Todo modo

di Andrea Mancaniello // pubblicato il 11 Maggio, 2012

Elio Petri, classe 1929, ha contribuito a fare grande il Cinema italiano, la sua filmografia si compone di appena una decina di titoli poco più che hanno però conquistato i premi più prestigiosi nel mondo, dalla Palma d’Oro al Festival di Cannes con La classe operaia va in paradiso, fino all’Oscar al miglior film straniero per Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.
Quest’anno si celebra il 30° anniversario della sua prematura scomparsa, occasione per interrogarsi sui motivi dell’ostracismo che gli nega il doveroso riconoscimento accanto a nomi più celebrati del nostro Cinema come Federico Fellini, Luchino Visconti o Vittorio De Sica.

Forse l’eclettismo di Petri nel realizzare opere stilisticamente sempre molto diverse tra loro ha messo in crisi chi abituato a incasellare sempre tutto in canoni riconoscibili, o più prevedibilmente il suo Cinema controcorrente risulta ancora oggi indigesto per la sua sconcertante attualità.
Tra tutti i film che ha diretto quello forse più invisibile è Todo modo, un’allegoria del potere resa praticamente introvabile anche dalle funeste premonizioni sulla tragica fine di Aldo Moro, oggi la sua visione è affidata solo a rarissimi passaggi televisivi notturni.

L’eremo albergo Zafer, isolato nel bosco e gestito dal clero, è teatro di una serie di misteriosi delitti durante l’abituale raduno di senatori, ministri, industriali, direttori di banca, convenuti per adempiere agli annuali esercizi spirituali secondo la regola di Sant’Ignazio di Loyola che, come riassume l’ironico cartello all’inizio del film “per la grande efficacia spirituale, fu subito adottata come mezzo di formazione di uomini del potere economico e politico”.

Liberamente ispirato all’omonimo libro di Leonardo Sciascia, il film scritto dallo stesso Petri tradisce il testo originale dando vita a un’opera autonoma che ne restituisce comunque lo spirito. Scompare la figura del pittore testimone e voce narrante del romanzo e vengono messi in primo piano gli esponenti della cosiddetta “classe dirigente”, con una provocatoria catarsi finale coraggiosa, se si pensa che il film uscì nel bel mezzo degli anni di piombo, e del tutto assente nel testo originale.

Dove Sciascia risulta più allusivo Petri contrappone un vero e proprio attacco frontale al Potere costituito di quei difficili anni insanguinati dal terrorismo di Stato, con un film nettamente più affilato e grottesco rispetto alle pagine dello scrittore siciliano.
Sono evidenti precisi rimandi alla situazione politica del tempo, allusioni al compromesso storico di cui s’iniziava a parlare, “siamo ad un passo decisivo”, o ai trent’anni in governo democristiano seguito alla proclamazione della Repubblica.

Non ha senso però associare strettamente i personaggi ai protagonisti della scena politica di allora, ma non si può non riconoscere in questi uomini piccoli e meschini, che col pretesto degli esercizi spirituali coprono i loro intrallazzi o le scappatelle extraconiugali, una caustica rappresentazione della Democrazia Cristiana.
La denuncia di un’ipocrisia imperante nelle contraddizioni tra un tale esercizio del potere e l’essenza stessa del messaggio cristiano.
Gian Maria Volonté è eccezionale nel costruire il ritratto del Presidente con grande ironia, impossibile guardarlo senza fare un associazione con la figura di Aldo Moro a cui si è evidentemente ispirato, restituendo un’interpretazione graffiante e complessa ma lontana dalla caricatura.
La capigliatura posticcia di Michel Piccoli evoca la figura di Giulio Andreotti e l’accento toscano nella voce del partito, che dal telefono intima ai riluttanti convenuti di collaborare [con le dovute riserve] alle indagini del Procuratore Scalambri, non può non far immaginare Amintore Fanfani dall’altra parte del filo.

