“Tri soni”: suggestioni dalla Trinacria

di Amici in Visita // pubblicato il 04 Dicembre, 2011

- di Ferdinando D'Urso -


Il numero tre, nella sua proverbiale perfezione, rappresenta in Sicilia - e non solo - l'essenziale, l'unità minima necessaria alla comprensione e alla comunicazione. Così è nel caso di "Tri soni" (Tre suoni), album frutto della collaborazione fra il chitarrista Enrico Cassia e il batterista/percussionista Antonio Quinci uscito nel 2010 per l'etichetta Improvvisatore Involontario. Soni Sfardati
Questa dichiarazione di essenzialità si rispecchia innanzitutto nella composizione dell'organico strumentale che concretizza gli elementi minimi che definiscono la musica: suono e ritmo; in secondo luogo nel modo in cui questi due artisti si relazionano alla composizione/improvvisazione. Il suono viene stracciato, lacerato, "sfardato" (il nome che il duo ha scelto per definirsi è infatti proprio Soni sfardati) per essere studiato e manipolato a livello nucleare e poi ricomposto a piacimento, riassemblato, non negando e fuggendo dalla forma e dalla struttura - operazione di per sé impossibile - ma superandone l'idea tradizionale che la cultura musicale occidentale ci ha trasmesso.
Questa attenzione alla parte, all'unità formante l'insieme, è ottimamente trasmessa anche dalla grafica del booklet di Carlo Natoli che evidenzia gli elementi costitutivi degli strumenti musicali esplodendoli. A contraddire l'essenzialità, quasi l'antonomastica eccezione che conferma la regola, è il modo con cui questi suoni sono emessi.
Ricco, variegato e generoso l'uso dell'elettronica da parte di Enrico Cassia che produce dei loop sui quali si appoggia per sviluppare delle convincenti linee melodiche che a tratti si spingono verso il virtuosismo; il wah-wah sapientemente usato deforma la chitarra in una psichedelìa sardonica.
Il Jazz è decisamente presente nelle intenzioni e nel retaggio dei due musicisti che però riescono a mantenerlo sempre sotteso e a lasciarlo affiorare solo a  tratti (Beneamata improsatura, Assettiti).
L'improvvisazione (abbondante) si mescola alla scrittura (scarna) tanto da far sparire i confini, tutto procede in maniera ora distesa (Culur'i vitru, Suli), ora tumultuosa e magmatica (Tri soni, A pittara) ma mai caotica; tra i due musicisti si instaura una relazione di incontro/scontro, come essi stessi dichiarano nelle note di copertina che corredano il disco: Quinci a tratti sostiene il comprimario eseguendo basi ritmiche chiare e definite, a tratti invece lo provoca con quella provocazione che è stimolazione e suggerimento.
Evidente risulta il forte legame che stringe i due musicisti alla Sicilia, loro terra natia; il legame è talmente forte che fra i sentiti ringraziamenti che si trovano all'interno del booklet non manca quello alla "Casa del giglio e del mare", l'abitazione di Enrico Cassia a Piedimonte Etneo (CT) vista come fonte inesauribile di ispirazione.
I titoli delle tracce inoltre, tutti in dialetto, evocano immagini tipiche di questa terra. In particolare in Musciaccà (di Antonio Quinci) e in U cantu da lupa (di Enrico Cassia), le uniche due composizioni largamente scritte, tali influenze sono particolarmente evidenti. In Musciaccà, che nel dialetto di Canicattì (AG) significa "dammi", infatti Cassia ci restituisce l'intensità melismatica dei cordofoni tipici dell'Africa centro-settentrionale islamizzata in una rilettura elettronica nella quale fa capolino anche una voce che bisbiglia, forse eco di quella del nonno di Quinci al quale il brano è dedicato?
U cantu da lupa invece ci proietta dentro una leggenda: per un fenomeno "meteomarino", che si verifica a causa dello Scirocco, a volte lo stretto di Messina viene avvolto da una fitta nebbia, definita "la lupa" dagli abitanti del luogo. Quinci e Cassia riescono in questo brano a raccontarci questo suggestivo fenomeno ricostruendo l'atmosfera lenta della nebbia e il suono delle sirene di caute navi.
Questo disco è un'opera ben pensata che dimostra non solo la maturità artistica dei suoi autori come individui ma anche del duo nel suo insieme; solo due musicisti che hanno raggiunto una grande intesa possono ottenere un tale interplay nell'incidere un disco, rinunciando alla possibilità di guardarsi e lasciando come unico mezzo di comunicazione rumori, suoni e pause ascoltati attraverso le cuffie, come dichiarato nelle note di copertina.
Spesso questo genere di musica vicina all'area dell'improvvisazione radicale risulta ostica per un pubblico non abituato a tali frequentazioni. Non è questo il caso di "Tri soni". I due musicisti affrontano l'esperienza di questa incisione con onestà, consapevolezza e quella buona dose di autoironia che il titolo della prima traccia, Beneamata improsatura, tradisce.
Il disco risulta di facile fruizione anche grazie alla breve durata delle tracce che non superano mai i cinque minuti; ideale per chi non ha confidenza con questo genere, quasi un "rito iniziatico" adatto per chi cerca di inserirsi senza traumi in questo filone d'ascolto. 

 

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In copertina:
Soni Sfardati