Turandot il fascino del grande enigma

di Amici in Visita // pubblicato il 04 Febbraio, 2012

- di Davide Villani -

C’è sempre qualcosa di affascinante nel terzo atto della Turandot pucciniana, un alone di mistero insoluto legato alla sua incompletezza originale. Se l’amore tra Calaf e la malvagia principessa può per certi versi apparire come il naturale compimento della favolistica vicenda, tuttavia perché non provare a credere che l’episodio del sacrificio di Liù sia la vera fine? Perché non provare a pensare che Calaf in fondo abbia già vinto la sua sfida e che forse non sia così importante rappresentare il fulmineo innamoramento di Turandot, da sempre ostile nei suoi confronti? Al Teatro Comunale di Bologna questi interrogativi assumono rilevanza fondamentale, tanto da far chiudere il sipario alla metà del terzo atto, dopo che la dolce Liù si è tolta la vita per non rivelare il nome del principe, cioè fin dove il genio di Puccini è riuscito a comporre prima della morte nel 1924. Una scelta significativa che, senza creare alcun disagio tra il pubblico, può ricevere solo consensi e apprezzamenti, al termine di una rappresentazione convincente ed equilibrata sia dal punto visivo che musicale.
Per l’allestimento dell’ultima opera del compositore lucchese, il regista Roberto De Simone mantiene l’atmosfera fiabesca dell’omonima storia di Carlo Gozzi da cui la vicenda è tratta, alimentandola con elementi prettamente storici che, pur rappresentando una coordinata temporale precisa, non danneggiano la sensazione di trovarsi di fronte ad un altro tempo, lontano da ogni epoca umanamente conosciuta. E così il coro, immobile sulla grande scalinata del palazzo di Turandot (Tamara Mancini), viene rappresentato come i famosi guerrieri di terracotta di Xian mentre attorno a loro bizzarri personaggi riempiono la scena, dagli uomini privi di testa fatti giustiziare dalla principessa ai loro carnefici, boia mascherati che sembrano danzare al ritmo della scure che si abbassa. Realtà archeologica e fantasia, verità e incanto: la Pechino di De Simone attrae l’occhio dello spettatore, viaggiatore che torna in una terra insolita dopo esserci già stato da bambino.

Turandot 1
L’editto di Turandot parla chiaro: tre sono gli enigmi, una è la morte, una è la vita. Chiunque intenda cimentarsi con l’ardua prova deve prima suonare un enorme gong che scende dall’alto, per richiamare l’attenzione della principessa a cui si vuole rubare il cuore. La cattiveria insita nel personaggio di Turandot risuona tra le voci del popolo e si materializza in controluce sul portone del palazzo, una presenza diabolica e muta che decreta, con un semplice gesto, la pena di morte per chiunque sbagli la risposta. Scenario di terrore, dunque, ma anche di stretto umorismo: Ping (Marcello Rosiello), Pang (Mario Alves) e Pong (Stefano Pisani), funambolici personaggi, strappano il sorriso e allentano la tensione nel tentativo di convincere Calaf (Yonghoon Lee) a desistere dal suo proponimento, saltellando e muovendosi all’unisono prima di arrendersi davanti alla ferrea volontà del giovane.
Nonostante gli avvertimenti lanciati e le preghiere della schiava Liù (Karah Son) e del padre Timur appena ritrovato (Alessandro Guerzoni), Calaf suona il grande gong, ammaliato dalla bellezza di una principessa capace di stregare gli uomini anche solo dopo essersi fatta vedere per pochi secondi: la scena si prepara così ad accogliere Turandot che si mostra alla sommità della scalinata, per poi scendere lentamente verso il suo sfidante.
Turandot 2
La ricchezza scenografica del momento chiave si materializza in un istante con il coro, i figuranti, i mimi, i solisti e alcune statue fisse rappresentanti i guerrieri di Xian che si collocano all’interno di uno spazio divenuto ormai terreno di scontro autentico: la ridondanza, forse eccessiva, degli elementi sottolineano l’importanza dell’episodio in cui  tutti vogliono vedere, sentire o semplicemente esserci.
I quesiti vengono formulati e Calaf risponde correttamente, scatenando la reazione dei presenti e quella ben più esagitata di Turandot, incredula e furiosa per la sconfitta subita: tuttavia Calaf, ormai totalmente invaghito, propone a sua volta la famosa sfida del nome sconosciuto.
Turandot 3
Il dramma prende così nuova vita e scatena una nuova sfida, alla base della messa in scena di De Simone, tra gli aguzzini e la piccola Liù che, innamorata di Calaf, si fa torturare per non rivelare il nome dell’amato: la voce di Karah Son, una Liù perfetta in grado di incantare con la dolcezza del suono e la soave presenza, commuove tutti, spettatori e personaggi, con un crescendo di emozioni culminanti con il suicidio finale della schiava. Il gesto estremo come effetto di una grande forza quale appunto l’amore, un sentimento che anche Turandot imparerà a conoscere ma che il pubblico, almeno questa volta, non potrà vedere se non immaginare.
Turandot 4
Ottima la prova degli interpreti a partire da Karah Son che vince il confronto con il soprano Tamara Mancini, una Turandot vocalmente troppo espansiva, mentre ottiene una nota di merito il tenore Yonghoon Lee, interprete di un Calaf convincente dalle lodevoli qualità vocali. Applausi anche per Marcello Rosiello, Mario Alves e Stefano Pisani e grande approvazione per l’orchestra diretta da Fabio Mastrangelo, capace di dosare vigore e delicatezza opportuna per un successo finale indiscutibile.

L’opera degli enigmi e dei misteri, fascino immortale e senza tempo in grado di stupire ancora col gusto della sana lettura critica. A Bologna è bastato chiudere prima il sipario.

 

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Guerrieri di Xian davanti al palazzo di Turandot (foto Rocco Casaluci)
  2. Calaf (Yonghoon Lee) sfida Turandot (Tamara Mancini) (foto Rocco Casaluci)
  3. Calaf (Yonghoon Lee) imprigionato dal popolo (foto Rocco Casaluci)
  4. Il sacrificio di Liù (Karah Son) (foto Rocco Casaluci)

In copertina:
Il sacrificio di Liù (Karah Son) particolare (foto Rocco Casaluci)

 
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