Nonostante lo stretto legame con il momento storico in cui il film è stato realizzato però Todo modo ha l’ampio respiro della metafora universale, perché i nomi dei partiti sono cambiati, l’Italia ha attraversato la bufera di Tangentopoli con l’illusione di una risolutiva depurazione delle istituzioni, ma la natura del potere è la stessa immutata di sempre e il malaffare prospera ancora ai livelli più alti.
L’esilarante sequenza “enigmistica” con uomini politici chiamati, per decifrare il disegno che sta dietro alla serie di delitti, a enumerare tutte le cariche ricoperte e le sigle di enti e società in cui hanno un qualche ruolo nel consiglio d’amministrazione, ha il sapore estremamente attuale di una certa classe politica che non ha mai smesso di spartire con l’impresa la metaforica torta.

Nel cast, ricco di grandi attori, Marcello Mastroianni dà grinta e furore al suo ambiguo don Gaetano, Renato Salvatori incarna lo smarrimento del Procuratore per le indagini infruttuose, Ciccio Ingrassia è il fanatismo colluso che si crede puro [ha sempre rubato solo per il partito], Mariangela Melato, bravissima, è la moglie premurosa e piena di amorevoli raccomandazioni: “…e parla difficile solo se non hai niente da dire.

Un ritratto impietoso, grottesco e surreale della classe dirigente del nostro paese, reso ancor più cupo dalle scenografie di Dante Ferretti che ambienta quasi tutta la narrazione negli spazi claustrofobici di un mostro di cemento, inghiottiti nel suo ventre diventa palpabile l’oppressione per la notte buia della democrazia che forse stiamo ancora vivendo.
La musica di Ennio Morricone contribuisce a far salire l’angoscia con brani che sembrano una serie di rumori sinistri più che una vera e propria melodia.

L’ironia e la risata possono esorcizzare la paura per la precarietà in cui viviamo, allora come non ridere davanti al Presidente assiso davanti all’ennesimo cadavere che annuncia al Procuratore:
Dottore, io devo prospettarle un’ipotesi. Dura, dolorosa, amara ipotesi ma credibile dato il momento che la nostra vita politica sta attraversando da qualche anno e i legami che sempre più tenacemente l’avvincono alla cronaca nera, alla malvivenza, alla fantascienza...
...anche.

 

Dettagli

Didascalie immagini

In copertina:
Marcello Mastroianni, Gian Maria Volonté e Ciccio Ingrassia
sono don Gaetano, Il Presidente e il senatore Voltrano
(© 1976 Cinevera SpA, foto di Sergio Strizzi)

- Locandina
- Il Presidente, uno straordinario Gian Maria Volonté
- Marcello Mastroianni è don Gaetano
- Ritratto di una classe dirigente
- Ciccio Ingrassia / Michel Piccoli /
  Marcello Mastroianni e Mariangela Melato /
  Renato Salvadori / L’arrivo del cardinale
- Ambienti claustrofobici nelle scenografie di
  Dante Ferretti

SCHEDA FILM

  • Titolo originale: Todo modo
  • Regia: Elio Petri
  • Con: Marcello Mastroianni, Gian Maria Volonté, Mariangela Melato, Ciccio Ingrassia, Franco Citti, Cesare Gelli, Tino Scotti, Renato Salvatori, Michel Piccoli, Adriano Amidei Migliano, Giancarlo Badessi, Mario Bartoli, Nito Costa, Guerrino Crivello, Marcello Di Falco, Giulio Donnini, Aldo Farina, Giuseppe Leone, Renato Malavasi, Riccardo Mangano, Piero Mazzinghi, Lino Murolo, Piero Nuti, Loris Perera Lopez, Riccardo Satta, Luigi Uzzo, Luigi Zerbinati
  • Soggetto: Leonardo Sciascia liberamente ispirato al romanzo omonimo
  • Sceneggiatura: Elio Petri
    con la collaborazione di Berto Pelosso
    e la consulenza di Marco Ferronato
  • Fotografia: Luigi Kuveiller
  • Musica: Ennio Morricone
  • Montaggio: Ruggero Mastroianni
  • Scenografia: Dante Ferretti
  • Costumi: Franco Carretti
  • Produzione: Daniele Senatore con Francesco Genesi e Giorgio Cardelli per Cinevera S.p.A.
  • Genere: Commedia
  • Origine: Italia, 1976
  • Durata: 125’ minuti
 
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