“Tutto il mondo è burla”: Falstaff riapre le porte del Farnese
di // pubblicato il 15 Ottobre, 2011
- di Davide Villani -
Difficile, se non impossibile, trovare una cornice più suggestiva. In occasione del Festival Verdi 2011, è il Teatro Farnese di Parma, luogo architettonico simbolo della città e della storia del teatro mondiale, ad ospitare il terzo titolo del cartellone dopo Un ballo in maschera e la Messa da Requiem (l’ultimo, in ordine cronologico, è Il Trovatore che verrà eseguito, esclusivamente in forma di concerto, al Teatro Magnani di Fidenza). Il Farnese dunque, imponente opera lignea commissionata da Ranuccio I Farnese,
duca di Parma e Piacenza, all’architetto Giovan Battista Aleotti che terminò i lavori nel 1618 come recita una scritta impressa sulla sommità della struttura, riapre le sue porte per accogliere, per la prima volta nella sua storia, l’opera lirica ed il suo pubblico di melomani: delicato compito che viene affidato all’ultima opera del Cigno di Busseto prima della sua morte nel 1901, il Falstaff, commedia lirica in tre atti musicata da Verdi sul libretto di Arrigo Boito nel 1893.
L’allestimento realizzato dal regista inglese Stephen Medcalf sembra entrare perfettamente in simbiosi con l’ambiente circostante: per nulla invasiva né fuori tono, la regia di Medcalf propone un Falstaff in stile elisabettiano, sfruttando intelligentemente lo spazio scenico e gli oggetti di riferimento utilizzati, di volta in volta, nella costruzione delle scene sotto gli occhi degli spettatori (scelta obbligata dettata dalla mancanza fisica del sipario). Sarebbe un grave errore, dunque, considerare questo tipo di regia, basato sul proponimento continuo di stessi elementi nel corso della rappresentazione (il grande letto di Falstaff, i teli stesi come fossero panni da asciugare al sole raffiguranti case ed edifici di Windsor, le corna simbolo d’infedeltà e di vergogna, etc.) il risultato di un’operazione tendente alla semplice illustrazione della parola testuale. In realtà, e sono proprio gli oggetti costanti a renderlo esplicito, l’opera dimostra un accurato studio critico da parte del regista che permette la messa in luce degli aspetti fondanti della vicenda. Il letto non può dunque essere considerato come il rimando alle voglie sessuali del protagonista ma anche alle sue difficoltà motorie? Le corna non sono forse il cuore dell’intera vicenda come la domanda finale dello stesso Falstaff sembra voler esplicitare (“Caro buon messer Ford, ed ora, dite: lo scornato chi è?”)?
Interrogativi del tutto leciti che l’allestimento elegante di Medcalf induce nella mente dello spettatore e che dimostrano un lavoro sapiente alle spalle.

A ricoprire il ruolo del protagonista Ambrogio Maestri, considerato da molti critici il miglior Falstaff in circolazione, baritono dalla voce imponente e dalla fisicità perfettamente attinente con il personaggio: senza tralasciare la fondamentale vena comica insita in Falstaff, Maestri interpreta il ruolo con una facilità che può lasciare quasi basiti, palesando un talento attoriale di livello, indispensabile nella costruzione delle varie relazioni con gli altri personaggi presenti nell’opera.
Contro di lui, terribili organizzatrici di scherzi ed inganni, le allegre comari di Windsor: Barbara Bargnesi (Nannetta), Romina Tomasoni (Mrs. Quickly), Daniela Pini (Mrs. Meg Page) e Svetla Vassileva (Mrs. Alice Ford), soprano amatissimo a Parma, che torna nella città dopo le felici esperienze di Traviata (2007) e Giovanna d’Arco (2008).

Un gruppo affiatato di voci che, tra una risata e l’altra, ordisce la vendetta nei confronti di Falstaff, reo di aver mandato lettere d’amore perfettamente identiche, se non per il nome del destinatario, ad Alice e Meg: l’intreccio prende così vita in scena, complice la seconda burla programmata a loro insaputa da messer Ford, marito di Alice, anche lui in vena di prendersi gioco della dabbenaggine di Falstaff. In questo ruolo un ottimo Luca Salsi, già apprezzato dal pubblico parmigiano per la sua interpretazione di Figaro ne Il barbiere di Siviglia (2011), come Maestri un baritono sicuro sia vocalmente che scenicamente, anche lui ironico nella giusta misura e dotato di un buon carisma interpretativo.
Da registrare, infine, l’importante lavoro compiuto da Antonio Gandia nell’affrontare il non semplice ruolo di Fenton, l’amante di Nannetta con la quale dà vita all’ultima burla della storia, e del coro del Teatro Regio di Parma, diretto dal maestro Martino Faggiani, presente solo in pochi punti dell’opera come vuole il libretto: ancora una volta il coro, interprete dei folletti e dei diavoli che si prendono gioco di Falstaff, si dimostra artefice di un efficace ensemble di voci che contribuisce attivamente al buon esito finale dell’opera, nonostante le difficoltà acustiche da alcuni riscontrate all’interno del Teatro Farnese.

Difficoltà che però non sembrano aver intaccato l’esecuzione dell’orchestra del Teatro Regio diretta dall’enfant prodige Andrea Battistoni, giovanissimo direttore ventiquattrenne. Sebbene quella del Falstaff sia conosciuta come una delle partiture verdiane più complesse e strutturate, Battistoni dirige senza paura e con grande temperamento (benché alcuni presenti abbiano storto un po’ il naso, giudicando il direttore d’orchestra troppo giovane e con poca esperienza per affrontare una simile opera). Una produzione di successo, dunque, acclamata da numerosi applausi finali e dall’auspicio, forse non così arduo, di rivedere quelle porte del Farnese riaprirsi presto per nuove opere liriche, nuovi Falstaff e, perché no, nuove burle teatrali.