistico.

All’inizio degli anni sessanta la natura morta, esposta a Brera come genere a se stante, raccoglie i plausi in modo particolare del pubblico lombardo soprattutto per merito di Luigi Scrosati, al quale si deve un vero rinnovamento del genere. Dal 1863 all’Accademia di Belle Arti di Brera, le apprezzatissime composizioni di fiori e frutta di Scrosati diventano oggetto di studio accademico al nuovo corso della Scuola di Ornato, che gli viene affidato e che viene dedicato alla decorazione e alla pittura dei fiori. Presente alle annuali braidensi con dipinti di fiori sin dal 1846, svolgeva la sua
attività principalmente come decoratore d’interni per la nobiltà, l’alta borghesia e la classe imprenditoriale lombarda, quest’ultime più che mai desiderose, con il raggiungimento del benessere economico e del riconoscimento sociale, di arricchire l’arredo e le collezioni d’arte delle proprie dimore. Il genere floreale, che già nelle decorazioni mostrava originalità e antiaccademismo, diventerà il cardine di uno studio dal vero dalla raffinata resa cromatica.
Tra la metà degli anni settanta e gli anni ottanta il genere della natura morta cresce in modo esponenziale nelle rassegne espositive grazie alle straordinarie capacità innovative, nell’uso del colore, nel gesto pittorico e nei soggetti delle opere, della generazione di artisti della “nuova scuola lombarda” figlia della scapigliatura e proveniente principalmente dall’ambito di Brera. Robuste, audaci nelle varianti cromatiche e innovatrici nella struttura compositiva, le nature morte di maestri del naturalismo quali Cesare Tallone, Filippo Carcano, Eugenio Gignus e dei giovani protagonisti della successiva rivoluzione divisionista quali Giovanni Segantini, Emilio Longoni, Gaetano Previati. Tra questi ultimi anche Giuseppe Pellizza da Volpedo, in mostra con un’opera raffinatissima L’appeso, del 1893, nella quale i tocchi divisi sul piumaggio e la delicatezza nella stesura dei bianchi, derivano dall’ormai acquisita sapienza nella tecnica divisionista.
Della “nuova scuola lombarda” va considerato il diverso trattamento della natura morta anche dal punto di vista dello stile. “Da levigato particolare all'interno di una scena di genere o di un ritratto, la natura morta diventa soggetto unico del dipinto. La rinnovata pittura di natura morta scompiglia l’ordine e la rassicurante fissità di fiori e frutta, spariglia gli elementi, sconvolge le simmetrie, abbandona i modelli formali fiamminghi e Biedermeier: le ceste si aprono, e ne sfuggono frutti imperfetti e maturi", dice Giovanna Ginex.

Almeno dai primi anni ottanta, nelle cucine e nelle sale da pranzo, diverse dagli ambienti dei palazzi nobiliari, di abitazioni di recente costruzione o appena rinnovate, trovano il loro spazio dipinti, commissionati a soggetto o su misura, di animali e cacciagione, fiori, frutta e ortaggi. Gli artisti, assecondando le richieste di una committenza che predilige le arti contemporanee, contribuiscono ad una vera e propria moda e ad una gara tra le famiglie in vista per il possesso delle tele degli artisti più riconosciuti, ovvero in grado di rendere con maggiore "verità" i soggetti. Nasce un filone che diverrà negli anni Ottanta uno dei capisaldi della nuova pittura "sul vero".