Torino incontra l’India dei Rājput
di // pubblicato il 25 Febbraio, 2010
A breve distanza dai festeggiamenti per il primo anno di apertura, il Mao-Museo d’Arte Orientale di Torino dimostra, ancora una volta, la volontà di farsi promotore dell’ampliamento delle conoscenze verso una porzione di mondo ancora poco illuminata dalle luci della ribalta; di presentarsi quale strumento di diffusione di una vivacità culturale lontana, ma nel contempo estremamente affascinante.
Questa volta, ad ampliare gli orizzonti conoscitivi dei visitatori, troviamo una mostra totalmente dedicata alle magnifiche miniature indiane appartenenti alla collezione Ducrot; sono più di duecentocinquanta i dipinti a tempera su carta di varie dimensioni appartenenti alle scuole pittoriche del Rajasthan, dei principati delle colline prehimalayane (pitture Pahāri) e dell’India Centrale (Malwa) facenti parte di questa raccolta, e sono circa centocinquanta quelle selezionate ed esposte nel museo del capoluogo piemontese dal 12 marzo al 6 giugno 2010.

Partiamo quindi alla volta dell’India; armati di una curiosità quasi infantile, immergiamoci negli stili e nei temi iconografici tipici di una produzione pittorica sviluppatasi nell’area nord-occidentale e centrale del sub-continente indiano tra il XVII e il XIX secolo, indubbio riflesso dell’amore e della passione per la musica, le arti, la religione, la vita, da parte di una casta guerriera come quella Rājput.

Nonostante i continui attacchi da parte dell’impero musulmano Mughal e a dispetto della conquista militare subita, i Rājput nel corso dei secoli, furono in grado di fare della sconfitta il baluardo di un’invidiabile e proficuo confronto con un’altra cultura.
Già erede della tradizione religiosa dei manoscritti miniati, la pittura del periodo gode dei vantaggi di un lungimirante dialogo con l’estetica Mughal (di per sé già debitrice nei confronti della pittura persiana), mantenendo però un forte legame con il mondo indiano di origine, soprattutto per ciò che concerne i temi e l’organizzazione formale delle opere.
Ecco quindi che l’influenza islamica la si rintraccia nel raffinato ed abile uso di un pennello molto fine, il cui tratto leggero dona alla composizione, nonostante l’evidente pienezza spaziale, un’impercettibile inconsistenza, tale da far ruotare alcune porzioni della pittura attorno all’elemento della trasparenza; l’adesione ai canoni indiani si ritrova, invece, nel guizzo del tratto grafico che incornicia perfettamente le figure ritratte e nella vivacità dei colori utilizzati, per lo più di origine minerale o vegetale, per la cui preparazione occorrevano spesso diverse settimane, evidenziando la progettualità precedente all’atto stesso di creare.

La stesura dei colori, spesso e volentieri, richiama i medesimi segni, le stesse piccole aree sovrapposte, che di solito siamo abituati a vedere in seguito all’uso delle matite colorate, trasportando idealmente le immagini nella dimensione della semplicità e dell’incanto cromatico. La pressoché totale assenza di un’impostazione prospettica, inoltre, tende a far sembrare i soggetti ritratti come piccole figurine attaccate alla sfondo in un secondo momento, quasi come fossero attori stagliati davanti ad una scenografia.

È fondamentale ricordare, poi, che quando nel XII secolo i sovrani Rājput ripiegarono nel Rajasthan a causa dei continui attacchi musulmani essi riuscirono, nonostante la difficile situazione, a fondare nuovi e paradossalmente più forti principati di tipo feudale, ognuno dei quali cominciò a tessere la propria storia, elaborando un preciso stile di vita e soprattutto una personale espressione pittorica; la sensibilità peculiare di ogni scuola locale si riversava, però, nella resa di temi iconografici piuttosto uniformi e condivisi, ponendosi come elemento di unione tra le differenti realtà territoriali.
Particolarmente diffuse erano, per esempio, le raccolte di illustrazioni Rāgamālā: eleganti rappresentazioni dei diversi Rāga, cioè una serie di cinque o più note su cui veniva creata la melodia nella musica classica indiana; nei dipinti, ogni Rāga era associato ad un colore, ad uno stato d’animo ed era spesso accompagnato da versi poetici, tanto da apparire come un’amalgama perfetta tra arte, poesia e musica. Numerose erano poi le miniature ispirate alla tradizione religiosa hindū, o quelle recanti la raffigurazione di testi letterari o poetici, così come di testi mitici (in particolare quelli riguardanti gli amori di Kṛṣṇa con Rādhā e con le pastorelle); un’altra parte importante del corpus pittorico Rājput era occupata dalla narrazione visiva dei vari aspetti della vita di corte, con ritratti (non solo umani ma anche animali), scene di caccia, battaglie, processioni, cerimonie religiose nonché pitture erotiche, minuziosi ma semplici riflessi del quotidiano.

Attraverso le singole immagini in mostra è possibile ricostruire parte di un mondo ormai scomparso, scoprire la cultura di una casta di guerrieri regolata da un rigido codice cavalleresco, basato sulla fierezza, sull’onore e parimenti fortemente incline al romantico e al passionale, manifesti nell’attenzione per quella dimensione della vita più morbida ed emotiva di cui queste miniature sono chiara espressione.