Torino nel mondo tra vecchie e nuove migrazioni
di // pubblicato il 12 Settembre, 2011
Glocal è un termine con cui i sociologi indicano il processo di integrazione delle comunità locali in un sistema economico globale, avente come effetto la creazione di spazi e nuove realtà sociali a carattere interculturale. Secondo questa prospettiva la mostra Turin-Earth allestita a Torino presso il Museo Diffuso della Resistenza, evidenzia un percorso analitico volto ad evitare pietismi, dissipare stereotipi discriminatori per capire come la città abbia fronteggiato e assimilato le migrazioni negli ultimi trent’anni.

In primo luogo la rassegna stampa, che si snoda lungo La scala del tempo, mette in luce i principali fatti di cronaca e politici della storia recente che hanno determinato gli assetti mondiali e continuano a modificare il panorama internazionale in materia di diritti civili ed emergenze umanitarie dal 1980 ad oggi.
Passando dalla guerra civile in Somalia (1982), al bombardamento NATO in Serbia (1999), alla caduta del regime in Romania (1989) con la successiva inclusione nell’Unione Europea insieme alla Bulgaria (2007), fino alle sanatorie sancite con le leggi Martelli, Turco-Napolitano, Bossi-Fini per arginare gli ingenti flussi migratori.
Dall’Italia l’obiettivo si sposta a Turìn, in piemontese, come vuole il titolo dell’esposizione, focalizzando l’attenzione su quattro aree tematiche: Uno sguardo dall’alto, Nei quartieri, Dentro casa, Storie personali.
Quattro approfondimenti su un fenomeno che è soprattutto crogiolo di vicende individuali, di cittadini (regolari o in attesa di diventarlo) che interagiscono, modificano il tessuto urbano e ne trasformano la fisionomia.
Un reportage fotografico mette a confronto la città tra gli anni cinquanta e settanta, quando 500000 migranti arrivarono soprattutto dal sud Italia, con la sua odierna identità multietnica. Da allora il quadrilatero romano nella zona Centro, riqualificato, è diventato uno dei principali ritrovi della movida giovanile; la Stazione di Porta Nuova appare completamente rinnovata; nel quartiere Aurora, lungo la Dora, non si lavano più le auto ma vi corre la pista ciclabile. Immagini che non sempre corrispondono alle mappe mentali degli stranieri, fruitori di uno spazio per lo più legato alle necessità quotidiane o ai centri aggregativi della comunità di appartenenza.

I quartieri diventano un microcosmo che fornisce lavoro, un legame con il Paese d’origine (attraverso i phone center, i piccoli esercizi commerciali, gli internet point), contempla luoghi di culto buddhisti, musulmani, ortodossi, le processioni cattoliche filippine e allestisce luoghi pubblici ricreativi.
L’offerta formativa impartita in prima istanza dai CTP (Centri Territoriali Permanenti) e l’integrazione scolastica delle nuove generazioni provenienti da Romania, Marocco, Perù, Cina, Albania dove rappresentano in alcuni casi il 60% degli studenti, ha permesso un costante processo di inclusione fino al costituirsi di coppie miste che, nel 2009, hanno raggiunto il 15% della popolazione.
150 testate etniche tra giornali, radio e tv, oltre venti con sede a Torino, garantiscono il diritto all’informazione di oltre 124000 persone, 15000 nate in Italia da genitori di varie nazionalità.
Consumatori, viaggiatori che attraverso lo scambio di merci e denaro (nel 2009 sono stati inviati nei paesi di provenienza oltre 180 milioni di euro), hanno dato origine al fenomeno del transnazionalismo, rilevabile nel modo di vestire e mangiare che mescola pietanze, abitudini proprie e acquisite dal paese ospitante.
Lo dimostrano Bocar, Josè, Mina, Mourshid con le loro case occidentali condivise con amici connazionali, con la famiglia, ma personalizzate con suppellettili e ricordi della cultura d’origine. Residenze non definitive, orgogliosamente conquistate che rappresentano, dopo il lavoro, il principale affrancamento dalla condizione di immigrato.

Ad uno scenario ottimistico si sovrappongono sentimenti di ostilità e diffidenza, legittimi o meno, verso chi non rientra in questo processo di integrazione.
Verso i 15000 migranti in attesa del permesso di soggiorno che dal 1999 transitano nel controverso CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) di corso Brunelleschi, raccontati dagli scatti di Paolo Soriani. Verso le famiglie bosniache di etnia rom ritratte nel 1990 da Massimo Ferrero al campo dell’Arrivore nel quartiere Regio Parco, che lentamente cercano di emanciparsi con l’aiuto di mediatori interculturali, abbandonando l’emarginazione dei campi nomadi per dimore più dignitose oppure sposandosi con persone al di fuori del proprio clan.
Scatole cinesi che, dal generale al particolare, mostrano il nocciolo del percorso, allestito in due anni con il contributo di oltre cinquanta associazioni operanti a vario titolo in quest’ambito. Quattro video interviste a Berthin, congolese, rifugiato politico; Mirela, romena, mediatrice interculturale, Mustafa marocchino musulmano, atipico gestore di una vineria; Silvana, rom nata in Italia, impegnata nel sociale, ambasciatori di una società multirazziale ormai compiuta.